Marco Paolini ed il suo teatro

agosto 30, 2007 in Medley da Redazione

Marco PaoliniAscoltare e immaginare, solo in alcuni casi, diventano un’azione automatica e ipnotica. Quando l’oratore è particolarmente attento ai particolari, quando gesti, parole, sguardi, sorrisi vengono utilizzati completamente per raggiungere l’arte sublime del raccontare, solo allora, il pubblico rimane esterrefatto. Non parla, non ride, non piange. Rimane semplicemente fermo, bloccato. Come sospeso tra due universi comunicanti. Non si rende nemmeno più conto di avere smesso di respirare, milioni di secondi fa. Gli occhi sono contornati da lacrime che non riescono a scendere, intimorite da quel silenzio quasi sacrale, preoccupate di creare un disequilibrio tra quegli spiriti che si stanno toccando, senza nemmeno immaginarlo. Un oratore e una platea. Un uomo che cattura l’immaginario collettivo, il Cuore delle sensazioni più intime del corteo di emozioni camminanti verso di lui.

Questo è il teatro. La parola teatro racchiude un senso di antichità, qualcosa che ci rimanda ai Greci e ai Latini, agli albori della nostra cultura. In questo tempo in cui immagini, suoni, televisioni e radio imperversano, senza più possibilità di dare una propria impronta alla storia che ci viene proposta (o alla storia che potremmo costruire insieme), il teatro si propone come ultima spiaggia per quei reduci della guerra contro la globalizzazione della fantasia.

A una persona vorrei rendere omaggio una volta per tutte, perchè è grazie al suo lavoro che io sono così. E’ riuscito a formare il mio senso del civile, della cronaca, del ricordo. Sensi già spiccati di per se, ma arenati a una forma di scrittura quasi paleolitica. La mia scrittura ha modificato il suo corso, evolvendosi. Più chiara, più concisa, più diretta. Senza false emozioni, perchè ciò che stai raccontando ne è talmente intriso da non avere bisogno di frasi ad effetto per accaparrare l’attenzione del “pubblico” (lettori, in questo caso). L’attore (ma è molto di più di un semplice attore) di cui sto parlando è Marco Paolini.

Marco Paolini VajontLe opere che più sono conosciute di Paolini sono Ustica e racconto del Vajont, due descrizioni tragiche, sensibili, dolci, spaurite di due tragedie che hanno caratterizzato quest’Italia (l’Italia che si innamora… ).

Un uomo che riesce a trasformare 81 passeggeri di un volo caduto nell’oblio in Tigi. I Tigi. Un popolo a parte, il popolo del cielo, con una propria tragedia. Tragedia nel senso epico del termine. Trasforma la loro routine in morte, morte non annunciata ma sicuramente ottenebrata. Una morte priva di sepoltura.. Una morte accompagnata dai canti di Marini e company, che fanno da contorno alle immagini di repertorio del Titanic dell’aria.

Un uomo che riesce a portarci nei paesi di Longarone, che ci mostra nell’interezza Erto, Casso e tutta la popolazione contadina che viveva (“viveva”, impossibile utilizzare un verbo al presente, per questo) in quei luoghi. Luoghi che oggi odorano di disperazione, di fatalità. Ma fatalità umana, non ambientale, come tentarono di farci credere in molti, allora. E quando arriva il momento, quando l’eccidio è pronto, quando l’onda si alza e quando le persone vengono annientate.. Moriamo con loro. Sentiamo bruciare la pelle,abbiamo la sensazione di Evaporare. Di non essere più. Di scomparire. Di non avere più un corpo. Di non avere degna sepoltura. Di non potere più riposare.

Paolini ha questa capacità: non racconta. Mostra. Ogni suo gesto diviene azione. Azione collettiva, azione antica, azione presente, futura, attuale. Azione vera o azione inventata (perchè, come dice lui, ogni tanto deve fare del teatro, deve inventare per tenere alta la nostra attenzione). Un suo movimento non è un semplice gesticolare. Non è un semplice accompagnamento alle parole. Ma sono le parole che divengono vita. E non ha bisogno nemmeno di un teatro, se vogliamo. Le sue arti magiche sono così evolute che basta che una folla gli si sieda accanto, in un posto qualsiasi, in un’ora qualunque… che quella stanza o quella casa si tramuta in “Luogo per l’orazione”. Orazione suprema, sublime, sempreterna (le tre s della sapienza).

Marco Paolini Teatro civicoAnche nei suoi Diari ogni personaggio diviene oggetto della nostra quotidianità. Nicola, quel Nicola così timido e innamorato della bella Nora, sembra di averlo davanti. Jole, sono sicura di averla incontrata, una volta o l’altra. Forse in una manifestazione, la manifestazione del 25 aprile.

Ogni risata però ha un risvolto. Il risvolto dell’attualità. Perchè, come avete capito, Paolini è denuncia. Così, tra un urlo, un “mona” e un italiano biascicato dialetto, la doccia fredda arriva. Non avvisa. A volte è supportata da un suono. A volte invece è solo il suo sguardo a cambiare. Ma l’effetto è lo stesso. Delirio di impotenza. Annichilimento. Oppressione dei sensi. Voglia di sbattere la testa contro il muro. Urlare agli indifferenti: Io c’ero! Ho visto!! Anche se, in realtà, non è così. Ma sembra, dopo averlo sentito parlare. Come quando introduce la bomba in Piazza della Loggia, a Brescia. Anche lui, che non c’era, che era a casa, l’ha vista. Con gli occhi dell’incredulità che ci stanno accomunando perchè, anche se sono trascorsi vent’anni, vediamo traditi i nostri giochi, i nostri ideali. Come può esserci il sangue in mezzo alla nostra voglia di amore? Come può in questi favolosi anni settanta…

Ma, un attimo, fermi. Non siamo negli anni settanta. non più. Avevamo dimenticato quale fosse la nostra connotazione.

E’ la magia di Paolini.

Che riesce a portarci fino al fiume Donn, insieme ai morti, Italiani, per niente. Sentiamo il freddo, la neve imperversa e camminiamo. Come dei Charlot involontari, perchè quel cammino è difficile, frammentario. Soprattutto non voluto.

E le urla, i comandi, i tamburi, le morti, gli spari… sentiamo tutto questo. Siamo in guerra. E trasformiamo questo caos che imperversa in una strana musica che ci aliena, che ci rende inermi e piccoli, in mezzo a una storia troppo grande per noi.

Paolini, questo è. La storia del mondo personificata, il male di vivere che si ribella, che ci grida che la vita è bella ma che bisogna sempre capire, ricordare, sviscerare,domandare, dubitare. Dubitare anche di lui, che non vuole essere trasformato in portatore di verità, ma essere solo un mezzo per il dialogo, con le vittime che urlano giustizia.

Dubitare anche delle proprie percezioni, a volte, perchè solo il tempo riuscirà a farci capire cosa accadde. Ma il tempo deve essere sposato con le emozioni, perchè solo l’indignazione viva può portare giustizia e novità vera in un mondo oramai perso in se stesso. Un mondo che trova rifugio solamente nelle parole e nella penna di un attore, che si trasforma in cantastorie e che ci parla di se per parlarci di noi.

Siamo un racconto collettivo, siamo vite intense ridotte in cenere da chi, da qualche parte, comanda e non pensa. Comanda e non ama. Comanda e… uccide.

Che il cammino del soldato entri dentro di voi. Che i “violentati dal rumore” (perchè Vajont è stato anche RUMORE!! Chi vi ha mai parlato di questo? Chi mai vi ha fatto ascoltare quel frastuono, quel fragore che ha anticipato la nostra morte!!) non siano rimossi dalla vostra coscienza. Che non smettiate mai di domandarvi: chi ha messo quegli oggetti sugli alberi? Guardando i resti (pochi) che addobbano la flora del territorio di Longarone..

Che non smettiate mai di ripetervi che i Tigi siamo noi..

Tornate pure a respirare. Siete di nuovo a casa. Ma, vi prego, non dimenticate.

di Alice Suella