Letizia Corgnati: ricordi ed emozioni

febbraio 25, 2001 in il Traspiratore da Redazione

Qual era il rapporto di Maurizio Corgnati con il territorio e la cultura piemontesi?

“La famiglia di Maurizio Corgnati era un grande complesso armonioso, dalle antiche tradizioni culturali e dalla mentalità aperta, contraddistinto dalle buone letture, dalla buona tavola e dalle grandi riunioni familiari, dove si discorreva di musica come di caccia, di teatro e anche di agricoltura. La madre era proprietaria terriera, il padre notaio di questa regione canavesana. Quindi il rapporto con il territorio era fortissimo, tutta la famiglia di Maurizio aveva radici profonde con la cultura piemontese”.

Come mai Maurizio Corgnati rimase profondamente legato al paese natale di Maglione, nei confronti del quale, negli ultimi anni di vita, decise di profondere tutte le sue energie, indirizzandole, in particolare, alla valorizzazione del patrimonio culturale locale?

“Fu tutta la famiglia a lasciare il paese canavesano di Maglione, ad eccezione del padre, quando giunse per i figli il tempo di frequentare le scuole superiori e l’Università, a Torino. Dopo un certo tempo a Roma, che dedicò al cinema, Maurizio ritornò a Torino per dedicarsi alla televisione. Quindi giunse l’epoca dei grandi viaggi; infine, andando in pensione, venne a riabitare la vecchia casa di Maglione”.

Come nacque in Maurizio la passione per l’arte? Derivò, forse, da tradizioni familiari o rispose a una sua tendenza particolare?

“Maurizio non aveva una “passione per l’arte”, lui stesso era “l’arte”. La vita stessa per lui era spettacolo, non la intendeva che così. Orientamenti, pensieri, sensazioni, passioni, tutto in lui era al servizio di una superiore concezione della vita, che la sua fantasia e intelligenza erano in grado di trasformare, senza alcun sforzo, in gioco. Egli intendeva la vita come rappresentazione”.

In quale occasione culturale Maurizio ebbe occasione di conoscere e, poi, frequentare artisti come Spazzapan e Mastroianni?

“Non furono incontri avvenuti in alcuna occasione particolare, ma, semplicemente, vivendo, vivendo a Torino, dove tutti gli uomini di cultura si incontravano, nei bar e caffè, più che negli studi delle soffitte, alle conferenze dove avevano luogo dibattiti accesissimi. Alla sera ci si trovava nella “piola”, dove, magari, si poteva incontrare qualche artista venuto a Torino per la televisione, come Buazzelli o Alirio Diaz. Questa è la differenza con i nostri giorni: oggi esistono “occasioni culturali”, allora si viveva la cultura.”

Quale linguaggio artistico considerava a lui più congeniale?

“Li considerava un po’ tutti i linguaggi dell’arte, nessuno in particolare. La natura lo aveva fornito di una memoria straordinaria, rimasta sempre integra. Così non poteva non sorprendere per la ricchezza della cultura che possedeva in ogni settore, dalla letteratura alla musica, dalle arti figurative alla poesia. Dai grandi ai minori, nulla sfuggiva alla sua indagine”.

Come riuscì a coniugare la passione artistica con quella dell’indagine storica?

“Vede, non si tratta di coniugare, di conciliare. Lei riterrebbe inconciliabile il lavoro di architetto con la passione per i girini? E se sì, perché? La vita non è una partita in cui si affrontano interessi opposti e anche la storia è una forma d’arte, eccome, essa è espressione dell’imponderabile. La mano dell’artista, come di chi fa storia, è guidata da forze che per metà sono riconducibili a un progetto, per l’altra metà all’azione del destino, o, se crede, del caso. Forze, comunque, imprevedibili e insondabili.”

Quando nacque in lui il desiderio di indagare la figura storica di Alessandro Manzoni?

“Il padre di Maurizio ebbe sul comodino, tutta la vita, una copia de “I promessi Sposi”. Al liceo, di tutta quella lettura, ciò che interessò vivamente Maurizio fu il “quadro della vigna” di Renzo, tanto che egli si promise di mettersi a studiare, prima o poi, le ragioni di quella descrizione analitica e puntigliosa. Quell’impellenza, poi, svanì, ma, passati quarant’anni, il tormentone si riaffacciò. Fu così che, insieme, affrontammo la passione agricola manzoniana”.

I metodi di quell’indagine storica furono simili a quelli che avete poi adottato per il libro dedicato a Camillo Cavour?

“No. Fu tutt’altra cosa. Però un denominatore comune si può ravvisare. Là la rigidezza manzoniana da sfatare, cercando l’uomo che si affannava nell’allevamento del baco da seta, nel coltivare il cotone nel milanese, pensando di essere sempre sulla soglia della povertà. Qui si trattava di indagare il Cavour tutto d’un pezzo, quello dei libri di scuola, anche lui da rendere umano, nelle sue debolezze e nelle sue dolcezze. Infatti, per ottenere una visione totale occorreva che venissero poste in luce tutte e due le facce”.

Quali aspetti della vita e della personalità di Cavour affascinarono di più suo marito?

“Ne volle indagare la vita sentimentale e familiare, proprio per il fatto che era curioso del Cavour politico. Quella portentosa intelligenza, la disciplina eroica, le intuizioni e le doti diplomatiche mostrate da ministro dovevano aver avuto una radice e un esercizio nella giovinezza. Fu una sorta di addestramento e praticantato. Ne uscì un uomo brillante, estroverso, ricco di humour, i cui amori avevano costituito per lui una preziosa palestra.”

Come avvenne il vostro incontro? E’ stata, forse, la passione per l’indagine storica ad accomunarvi?

“Ciò che ci accomunò non fu tanto il complesso delle passioni, bensì delle insofferenze. Stavamo bene insieme. Il nostro incontro avvenne negli studi televisivi di Torino. Io ero lì a curiosare tra il pubblico delle trasmissioni, mentre Maurizio realizzava le regie. Da quel momento non ci siamo più lasciati e, vivendo insieme, ci siamo accorti di concordare su tutto”.

Qual è l’eredità che Maurizio ha lasciato in Piemonte, in particolare a Maglione?

“La sua eredità è, oggi, rappresentata dal Museo d’Arte Contemporanea all’aperto, a Maglione. Maurizio incominciò ad invitare gli artisti a dipingere sui muri delle case a partire dal 1985. Da allora il museo di Maglione si è arricchito e oggi consta di più di centocinquanta lavori tra pitture, sculture e installazioni”.

Quale fu il rapporto tra Maurizio e la letteratura? Come conobbe gli amici Lucentini e Fruttero, cui ha dedicato il libro, e il regista Mario Soldati?

“Mio marito a Torino lavorava per la televisione. Nel periodo in cui soggiornò in città collaborò anche ai giornali. Dalle case editrici, dalle gallerie d’arte, dalle associazioni, la cultura si riversava poi nei salotti, nelle trattorie di periferia e nelle bocciofile, dove la piemontesità si esprimeva non soltanto nella cucina, ma anche in esibizioni canore. Ne nacquero rapporti forti, duraturi. I tempi, sicuramente più duri di quelli di oggi, erano in grado di cementare l’amicizia, e poi c’erano Eco, Fo, Soavi e Straniero”.

Macam – museo d’arte contemporanea all’aperto

Località: via Castello, 2 – Maglione (TO)

Info: tel. 0161.400.113

Orario: sempre visitabile

Ingresso: gratuito

Il Traspiratore – Numero 28

di Mara Martellotta