Per le strade di Parigi…

novembre 8, 2006 in Viaggi e Turismo da Stefano Mola

Courbe de mon penseeFame. Tipo quella che sembra schiacciarti lo stomaco contro la spina dorsale, come quella che si diffonde per la pelle e le ossa, come una risacca all’indietro. Fame pantagruelica di mondo, fame negli occhi, fame di questa città. Fame che non ti fa ragionare, che ti fa perdere di vista una razionale pianificazione degli spostamenti e li mette in controfase al sole (che quando c’è sei al chiuso) e alla pioggia (che quando c’è sei all’aperto). Fame che ti fa prendere una via e camminarci furiosamente per un edificio intravisto in lontananza, che ti sembra anche solo lontanamente interessante, curioso, particolare, storico, e quindi come potresti non fotografarlo, magari c’è un gioco di luce di linee di riflessi, fame allora anche nell’indice, fame che ti fa perdere quasi la concentrazione, scatti senza pensare troppo e sai che quando le rivedrai non sarai così fortunato, che non ritroverai nella foto esattamente quanto hai pensato in quel momento, quello che hai pensato di intravedere.

VisagesMa anche questo è un pensiero breve perché bisogna andare avanti, c’è sicuramente qualcosa da qualche parte che non hai ancora visto e qualcosa da qualche altra parte che non hai ancora rivisto, o che vorresti trovare esattamente nella luce giusta, come quella volta per esempio, o come non era quella volta per esempio. Fame come quando apri il frigo e/o la dispensa e arraffi qualunque cosa, Place de la Republique, l’infilata dei boulevards, Saint Martin, Saint Denis, Bonne-Nouvelle, Poissonniere, Monmartre, Des Italiens, Des Capucins, le statue dorate folgoranti dell’Opéra, la Bourse, Rue Montorgueil e le mille botteghe e le mille cose da mangiare, un pain au chocolat, Saint Eustache nel sole, finalmente, il Beaubourg, tutta Rue de Rivoli, la Bastille, sempre avanti, con la fame assurda negli occhi, perché non la potrai mai mangiare tutta questa città in tre giorni, perché non potrai conoscere le storie nascoste sotto i tetti di Parigi che vedrai dall’ultimo piano del Beabourg, e nemmeno le storie di tutte le persone che sfiorerai, delle due donne che suoneranno violino e violoncello in Rue de Buci domenica mattina per esempio mentre farai colazione, della coppia che avrai nel tavolino davanti in Boulevard Saint Germain a pranzo, lei così delicata, fine, quasi trasparente nella pelle e perfino nelle labbra, con quelle piccole quasi impercettibili rughe che si formano appena sulle palpebre quando sorride e non è chiaro se è la prima volta che si incontrano, lei dice tu fais quoi donc, di lui capisci solo il collo solido, lei sembra tranquilla, così come non saprai mai quale sentiero accidentato ha appoggiato quel clochard sui sedili del quai in una stazione qualunque e ti pare lo stesso nell’identica posizione il giorno dopo e ti prende un brivido, ma vai avanti comunque, vai avanti e ti cresce dentro qualcosa che arrivi a definire come una specie di piccola forza, la sensazione di essere qui, adesso, presente a te stesso, con radici di pensieri affondati altrove, certamente, ma con le gambe ben piantate per terra, qui, con negli occhi la fame, una specie di privato e non si sa bene quanto ecologico think globally, act locally, e infine quel salon de the in Rue des Rosiers che intravedi così originale, che sembra poter esistere solo qui, ma il tempo sta scadendo e non ci entrerai, deve mettere le scarpe giù sugli scalini del metro a Saint Paul, e sai benissimo che sarà impossibile essere più precisi di così, che l’unica cosa veramente vera è questa lunghissima frase quasi senza punti, e quei versi che leggerai nel vagone della linea 6, subito prima di scendere, sono forse la più precisa epigrafe a tutto questo respiro affannato degli occhi:

Parfois une émotion passe

discrete comme un rideau qu’on ecarte

Elle salue au passage le sang nomade

et laisse à la bouche

une infinie question

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di Stefano Mola