Salam, maman

settembre 27, 2006 in Libri da Stefano Mola

Titolo: Salam, maman
Autore: Hamid Ziarati
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: € 14,00
Pagine: 260

Salam, mamanChe cosa racconta Salam, Maman? Hamid Ziarati intreccia due cose. La storia di una famiglia e quella di un paese. Il paese è l’Iran, a cavallo tra lo scià e la rivoluzione di Khomeini. È fondamentale la scelta del punto di vista: quello del piccolo Alì. All’inizio del libro è l’ultimo nato, non ha ancora iniziato ad andare a scuola. Prima di lui vengono i gemelli Parì e Puyan, dopo arriverà la piccola Parvin. Come tutti i bambini piccoli, fa cose teneramente buffe. In certi passi mi sono venuti in mente echi di Emil (anche se non è così discolo come il meraviglioso bambino creato da Astrid Lindgren).

Si domanda per esempio, visto che tutti in famiglia hanno nomi che iniziano per p, se per caso lui non sia stato adottato. Il capitolo iniziale è dedicato al capodanno persiano, e veniamo subito immersi in una specie di momento magico, nell’eccitazione di una festa importante, nei rituali, nei cibi,in una religiosità musulmana umanissima. Soprattutto, facciamo conoscenza con una delle figure più belle del libro, la madre, che qui vediamo impegnata nei preparativi e nel difficile compito di tenere a bada tre bambini piccoli, nell’attesa dell’arrivo del marito. Una madre che ama sconfinatamente i suoi figli ma che al tempo stesso ha una visione ben precisa del suo ruolo educativo. Che sa senza esagerare mollare un ceffone e dire un no, e svenire al telefono quando, molti anni dopo, saprà che due di loro sitrovano in una piazza di Teheran dove l’esercito ha appena sparato sulla folla chedimostra contro lo scià.

Perché Puyan, con la passione per la fotografia, sarà coinvolto nei desiderio di cambiamento e rivoluzione che ha attraversato il paese nel periodo citato, insieme ai due amici Mehdi e Djamshid (le cui storie disegnano un piccolo C’eravamo tanto amati iraniano). Osservando la vita dei fratelli più grandi, che per trovare una possibilità di riuscita dovranno lasciare il paese uno dopo l’altro, Alì così ci accompagna attraverso i suoi occhi fino oltre la soglia della presa del potere da parte di Khomeini. Che farà dire sconsaltamente alla madre: Prima si sapeva che chi comandava era un tiranno e un despota, bastava obbedirgli e non alzare la testa, ora c’è il caos totale,comandano tutti quelli che hanno un mitra in mano, gente cui fino a ieri non avrestidato un soldo bucato; esci di casa senza sapere se torni vivo o morto per colpa di unattentato o perché ti è scivolato il chador e hai mostrato troppo i capelli.

Il romanzo è quindi una storia di formazione, la descrizione della progressiva perdita dell’innocenza, del crollo delle illusioni fino al drammatico finale. Sia personale, sia di un intero paese. Un altro sguardo sulla follia e l’ottusità che spesso attraversa l’uomo immerso nel fanatismo (si veda per esempio il personaggio di Babak). Ma al tempo stesso è una intensa celebrazione dei legami familiari. Una cosa difficile da fare senza cadere nella retorica e nel bozzetto. Riuscire in questo delicato equilibrio mi sembra un grande titolo di merito per Hamid.

Dispiegare il memoriale scrivendo principalmente al presente gli permette di mantenere una grande freschezza, come se fosse una specie di presa diretta. Al tempo stesso, poiché non è un bambino a scrivere, ecco che piovono qua e là delle metafore, delle immagini sintetiche, dei piccoli lampi di ironia. È come se Hamid desiderasse calarsi nella testa del bambino e ci riuscisse appieno, ritrovando uno sguardo candido e ingenuo, portandosi però dietro alcuni strumenti della sua testa di adulto. La cosa a mio modo di vedere funziona molto bene, perché la parte “adulto” non è per nulla invasiva, soprattutto non invalida per nulla il primo sguardo, lo completa con dei guizzi laterali che aggiungono il lampo di una prospettiva.

Mi sembra che ci siano ragioni ampiamente sufficienti per leggere il libro. Ne vorrei aggiungere ancora una. Prendete adesso la prima la frase della dedica del libro: A mio figlio Dario, perché un giorno comprenda la metà di se stesso. Ecco, non vi sembra, questa, da sola, una motivazione che di per sé giustifica tutto?

di Stefano Mola