La gomma

Marzo 5, 2024 in Medley, Racconti da Meno Pelnaso

Bukowski faceva parte dell’arredo.

Per quanto mi ricordassi, l’avevo sempre visto accartocciato su una sedia di metallo scolorito e scrostato.

Dietro un tavolo di legno scuro quadrato.

Davanti a una bottiglia sempre vuota.

Nell’angolo più buio del piccolo bar annesso all’officina del distributore.

Portava sempre lo stesso cappello ormai flaccido, dalla tesa stretta e dal colore indefinito, e una camicia a quadretti dello stesso colore.

Nella penombra, sia l’uomo che i suoi vestiti e tutto ciò che lo circondava, sembravano avere tutti la stessa nuance.

Una fotografia in bianco e nero.

Più grigio e nero.

Forse grigio e grigio scuro.

Grigio topo.

Non conoscevo il suo nome non l’avevo mai sentito nominare neanche dal proprietario o da quei rari, rarissimi personaggi, altrettanto grigiastri, che avevo intravisto di sfuggita al banco quelle volte che mi ero fermato a fare benzina.

Fin dal primo giorno in cui l’havevo visto, mi ricordava il famoso scrittore.

Forse perché l’ambiente mi ricordava le descrizioni delle bettole che frequentavano i protagonisti dei suoi racconti.

Facevo quella strada tutte le volte che andavo a trovare il mio amico Giò.

Giò è un mio carissimo amico fin dall’epoca degli studi.

Il territorio collinare era un susseguirsi di curve, di salite e discese tra le coltivazioni di viti delle qualità più pregiate.

Il distributore si trovava proprio all’estremità di una curva, in una zona dove la strada si allarga e lascia spazio anche per un piccolo parcheggio per qualche furgone o un paio di camion.

Mai visti.

Che mi ricordi, era sempre stato vuoto.

Passando da lì ne approfittavo per fare benzina perché era il distributore meno caro di tutta la zona, anzi, di tutta la regione.

Si vociferava.

Quel distributore esisteva da secoli , ma aveva cambiato molte volte insegna e proprietario.

Quello attuale, Bruno, era una persona piccola e robusta, per non dire grassa, dalla pelle irrimediabilmente scurita dalla lunga esposizione al sole.

Il sole di una vita precedente.

Non sembrava neppure molto pulito, per lo meno, i capelli folti erano unti e appiccicati, le mani erano altrettanto unte e le unghie erano nere di grasso.

La tuta blu che lo ricopriva aveva certamente visto giorni migliori e dava la sensazione di essere incollata al corpo.

Lo avvolgeva come una seconda pelle.

In pratica una mortadellona gigantesca color blu.

Blu polvere.

Quasi grigio.

La scritta sulla tuta un tempo doveva essere stata la pubblicità rosso fiammante di una marca di candele per motori.

Ormai si intravedevano solo alcuni brandelli di lettere, di uno spento color granata, sulla traccia di cucito lasciata da una stella ormai scomparsa.

Grigio-granata.

Scuro.

Molto scuro.

Mi sembrava la indossasse più per rappresentare il personaggio del “proprietario di un distributore con officina” che per reale necessità, perché non l’ho mai visto prendere in mano un cacciavite o infilarsi nel cofano di un’automobile.

Infilarsi…

Vista la figura sarebbe comunque stato un bel problema.

Accasciarsi, forse.

A dire il vero non l’avevo nemmeno mai visto uscire dal bar.

Sembrava uno di quei polverosi vecchi gatti di peluche, seduto immobile dietro la cassa come una statua, a guardare verso la strada, o verso uno spazio remoto, perso nell’infinito.

Non parlava molto anzi non parlava affatto, se non era strettamente necessario.

Sempre accigliato, quelle poche volte che apriva la bocca era burbero, sarcastico, con un pizzico di acidità.

Pizzico…

  • “ Scusi … vorrei pagare …”
  • “ Anche io lo vorrei!”

Insomma, un raffinato e solare simpaticone.

Uno dietro al banco e l’altro dietro alla bottiglia, nell’ombra, vicino agli scaffali di olio motore dalle etichette scolorite delle marche più antiche nella storia dell’auto, facevano veramente una bella coppia.

Da museo.

Un vecchio museo polveroso.

Un museo grigio topo.

La maggior parte del tempo la passavano in silenzio.

Per fortuna.

Quando si parlavano, raramente, erano sempre acidi e scortesi.

  • “Marrone” portami qualcosa da bere
  • Per favore, … si dice: – Per favore, potresti portarmi qualcosa da bere? – … o chiedere “per favore” ti secca la gola?!?!
  • Andrebbe tutto a tuo vantaggio. Così ne vendi di più, no? … e sbrigati anziché continuare a blaterare!
  • Vantaggio? Quale vantaggio? Lo sarebbe se tu pagassi! Comunque mi chiamo BRUNO, non “Marrone”!

E sottovoce sibilava un insulto o una bestemmia tra i denti mentre toglieva una bottiglia di birra dal frigorifero sotto il banco e gliela portava.

Di bicchieri non se ne parlava proprio.

Era curioso però!

Sembrava che la mia presenza servisse da stimolo affinché scattasse un’interazione tra i due.

Mi immaginavo che rimanessero congelati nel tempo fino al mio arrivo successivo, per sfogare improvvisamente, in quelle poche battute, tutta l’energia accumulata nell’attesa.

Energia…

Comunque non mi pare di aver mai sentito “per favore” o “grazie” o “prego” …

Mi domandavo anche come Bruno facesse a resistere gestendo un distributore e un’officina in cui non avevo mai visto nessuna macchina in riparazione o qualcuno pagare da bere.

Tantomeno Bukowski!

In assenza di certezze, uno si fa idee bislacche.

Sulla curva stazionavano sempre anche un paio di simpatiche signorine di mezza età, dagli improbabili outfit che non lasciavano nulla alla fantasia.

Purtroppo!

Anche se a un primo sguardo poteva sembrare improbabile, credo si potesse insinuare, senza sbagliare più di tanto, che, forse, quella delle signorine fosse la principale, se non unica, fonte di reddito di tutta la zona.

Compreso per il distributore e il bar?

Mah!

Anche questo contribuiva alla sensazione di essere in un libro di Bukowski.

Immobile nel tempo e nello spazio.

Solo una volta avevo avuto la rara e preziosa occasione di assistere a una scena più dinamica e, per certi versi, disperatamente inquietante.

Era una mattina nebbiosa ed ero partito da casa con l’intenzione di passare da una delle tante cantine che punteggiavano le colline per poter comperare del vino prima di andare da Giò.

Come sempre, passando dal distributore, mi ero fermato per fare benzina .

Mentre armeggiavo con la pompa era arrivata una vecchia macchina , scassata, rumorosa e claudicante che si era fermata gemendo di fronte all’ingresso del bar.

Era scesa una bionda appariscente inguainata in un improbabile mini vestito e con delle pesanti scarpe dal tacco importante.

Lasciando la porta dell’auto aperta e il motore acceso, con passi profondi ma incerti si era proiettata verso il bar .

Sulla soglia aveva sfoderato tutto il suo charme urlando con voce acuta:

  • “ Qualcuno mi può aiutare?”

Dal bar non provenne alcun suono né qualcuno si mosse per andare ad aiutare la signora .

Prevedibile.

In assenza di reazione, la signora ripetè la frase, questa volta a voce più alta e, se possibile , con un tono ancora più acuto:

  • “ Qualcuno mi può aiutare? Ho bucato e ho bisogno di cambiare la gomma.”

Sporgendosi in avanti per sbirciare nella penombra, ma senza il coraggio di entrare.

Solo allora mi resi conto che la gomma posteriore dell’auto era chiaramente a terra.

Ad una prima occhiata ebbi la sensazione che quella gomma sgonfia fosse il problema minore di quell’auto.

Sola e abbandonata, l’auto aveva esalato l’ultimo respiro e si era spenta da sola con un singulto.

Nessun suono era ancora pervenuto dalla penombra del bar.

La signora si voltò attorno in cerca d’aiuto.

Visto che apparentemente ero l’unica forma di vita nei dintorni, si voltò verso di me e, guardandomi con aria disperata, mi urlò :

  • “ Lei mi può aiutare?”

Il tono era chiaramente angosciato e la voce rotta.

Pensai che si sarebbe messa a piangere da lì a poco .

Stavo per rispondere quando un urlo belluino provenne dall’antro scuro:

  • Gianni …
  • GIANNI …
  • Perdio!
  • GIANNI …
  • SVEGLIAAAAA!
  • C’È UN CLIENTE PER LA MISERIA!!!

Toh!

Casomai il mondo non se ne fosse accorto …

C’era proprio un cliente!

Pensavo di aver finalmente scoperto il vero nome di di Bukowski e mi aspettavo di vederlo uscire dal bar con il cappello afflosciato sulla testa.

Invece , con mia grande sorpresa, dalla porta dell’officina di fianco vidi uscire un uomo.

Non era Bukowski.

Uomo …

Avevo sempre pensato, anzi, ero assolutamente convinto, che in quel distributore non ci fosse alcuna forma di vita al di fuori di Bruno e Bukowski!

Vita…

Era magro.

Magrissimo.

Dalle guance scavate.

Dal colorito grigiastro.

Il tradizionale colore aziendale.

Indossava una tuta blu, più grande di almeno due o tre taglie, piu corta di altrettante, scolorita qui e là, con buchi e strappi sulle ginocchia e sui gomiti, con una scritta, originariamente rossa, ormai rosa, a brandelli.

Il resto era variamente macchiato di grasso nero.

L’ordinaria uniforme aziendale .

La signora lo salutò, senza ottenere risposta.

Senza aspettarla, riversò sul nuovo arrivato tutta la sua ansia e preoccupazione per l’imprevisto e l’ineluttabile ritardo per andare a trovare Ernestina.

  • Quella alta, non la sorella. 
  • Quella era Giuditta.
  • Sposata con Giuseppe.
  • Non quello che lavorava alle poste.
  • L’altro, il figlio della Rosina.
  • Quello che aveva avuto un figlio scemo dal primo matrimonio.
  • Beh! Non proprio scemo, ‘che non sta bene dirlo “scemo”.
  • Diciamo strano.
  • Molto strano.
  • Mooolto strano!
  • Insomma, scemo, ecco!

Come in un replay al rallentatore, il Gianni, quello magro magro magro e grigio-aziendale, si avvicinò all’auto.

Ad uno sguardo più approfondito, notai che indossava un guanto di lattice blu alla mano sinistra e uno nero a quella destra, bucati entrambi sull’indice, una mascherina, originariamente bianca, anch’essa ormai dell’ordinario color grigio-aziendale, le scarpe da tennis bucate sull’alluce, calzini flosci di colore diverso e portava una scatola degli attrezzi completamente arrugginita.

Cosa mi aspettavo?

Un chirurgo dal camice immacolato?

Borbottava qualcosa di incomprensibile, più rivolto a se stesso e alla macchina che alla signora.

Cercai di aguzzare l’udito e mi parve di sentirlo mormorare qualcosa del tipo:

  • “La vita è come una gomma a terra in una strada deserta. E noi siamo solo pedoni sperduti nel grande circo dell’universo.”

Profondo.

Francamente incomprensibile, ma profondo.

Non c’è che dire!

Si piegò sulla gomma con circospezione per osservarla da vicino, senza mollare la presa sulla cassetta degli attrezzi.

Quasi stesse impugnando un’arma.

  • “Hanno lasciato le loro impronte digitali ovunque, anche sui bulloni!” disse sollevandosi di scatto, tanto repentinamente da spaventare la signora.

Lei, la signora, non aveva ancora smesso di sviscerare pregi e difetti dell’albero genealogico di quasi la totalità della specie umana, ma si zittì all’istante e fece un balzo indietro, con un’insospettabile agilità, portando la mano alla bocca.

  • “Chi ti ha mandato qui, eh? Cosa stai nascondendo? BASTARDO!” urlò ancora Gianni verso la gomma o un imprecisato nemico.
  • “Lo sapevo! Questa è una trappola dei cartelli del pneumatico!” spiegò alla signora.
  • “… ma ora ci penso io!” la rassicurò.

Certo.

Come no!

Bofonchiando parole in una lingua incomprensibile, sempre che fossero state parole di senso compiuto, cosa che ormai non era più così certa, entrò di corsa in officina e ne uscì con un sollevatore cigolante e, se possibile, ancora più arrugginito della cassetta degli attrezzi.

Si mise di fianco alla macchina e spinse con violenza il sollevatore sotto il pianale, quasi volesse travolgere chi si nascondeva sotto.

Poi si piegò cautamente per guardare se sotto l’auto vi fosse il cadavere del suo nemico.

Visto che sembrava non ci fosse nulla di pericoloso nascosto lì sotto, si mise a sollevare l’auto con una certa tranquillità.

Dopo le prime due o tre energiche spinte il ritmo andò affievolendosi rapidamente fino a diventare un movimento al rallentatore.

Gli ultimi asfittici centimetri furono eterni.

Con una chiave inglese gigantesca, che si apriva continuamente, togliere i bulloni fu uno strazio, anche perché la gomma non rimaneva ferma non essendo più appoggiata al terreno.

Lui si asteneva dall’afferrare la gomma, manco avesse la lebbra, così era costretto a complicate contorsioni per smontarla.

Se Dio vuole, arrivò a sostituire la gomma.

Sorvolo sul complesso metodo usato e la sua efficacia, ma credo che ci sia voluto almeno da tre alle quattro volte il normale tempo necessario per una normale sostituzione.

Naturalmente dopo un’eternità di mormorii che sembravano esorcismi e rituali di purificazione, voltandosi ripetutamente di scatto ad ogni rumore come se si aspettasse un attacco alle spalle e, ogni volta, dandosi le spiegazioni più fantasiose.

  • La terra è piatta ma sotto non sai cosa si può nascondere.
  • “Loro” ti guardano, ti fanno credere che sia tutto come lo vedi, ma è tutto virtuale, …
  • … la realtà è completamente differente.
  • Le lucine che si vedono di notte nel cielo non sono stelle ma satelliti spia con gli obbiettivi puntati su di te. 
  • Con i raggi laser ti leggono il cervello e lo modificano per farti pensare come “loro”, in modo più efficiente di come già fanno con la televisione.

Ma per fortuna lui non ci cascava, la televisione neppure ce l’aveva, e neppure noi avremmo dovuto cascarci, ma adesso ci pesava lui … eccetera, eccetera.

Alla fine, anziché sembrare sollevato per l’ottimo risultato, iniziò a spruzzare disinfettante ovunque, anche sulla macchina, come se volesse proteggerla da una sorta di attacco microbico imminente. 

  • “Non si sa mai cosa può contenere una gomma! Siamo circondati da un’armata invisibile di virus al soldo della lobby dei pneumatici!”

Poi si voltò per andarsene, ma senza spiegarci cosa ci avrebbe guadagnato tale lobby dall’infettare l’intera umanità.

Esitò un secondo e si voltò verso la signora e sussurò:

  • “Se lo ricordi bene, Lei non hai mai visto nulla, non mi conosce e questo incontro non è mai accaduto.”

Si rifugiò rapidamente in officina trascinandosi dietro il sollevatore cigolante e la cassetta arrugginita.

La signora lo seguì con lo sguardo attonito finché Gianni non sparì dentro l’officina, poi entrò nel bar per pagare.

Non aveva più fiatato ed era rimasta con la mano sulla bocca per tutto il tempo.

Solo in quell’istante mi resi finalmente conto di essere sempre rimasto con la pistola della pompa in mano ad osservare rapito quello che stava succedendo.

Inconsapevole del tempo che passava.

Quindi, rimessa al suo posto la pompa seguii la signora per pagare la benzina.

  • “ Vorrei pagare” disse la signora.
  • “ Lo vorrei anch’io” rispose Bruno.
  • “ Vuoi portarmi quella maledetta birra?” arrivò la voce di Bukowski dall’angolo buio del bar.
  • “ Stai zitto! Te la porto quando ho finito! … se te la porto!”

Ancora oggi non conosco il vero nome di Bukowski!

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Affettuosamente Vostro

Meno Pelnaso