Il viaggiatore solitario

aprile 27, 2006 in Racconti da Tiziana Fissore

Viaggiatore solitarioSi stagliavano le montagne azzurre, laggiù in fondo all’orizzonte, oltre la finestra. Parevano un bassorilievo sullo sfondo bianco, lattiginoso del cielo, gonfio di nubi basse che lasciavano, a volte, per brevi momenti, piccoli squarci d’azzurro che veniva immediatamente riassorbito, inghiottito quasi voracemente da altri strati di nubi portate dal freddo vento che spirava dalle montagne e che cercava di staccare le foglie ancora verdi, attaccate ai rami, ma già consce del loro imminente destino di morte.

L’autunno era iniziato da pochi giorni, prendendo potere sull’afosa estate del 2003 e si stava imponendo con cipiglio, come un ragazzo che voglia già esser uomo. Più che autunno, pareva già un anticipo d’inverno, con quel cielo color latte, il vento freddo, quella luce opalescente.

L’uomo si alzò dalla scrivania, dove stava lavorando e raddrizzò le tapparelle in modo che la luce esterna non entrasse più; gli dava evidentemente fastidio battendo sullo schermo del computer, mettendo in risalto le impronte delle dita ed impedendogli di lavorare.

Lorenzo osservava tutto ciò con fare distaccato, come guardasse un film che lo lasciava indifferente, solo che questo faceva parte della vita, di quella sua vita da impiegato, vissuta giorno dopo giorno alla ‘Travet’, con affanni, volontà ed entusiasmo negli anni giovanili; con insofferenza e delusione negli ultimi dieci anni.

Erano così passati trent’anni dalla sua assunzione, giorno dopo giorno, tutti i giorni uguali: al mattino sveglia alle sei, corsa a prendere il treno, corsa a prendere l’autobus, lavorare come minimo nove ore al giorno, correre nuovamente a prendere l’autobus, correre a prendere il treno e ritornare a casa, senza aver più voglia di parlare. Tutto questo fino a sei anni prima, quando scendendo dal treno una gamba gli cedette improvvisamente causandogli una caduta.

“Sei anni” si disse, toccandosi la testa ricoperta da radi capelli e fissando un punto della scrivania come fosse il centro del mondo.

“Non ti senti bene?” domandò sollecito il collega che prima aveva raddrizzato le tapparelle.

“No, no, grazie…tutto bene” ed intanto pensava “quante cose sono cambiate in sei anni!”.

Chiuse gli occhi per un attimo, poi li riaprì immediatamente: il buio gli metteva paura, sapeva di morte…

Riprese la penna a biro e cercò di scrivere ma non ne aveva voglia; si voltò verso il computer e lesse le ultime notizie su internet, poi si stufò anche di quello: “Sono sempre le stesse cose:la riforma delle pensioni, gli attentati, i kamikaze, il tempo che non è più quello di una volta…”. Guardò l’orologio e notò che era l’ora del pranzo e come tanti altri si alzò dal suo posto per andare alla mensa aziendale, più per sgranchirsi e ‘rompere’ la giornata che per appetito. Il pomeriggio fu lungo e noioso da sopportare, il tempo era variato ed anche il suo umore. Uscì senza fare straordinario e salì sull’auto di un collega che negli ultimi tempi gli dava un passaggio. Una volta salito, nell’oscurità dell’auto, col tepore del riscaldamento (il collega premuroso l’aveva acceso per lui) entrò in una specie di dormiveglia; era conscio della presenza dell’amico vicino ma allo stesso tempo era isolato come un bimbo nel ventre materno che percepisce il mondo esterno ed allo stesso tempo non può comunicare se non con colpetti dati quasi come un alfabeto segreto e di colpetti lui cercava di darne al mondo, per sentirsi vivo, per non lasciarsi morire.

Fissando le luci delle auto che li precedevano, entrò come in trance, cullato dalla musica che proveniva dall’autoradio, sintonizzato sul canale che trasmetteva sempre musica classica. In quel momento stavano suonando dal Silvano la ‘Barcarola’ , lui si sentì cullare dalla musica e dal momento che l’amico, pure lui intento ad ascoltare, aveva smesso di parlare, riuscì ad entrare in una dimensione di mezzo tra il mondo reale ed il sonno.

Rivide la sua vita che fino a sei anni prima, era stata un’esistenza come tante altre: illusioni e delusioni sul lavoro, un matrimonio che pareva funzionare e due figlie, avute in tarda età, che erano la sua vita. E lui che si lamentava per le sue crisi esistenziali… avrebbe voluto emergere maggiormente nel lavoro, invece vedeva parecchi incapaci, superficiali ma sponsorizzati, passargli davanti. E lui a soffrirne, a rodersi per capire il perché delle ingiustizie…gli pareva di essere un viaggiatore, seduto su una panchina di un’anonima stazione e veder passare tutti gli altri e riuscire a prendere quel treno che lui aspettava da anni. Poi si diceva: “Tutto sommato ho la salute, una moglie che mi ama, due figlie adorabili…cosa voglio di più?” e rivide sua moglie: dolce, amabile, sorridente, venirgli incontro la sera, quando apriva la porta: “Com’è andata oggi?” e lui stufo ed insoddisfatto che non aveva voglia di parlare, risponderle una frase del tipo:”Sempre lo stesso” senza neppure pensare di domandarle com’era andata a lei o se aveva avuto problemi durante la giornata. E con le bimbe, com’era stato? Un buon padre? Sì, se per buon padre s’intende un uomo che lavora per mantenere la famiglia, cerca di dare un’educazione ai figli e sente di amarli più di ogni altra cosa. Il problema era: l’aveva mai dimostrato questo amore? Alla sera, durante la cena voleva vedersi il telegiornale tranquillamente, poi era troppo stanco per stare con loro, alla domenica voleva andare a vedere la partita, durante le vacanze voleva rilassarsi e non amava partecipare ai loro giochi o portare la moglie e figli a fare due passi, a vedere le vetrine, stare con amici comuni. Tutto sommato, a pensarci bene, era stato un uomo che aveva vissuto solo anche in comunità.

L’auto ebbe un sobbalzo, l’amico aveva dovuto frenare di colpo. Riaprì gli occhi: “Cos’è successo?”.

“Niente…lo sai che questa è una zona di nebbia, sia quando è sereno, sia quando è nuvoloso…qui la nebbia la trovi sempre. Tu non te n’eri accorto perché stavi dormendo ma era già da cinque minuti che eravamo entrati nel limbo”.

“Sarà veramente così il limbo?” domandò ad alta voce Lorenzo. “Certo è che nella vita se ne incontrano tante zone di nebbia. Un momento prima credevi di vivere nel sereno, un momento dopo ti trovi in un banco di nebbia dal quale non riesci più ad uscirne. Vai avanti a tentoni e scopri che a volte quello che non vedevi col sereno ora lo tocchi con mano”.

L’amico capì immediatamente ciò che Lorenzo intendeva dire e rispose:”Come sia il limbo non lo so ma che di nebbia, in questa vita, ce ne sia tanta è vero. Capisco a ciò che ti riferisci ma è anche vero che nei sei venuto fuori, dalla nebbia intendo”.

Lorenzo, sorridendo in modo ironico: “Nei sei sicuro? Sai poco fa, forse dormivo, chissà…ma ho rivisto la mia vita prima di…e devo ammettere che di sbagli ne ho fatti molti!”.

“Cosa vuol dire” obiettò l’amico “di sbagli ne facciamo tutti!”.

“Sì, ma io ne ho fatto uno grande: non ho saputo dimostrare l’amore che avevo dentro, non ho fatto valere i miei talenti, li ho tenuti nascosti e così, dopo ho solo mietuto ciò che avevo seminato”.Dopo una pausa riprese:”Quel giorno che segnò la mia vita, quando la gamba cedette, non avrei mai immaginato che dentro me ci fosse quella brutta bestia che poi chiamarono tumore al cervello. Pensavo ai soliti dolori dovuti al cambio di stagione, pensa te, ed invece….ho ancora davanti a me nitido il viso del dottore mentre mi esponeva la sua diagnosi. Ma non voglio più dilungarmi su questo argomento, cioè la malattia, ma voglio invece dirti una cosa che sento qui dentro e che mi pesa; è necessario che si sappia che se mia moglie, dopo tre anni di cure (durante i quali mi è sempre stata vicino), mi ha lasciato, portandomi via le bimbe c
he per me erano tutto, anche perché le avevamo avute tardi negli anni, ecco…non ha avuto torto”.

“Beh..scusa ,a lasciarti solo in quel momento…” obiettò l’amico.

“No, no…bisogna capirla. Vedi lei mi amato moltissimo, era un tipo solare ma io sono sempre stato un tipo chiuso e quando ho saputo della malattia, forse anche a causa dei farmaci che prendevo, sono diventato veramente cattivo: le dicevo parolacce, la picchiavo e mi rendo conto che ero un cattivo esempio per le figlie… no, lasciami finire, ti prego. Lei se ne è andata perché le gemelle non soffrissero, voglio che si sappia tutto questo, perché non è giusto che tutti la critichino. Tu non hai visto i suoi occhi pieni di lacrime mentre chiudeva la porta”.

“Stammi a sentire: in una situazione del genere nessuno ha torto e nessuno ha ragione” disse l’amico.

“Sarà…ma io mi sento in colpa e vorrei …quando giungerà il mio momento…lasciami finire, ti prego…quando arriverà, voglio che tu riferisca questo nostro colloquio a mia moglie. Lei ora, giustamente non vuole più vedermi e sentirmi perché per lei è stato un doppio tradimento: quello della vita ed il mio, ma sono sicuro che a te darà retta. Ti prego: devi dirle che anche se l’ho fatta soffrire, dentro di me ho continuato ad amarla e ad amare le figlie più di me stesso. Forse riuscirà a perdonarmi perché in cuor suo mi ama ancora…guarda non c’è più nebbia”.

“Esatto la nebbia va e viene, come i periodi negativi. Lorenzo, vedrai che tornerà il sereno anche con la tua famiglia”.

“No, ormai per me è finita e non voglio che mi ricordino in uno stato da far pietà. Detesto la pietà e voglio andare incontro alla morte sereno. E’ per questo che ho voluto fare questa confessione”.

“Non sono un prete io, Lorenzo”.

“Non è necessario il prete…quando uno sbaglia dovrebbe avere il coraggio di chiedere perdono a chi ha offeso, guardandolo negli occhi e non ad una terza persona, dietro ad una grata…è troppo facile togliersela con tre Pater e due Ave…ma io non posso farlo, per questo chiedo a te di farlo al posto mio, quando non ci sarò più. Oh, guarda…adesso è veramente sereno, c’è pure Marte laggiù che occhieggia. Si sta allontanando pure lui dalla Terra”.

“Vedi quante cose cambiano in un momento? Avrai tutto il tempo che vuoi per dirle personalmente queste cose”.

“No, mi ricoverano nuovamente lunedì per l’ennesima chemio che vogliono farmi credere ‘preventiva’e poi lo vedi anche tu come si è accentuata la mia deambulazione, non sono più autosufficiente e i dolori sono troppo forti da sopportare. Sono come quelle foglie che stamattina ho visto dalla finestra dell’ufficio: cercavano con tutte le loro forze di resistere al vento gelido ma sapevano di dover morire. Oramai la mia unica compagna sarà unicamente la morfina ma adesso mi sento alleggerito, mi pare di non aver più peso, mi manca forse il peso della colpa e questa natura che mi circonda mi fa credere che non esiste l’oscurità assoluta e la morte non mi fa più paura perché ho scoperto che avevo una luce interiore che non ha mai smesso di brillare, come quel piccolo Marte…in questo momento potrei anche addormentarmi per sempre” e reclinato il capo da una parte si addormentò come un bimbo sereno.

di Tiziana Fissore