Sabato a Ginevra, a Gennaio…

Febbraio 9, 2003 in Viaggi e Turismo da Redazione

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Sabato mattina, mi sveglio senza sveglia, vale a dire verso le dieci; mi preparo la bella colazione abbondante del sabato (pane tostato e martellatine e yogurt e caffelatte) e poi verso le undici vado nell’unico posto in cui sono sicura di potere incontrare almeno tre o quattro conoscenti in questo giorno della settimana e a quest’ora: il negozio delle lavatrici. Invenzione straordinaria, piuttosto diffusa in tutti i Paesi dove la gente non ha la tendenza a continuare a vivere con la mamma fino al giorno delle nozze, e che ti permette di fare la lavatrice per la modica cifra di cinque franchi. Non solo: per due o tre franchi in più, ti puoi portare a casa la roba asciutta, il che a Ginevra, a gennaio, è proprio un bel vantaggio. .

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Sempre sabato mattina, le undici ed un quarto: per ottimizzare i tempi, la spesa la si fa durante i cinquantasei minuti della lavatrice. Supermercato: latte, olio, verdura, yogurt, arance, mele gialle e poi cado clamorosamente sulla Nutella (non mi aspettavo di incontrarla qui!). La birra, però, no: per gli alcolici, bisogna andare in un altro supermercato.

Come tutti gli svizzeri, originali o naturalizzati che siano, la cassiera è di una cortesia straordinaria, persino eccessiva: bonjour madame, comment allez-vous madame, voici madame, merci madame, aur revoir madame, bonne journée madame. A parte che in realtà io sono … mademoiselle, preferirei un rapporto un po’ più cameratesco. Anche perché ci si abitua male….. un mese in Svizzera, e poi, appena passati in un qualsiasi paese limitrofo, si avrà l’impressione che tutti siano sgarbati e ci trattino male e non ci considerino: meglio non alzare troppo il livello-soglia delle nostre aspettative.

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Sabato mattina, le undici e mezza: libreria. Mi fiondo su qualcosa che non ho ancora letto di Jean Ziegler, il sociologo svizzero autore di parecchi libri forti e coraggiosi sul proprio paese. Finisco per “derivare” sul reparto musica e dilapido più di 70 franchi fra Brel e Beethoven, in preda ad un accesso parossistico da shopping: mi pare che la mia vita sarà definitivamente rovinata se non potrò ascoltare queste canzoni e questi concerti per violino oggi pomeriggio stesso.

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Sabato mattina, mezzogiorno. Trasferisco la roba bagnata dalla lavatrice all’asciugatrice (tre franchi, mezz’ora). Ciò mi da il tempo di spingere la bicicletta fino al più vicino ciclista, per farmi aiutare a rimettere la catena al suo posto (so che non è affatto tecnicamente impossibile e che dovrei saperlo fare da sola, ma dopo la mezz’ora di tentativi infruttuosi di ieri, ho deciso di lasciar correre). Durante il percorso di andata, vengo severamente ripresa da un signore che mi fa notare che le biciclette non hanno il diritto di occupare il marciapiede. La mia cortese obiezione (la bicicletta è in panne, la sto spingendo, sarebbe ridicolo e per giunta fastidioso per le altre biciclette che lo facessi sulla pista ciclabile) non trova alcuna comprensione: le regole sono regole. Amen, non si può mica riuscire simpatici a tutti. Riguadagno in bicicletta, sulla pista ciclabile, il negozio della lavatrice –asciugatrice, giusto allo scadere della mezz’ora di asciugatura.

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33525Sabato mattina, verso l’una: esce fuori, inatteso e benvenuto, il sole, neanche troppo pallido per essere da queste parti. Repentino cambio di programma: tuta, scarpe da ginnastica, walk-man con cassetta di Jannacci, e oretta di jogging lungo il lago. Le città con dell’acqua (che sia mare, lago, o fiume) hanno proprio un nonsochè in più: la possibilità di una passeggiata, o di una corsa, durante la quale lo sguardo può passare dal cielo al mare, dal cielo al lago, dal cielo al fiume. A volte è’ sufficiente per ritrovare un umore migliore, o dei ricordi ultimamente un po’ trascurati, o delle idee nuove di zecca. La presenza del lago, in una giornata di sole, raddoppia l’energia che già ti regalava il cielo luminoso. Torno a casa di ottimo umore, nonché orgogliosa della mia performance atletica.

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Pomeriggio, verso le tre: faccio la doccia, consumo un parco ma appetitoso pranzetto a base di avanzi vegetariani, con Nutella (quella del barattolo nuovo) e senza birra (mi sono scordata di passare all’altro supermercato), poi piazzo il CD di Brel a volume moderato (i vicini faranno la siesta…) e mi allungo tutta contenta sul divano, col mio libro di Ziegler, per capire qualcosa di più della Svizzera, questo “ensemble” che da diversi secoli coabitano su un territorio di 42,000 km2, sempre in relazioni di buon vicinato, e che come stereotipi classici evocano bianche cime e verdi alpeggi (Heidi, per la mia generazione, è stata più importante di Guglielmo Tell) e banche (pare che già Voltaire affermasse che “se vedete un banchiere svizzero saltare da una finestra, saltate dietro di lui: ci sarà sicuramente da guadagnarci”). E’ raro avere il tempo di leggere, senza limiti di tempo, allungati sul divano e per giunta in pieno pomeriggio, ed è pure piacevole, e così il tempo passa impercettibilmente ed alle cinque chiudono i negozi ed alle sei tramonta il sole ed alle sette io ho voglia di uscire.

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Pomeriggio, sette e mezza: solo ora mi rendo conto di avere commesso un errore fondamentale. Ginevra, gennaio, sabato sera. Tutti i telefoni suonano a vuoto. Nessuno ti chiama al numero di casa. Ovvio, sono tutti in montagna. Quanto i fine settimana estivi sono vivaci, fra teatri, concerti, spettacoli ed offerte culturali varie ed eventuali, tanto nei fine settimana invernali tutta codesta vivacità prende l’auto e si trasferisce ai monti. E per chi non ne aveva voglia, o era stanco, o non ha pensato di organizzarsi a tempo, o non ha una routine sciistica pre-determinata, le possibilità per la serata restano ridotte a due alternative: il cinema (qui è normalissimo andarci da soli) o un divano + libro + buona musica. Ci penso un po’ su: io, a questa storia di andare al cinema da sola, mica mi ci sono abituata. Mi ributto sul divano, determinata a finire il libro, e cercando di ricordarmi che cosa mai facesse Heidi, il sabato sera….

di raffa