Rauschenberg al Pompidou

novembre 8, 2006 in Viaggi e Turismo da Stefano Mola

Rauschenberg 1Le opere di Rauschenberg mi fanno pensare alla memoria. Hanno incorporati dentro oggetti di tutti i giorni, presi dalla vita reale: barattoli, ritagli di giornale, ombrelli, luci al neon, fotografie, bottiglie di coca cola, cravatte… La maggior parte sono bidimensionali, ovvero, dei quadri. Altre hanno invece una tridimensionalità più spiccata, magari sono scatole sulla cui superficie sono incollati o incastoni alcuni degli oggetti citati in precedenza.

A fare da legante, quasi in senso culinario, è il colore (spesso colori caldi, e molti colori: entrambi aspetti che per me contano molto). Queste pennellate ampie, che non costruiscono un disegno sovrapposto, mi sembra che riescano a conferire agli oggetti uno statuto di unicità. Un’operazione assimilabile a quella del sentimento, all’emozione personale che si sovrappone alla neutralità delle cose che ci troviamo davanti tutti giorni.

Rauschenberg 2Quel meccanismo che fa di un ombrello rotto, magari recuperato da un cassonetto, un ricordo, per esempio. Mi interessa questa suggestione: il pensiero che le pennellate siano l’oggettivazione del tentativo di trattenere la vita che ci scorre accanto. L’ombrello colorato non è più non ombrello qualsiasi: è l’ombrello cui è sovrapposta la patina della nostra emozione. L’aspirazione che nulla vada perso, che tutto in qualche modo possa essere fissato, non come pura e semplice registrazione meccanica, un verbale dei fatti, ma come possibile o potenziale evocazione dell’unico, irriproducibile, immodificabile e forse anche ingannevole momento. Collezionare più di un oggetto all’interno della stessa cornice mi richiama il teatro della memoria rinascimentale.

Io non so capire che cosa ci sia dietro, quale parte della vita dell’artista sia attaccata a quella cravatta in quel quadro, per esempio. Non credo che sia nemmeno così importante. Forse quello che conta è che guardando queste opere nascano delle domande, una ricerca delle relazioni tra le cose, anche cercando di ormeggiarci intorno, per un attimo, i propri ricordi.

C’è una frase dell’artista, tra le altre riportate sui muri, qui all’ultimo piano del Centre Pompidou, che mi ha colpito: Se non cambi il tuo stato d’animo quando ti confronti con un quadro che non hai mai visto prima, o se completamente stupido, oppure il quadro non è molto buono.

Robert Rauschenberg, Combines (1953 – 1994)

Centre Pompidou, Parigi

Fino al 15 Gennaio 2007

di Stefano Mola