Vivi | Sudate Carte Curiosità III edizione

maggio 26, 2006 in Sudate Carte da Redazione

Passo, scatto in avanti, sono in attacco ora. Smilzo si sbraccia da sotto canestro. Non ti agitare, tra poco Giorda ti servirà col suo solito passaggio schiacciato e potrai infilare quella maledetta palla con un gancio, scartando a sinistra. Ho un varco, Andy ammicca verso di me, passa a Mauro, tra noi due, scatta in avanti, blocca il mio uomo e mi ritrovo con la palla tra le mani e il canestro che si dilata nella mia direzione, deformandosi. Sarebbero tre punti sopra, col mio tiro, a due minuti dalla…

“Aaahh!!”

Che cca…??! Mauro è a terra, merda, piede perno sinistro ruotato. Male, distorsione alla caviglia, di sicuro! E’ rosso, si dimena con la caviglia in mano. Andy dal mio lato “Corri, vai a prendere del ghiaccio di là dal custode”.

Proprio ora. Saremmo stati 55-52 nel momento di massima dilatazione. Esco dalla porta che dà sul corridoio laterale, passo veloce davanti agli spogliatoi. Giù in fondo, il congelatore è nell’anticamera della stanza-deposito-abitazione del custode. E’ lì che teniamo il ghiaccio accanto alla cassetta del pronto soccorso.

Spero non ci sia lui, il custode, quella bestia enorme, silenziosa e cocciuta. La porta è socchiusa, spingo, entro dentro, nessuno. Il congelatore è chiuso a chiave. Ma sì, le chiavi sono nell’armadietto di fianco. Lo apro, trovo la chiave; la serratura è impossibile da centrare – concitato e sudato e tre punti mancati – apro. Dentro montagne di sacchetti di ghiaccio sintetico, in finissime buste bianche, fredde. Dovrei affrettarmi, spingere giù il coperchio del freezer, lanciare la chiave e sperare che Smilzo strappi gli ultimi due punti sfondando la difesa al limite dell’espulsione.

Ma qualcosa mi dice che non è tutto come dovrebbe. Buste fini di ghiaccio sintetico. Bianche buste di bianco ghiaccio sintetico. Cos’è che non torna? Laggiù, sul fondo, ecco. Qualcosa di rosso, nel ghiaccio. Mi infilo per metà dentro, sposto le buste, tenendo sollevato il coperchio con la testa. Strano – penso – una scatola. Una scatola rossa.

Una piccola scatola di cartone rosso.

Una piccola scatola di cartone rosso nel congelatore della palestra? Nell’anticamera della stanza del custode?

La tiro fuori perplesso. Una patina di ghiaccio l’avvolge. Non saprei dire se è lì da tanto tempo. Potrebbe essere del custode… ma lui ha un suo frigo di là, perché utilizzare quello comune del ghiaccio?

Passi nel corridoio. E’ Andy, si affaccia sulla porta.

“Ehi, che ti prende? ‘Sto ghiaccio? Dai che dobbiamo riprendere! Entra Fetta al posto di Mauro, Gino è uscito per cinque falli e non può sostituirlo.”

Rimetto dentro la scatola. Corriamo fuori col ghiaccio.

Non riesco a non pensarci. Nemmeno aver perso di quattro punti nell’ultimo minuto riesce a distogliermi dalla scatola rossa. Nello spogliatoio l’aria è pesante. Dopo la doccia non parla quasi nessuno. Scommetto stanno pensando all’ultimo contropiede: un vero insulto!

Ma io no. Mi sto chiedendo perché mettere una scatola come quella, un cofanetto di lucida carta rossa, nel freezer della palestra.

Mi chiedo cosa possa contenere, roba deperibile probabilmente. Ma di chi?

Sono usciti tutti, io e Andy ci trasciniamo fuori nel corridoio con l’aria di chi si è appena fatto strappare la possibilità di passare il turno e non ha nessuna fretta di tornare a casa a ripassare “letteratura che’ domani chi la sente la prof”.

“Credo di aver lasciato aperto il freezer, Andy. Non aspettarmi, niente passaggio stasera, faccio due passi a piedi.”

Non è tanto convinto di trascinarsi da solo, nell’umido appiccicoso di questo Giugno interminabile. Mette su le cuffie – Red Hot Chili Peppers – mi fa un cenno con la mano.

“Ciao a domani” mentre tira fuori le chiavi del motorino.

In fondo al corridoio la luce della stanza è ancora spenta e la porta spalancata come l’abbiamo lasciata. Sono di nuovo dentro, dove ho messo la chiave? Non importa, voglio sapere cosa c’è in quella scatola e poi andarmene. Mentre apro il coperchio del congelatore, sento fuori una voce di donna e dei passi che si avvicinano. Sono almeno in due.

Cosa faccio? Mi sistemo tra l’armadietto all’angolo e la porta dietro delle vecchie sedie accatastate, il corridoio è cieco, se esco adesso mi scoprono.

Qualcuno entra, merda, proprio qui. E’ il custode! Con lui c’è una donna. Come faccio a uscire?

“Non puoi tenerli tu. Non capisci? Non ha senso, non è così che eravamo rimasti. Se solo mi avessi ascoltato.”

Silenzio. Lei sbuffa. Lui si gira verso di lei, forse così può vedermi. Non credo, le sedie mi fanno da scudo e riesco ad osservarli da uno degli spiragli. La faccia da scimmione è più contratta del solito. Alza una mano in un gesto poco rassicurante, un tentativo di schiaffo. Poi rallenta il braccio, apre la bocca, la richiude. Lei non sembra avere paura, non indietreggia. Coi capelli ricci, bassina, una borsa nera a tracolla. Ha un’aria familiare. Ma certo! ! E’ la donna del mister. Ma che ci fa con King Kong quando la palestra è vuota? E il mister dov’è?

Ma come posso essere finito qui dentro? Quella stupida scatola rossa nel ghiaccio.

Lui sembra assorto, non cambia espressione. Poi le si avvicina.

“Non li ho più io” in un grugnito.

“E poi, se scoprono che non ci sono più, cosa gli racconto? Sono abituati ad averli lì a disposizione!”

Il tono di voce di lei è stizzito e impaziente. Gesticola e si muove con tutto il corpo. Una lunga pausa. Maledetta la mia stupida curiosità, come faccio a tirarmi fuori adesso?

Lui si muove di scatto verso di lei, la afferra per le spalle, la scuote – oddio la uccide – penso.

“Non li ho io” ripete, in un unico suono masticato.

“Sì, ce li hai tu. Dove sono? Non capisci che possono morire? Dove li tieni?” tutto d’un fiato, col tono della bambina indispettita, a cui non bastano minacce o ricatti.

Lui fa qualche passo indietro, apre le braccia, prende un lungo respiro e poi, dopo secondi interminabili, con gli occhi accesi – posso vederli da qui – sussurra “Cercali”, il corpo ondeggia a ridosso del congelatore.

Lei posa la borsa, con aria di sfida sotto i riccioli scuri, si guarda intorno: gli armadietti, la cesta dei palloni… e poi si decide, entra nella camera. Lui rimane lì, non si muove e la segue con lo sguardo.

Di là: “Non sono qui dentro”. Poi si sente sbattere lo sportello del frigo.

“Ecco perché sono convinta che li hai uccisi. Ora ancora di più.”

“Questo può solo dirti che non li ho più io” una nota di ansia nella voce.

La donna del mister, si sa, è una fissata. Noi la chiamiamo la “donna biologica”. E’ di quelle con mille manie sulle diete e sul cibo sano, ma non immaginavo avesse cominciato a spacciare “esseri viventi” congelati, in combutta con custodi solitari dal passato da “mostro di Firenze”.

Esce infuriata dalla stanza, non aggiunge altro. Afferra la borsa e sparisce dalla porta in un balzo rabbioso.

Lui rimane fermo un po’, teso. Poi si gira, guarda il congelatore sollevato. – Se prova ad aprirlo, scoprirà che non è più chiuso a chiave – rifletto. Non voglio guardare.

Lo sento entrare di là, chiude la porta. Mi è andata bene, ho la possibilità di uscire. Mi tiro fuori dall’angolo, imbocco la porta, ma poi… no… devo assolutamente sapere!

Torno al congelatore, apro piano: la scatola è ancora lì. Guardo verso la sua camera, la porta è sempre chiusa. Posso prendere in mano la scatola. Devo affrettarmi, cazzo! Sono sicuro di volerlo sapere? Apro piano ma ruoto la testa di lato, con la coda dell’occhio guardo dentro.

Ma cos’è?

Una boccetta di liquido denso e bianco… sembra latte.

Sopra un’etichetta: “Fermenti lattici – Conservare nel ghiaccio”.

Valeria Baiamonte

nata a Licata (Ag) il 13 febbraio 1979 – Ingegneria elettronica e delle comunicazioni

Sicil
iana, attualmente vive a Torino, dove sta portando a termine il dottorato di ricerca al Politecnico. La lettura è la sua passione principale, oltre al cinema, ai viaggi, al basket, al pianoforte, alla cucina e alla compagnia degli amici.

Il Traspiratore – Numero 55

di V. Baiamonte