Impressioni su Ariane et Barbebleu

dicembre 3, 2007 in Spettacoli da Stefano Mola

ArianePrima di parlare dello spettacolo Ariane et Barbe-bleu, dobbiamo parlare di Ariane et Barbe-bleu. Lo so che sembra un artificio dialettico. Cercheremo di spiegare perché non è così. Prima di tutto, occorre distinguere tra l’Arianemusica e l’Arianelibretto. Diciamocelo: l’Arianelibretto è scarno e statico. Se ci mettete più di un minuto a riassumere la trama, vuol dire che state funzionando in slow motion. Se andate a velocità normale, vedrete che è così. Ariane apre cinque porte trova dei gioielli scende a liberare le mogli credute morte scioglie le corde che legano Barbablù quando i contadini in rivolta lo portano dentro dice che se ne va chiede alle altre mogli se vogliono seguirla loro dicono no e rimangono. Finito. Non c’è bisogno di punteggiatura, né di prendere fiato. So anche che è una semplificazione brutale, con tutto rispetto per chi lo ha scritto, ovvero il signor Maurice Maeterlinck (by the way, premio Nobel per la letteratura, ma sappiamo che quandoque bonus dormitat Homerus). Innegabile che rispetto alle Nozze di Figaro, tanto per dirne una, ci sia molta meno storia. C’è dietro giustamente tutto un sostrato simbolico, che secondo me si riassume in un inno alla libertà individuale. Ci sono alcune battute di Arianne assai significative al riguardo:

Tout ce qui est permis

ne nous apprendra rien

[…]

l’heure où l’on peut agir est rare et fugitive

[…]

Ce que j’aime est plus beau

que les plus belles pierres

[…]

Le bonheur que je veux ne peut vivre dans l’ombre

Il messaggio, forte e importante, si può riassumere così : la libertà come scelta individuale e desiderio di conoscenza, come impegno in prima persona, come fardello da portare sulle spalle, perché non basta la libertà per essere liberi davvero. Infatti le altre cinque mogli alla fine scelgono di rimanere, pur avendo la possibilità di seguire Ariane. Ancora una volta quindi l’opera è uno specchio in cui leggere noi stessi.

Parte due. La musica di Dukas. Distinguo la musica dal canto. L’orchestrazione, il sottofondo, è molto bella. Fa pensare al mare. Come spazio di libertà, ma anche di inquietudine, di mistero. È qualcosa che scorre e da cui emergono guizzi. È buia, ma con spazi di luce. Le linee di canto invece non mi colpiscono, troppo al limite del declamato.

Ariane 2Queste le premesse, per inquadrare l’analisi del risultato. Dato che in fondo non c’è una storia da raccontare, ma piuttosto un messaggio, probabilmente occorreva un’invenzione forte di regia. Un Carsen à la Rusalka dello scorso anno, per intenderci. Il Korsunovas del Flauto Magico, sempre restando allo scorso anno. Le scene di Philippe Fraisse disegnano un castello fatto di monoliti di cemento. Cercano probabilmente l’inquietudine, fanno il loro lavoro, ma non mi hanno colpito più di tanto. Elegantissimi invece i costumi disegnati da Rossana Caringi. L’insieme conferisce un’impressione di staticità. Ripeto, con una storia così non era per niente facile, ma la regista Danielle Ory non mi sembra aver trovato il guizzo tale da far diventare un buon spettacolo uno spettacolo memorabile. Invenzione degna di nota la cascata di petali che chiude il secondo atto, molto suggestiva.

Nella compagnia di canto mi sono piaciuti in primo luogo la nutrice, interpretata da Nadine Denize e Kristine Ciesinski, nell’impegnativa parte di Ariane (sempre in scena e quasi sempre in canto). Quanto al coro, diretto come sempre da Claudio Marino Moretti, ci ripetiamo, ma è un piacere farlo: ottima prova, potente senza essere mai sopra le righe, si inserisce perfettamente in quel mare di cui abbiamo parlato qui sopra. Anche per l’orchestra dobbiamo ripeterci: quella del Regio ci sembra aver dimostrato ancora una volta una affidabilità e una duttilità di notevole livello.

Le foto che corredano l’articolo sono di Ramese e Giannella. Copyright Fondazione Teatro Regio Torino.

di Stefano Mola