Mighty rearranger

maggio 16, 2005 in Musica da Gino Steiner Strippoli

robert plantSi innamorò del Marocco e della cultura e musica magrebina già nel suo primo viaggio datato 1971. Robert Plant quell’innamoramento non lo ha mai lasciato, nemmeno quando la sua voce roccheggiava al suono dello Zeppelin. Anzi, negli anni dell’hard rock lo ha coltivato silenziosamente, salvo farlo venir fuori in ogni possibile contesto solista.

Album come “Walking into Clarksdale” e “No Quarter” con Jimmy Page, e poi ancora i recenti “Dreameland” e “ Sixty Six to Timbuktu” sono esempi lampanti e raffinati del vento del deserto marocchino e dei suoi suoni miscelati con l’amore per il rock e il blues. Lo stesso Plant durante la presentazione del suo ultimo disco “Mighty Rearranger” (Sanctuary – Sony BMG) sottolinea di conoscere molto bene la musica marocchina.

robert plant “Oggi i musicisti magrebini vanno con le percussioni verso i quattro quarti, mentre noi siamo affascinati da loro e andiamo in direzione opposta… Siamo innamorati di questa musica. Se traduceste dei brani Tuareg, sareste sorpresi per la bellezza e l’acume dei testi”. Ed infatti le influenze d i quella calda terra e delle sue percussioni, ma anche del suo canto, di quella sorta di suo lamento vocale, si celano inesorabili nell’ultimo lavoro di Robert. Del sound zeppeliniano rimangono pochi ricordi, certo la voce è sempre quella arrembante e grintosa come dei tempi di “Whola Lotta Love”, nonostante abbia ormai toccato le 57 primavere!

Indubbiamente va dato merito a Plant di aver scelto da qualche anno a questa parte dei musicisti che lo accompagnano, “The Strange Sensation”, davvero bravissimi. Già il precedente “Dreamlnad” era stato un saggio eccelso per Plant con la nuova formazione. Adesso la piena conferma o meglio il consolidamento di un sound energico intriso di anarchia.

robert plant12 le canzoni che compongono “Mighty Rearranger”, con la partenza arpeggiante di Skin Tyson in “Another Tribe”, delicatissima ballad che è giusta introduzione di un album stupendo. Il suono si fa più hard in”Shine It All Around”, dove la voce del “nostro” è in pieno rock blues. Gli acuti liberatori in rock sono autentici e originali e la selvaggia grinta esplode nella sua pienezza in “Freedom Fries” mentre il mantello sonoro dei quattro Strange Sensation avvolgono Plant. Eccellente Justin Adams alla electric guitar.

Suono più cupo e scuro in “Tin Pan Valley”, una canzone critica per molti cantanti legati alla musica in funzione del solo apparire in TV e non nel fare davvero bella musica. Il sound cuoce lento fino ad esplodere vulcanico sul finire del pezzo.

“Al the Kings Horses” è il brano più delicato dell’intero album, la chitarra acustica e la voce di Plant si fondono insieme formando un solo strumento dal suono elegantissimo e cristallino. Un vecchio blues vecchia maniera, di quelli accattivanti che ti fanno ballare l’anima, il cuore mentre tutto il corpo freme, arriva con “The Enchanter”.

Arriva poi “Takamba”: e il ritmo si alza di nuovo frenetico intervallato dalle “pause” vocali di Plant, per poi riprendersi in un rock blues prepotente dove ancora la guitars di Adams è primattrice.

“Dancing in Even” è il brano che prende meno, diciamo un rock molto lezioso. Non si può dire ciò di “Somebody Knocking”, ovvero l’oriente che sposa il rock occidentale! La voce di Plant si esalta in questi ritmi ed è esaltante ascoltarla.

“Let the Four Winds Blow” è uno swingante blues, mentre la canzone che da il titolo all’album, “Mighty Rearranger”, è un elettrizzante boogie -rock, dove la voce di Plant appare come un sole che non conosce tramonto. Un ‘lungo’ “lamento rock” (Brother Ray) conclude questa nuova opera rock di Plant, che va ad aggiungersi con altre pietre miliari nell’Olimpo del rock. Da ascoltare bene la 12 esima traccia!!!!

di Gino Steiner Strippoli