Il ponte

agosto 5, 2005 in il Traspiratore da Cinzia Modena

Un giorno ho costruito un ponte, su un’alta collina. Volevo far vedere ai miei figli panorami lontani.

Non è stato facile. L’idea iniziale era quella di un ponte che poggiasse sull’infinito. Un infinito dai colori celesti, banalmente l’atmosfera. Un passaggio verso l’orizzonte che aprisse la vista sul mondo e senza barriere.

Chiudevo gli occhi e sognavo di appoggiarmi a questo lungo balcone con vista a colori. Il volto al sole ed al vento. Sentivo gli odori respirati con i sensi del naso della bocca e delle mani. Una calda gioia saliva dentro di me e si propagava in ogni singola cellula. Ero pronto allora ad aprire gli occhi. Colore!

Una tavolozza di colori di fronte a me muoveva il suo respiro lentamente.

Sfumature di verdi e marroni, e poi di rosa rossi gialli azzurri grigi… fiori, prati, campi, case, abiti, automobili. Natura e la così detta “civiltà” adornano quella che è la curva che i miei occhi vedono sempre, aperti o chiusi. Vedono l’oggetto del loro amore. Io amo lei, in primis. Non ricordo da quando ho iniziato a provare una sensazione così forte. Mi nutro di lei. Con lei mi sento in pace.

Lei mi avvolge con i suoi suoni e profumi. Mi stordisce con i suoi silenzi e misteri. Mi confonde con il suo mutare.

Quando son cresciuti ho avuto il forte desiderio di far conoscere ai miei figli l’oggetto del mio amore e passione. Non sapevo come riuscire nell’intento senza che pensassero che fossi un visionario o un mezzo matto neanche artista. Mi spaventava molto l’uso delle parole. Amare i miei figli mi fa amare ancor di più lei e lei mi porta ad accrescere il sentimento per loro. Rischiavo però di annoiarli o di allontanarli dalla mia musa. Temevo di esser frainteso.

Amo camminare. Ed i miei figli hanno iniziato a conoscerla passeggiando e correndo per i sentieri dei suoi boschi. Insieme abbiamo scoperto bacche, mute di bisce, gli anelli dei tronchi d’albero. Un’esperienza sempre diversa: hanno notato e scoperto che era come se ci fosse un’anima. Ogni ingresso risultava simile, anche quello di uno stesso bosco, ma era il seguito che cambiava. Per quanto familiari fossero i posti o le specie incontrate, ogni passo era una scoperta nuova, ogni corsa ricca di suoni differenti. Giocavano con le lepri, imitavano il canto degli uccelli e si divertivano a cercare ruscelli e fonti d’acqua. Io la guardavo e la ringraziavo di aiutarmi così tanto. Con loro non ho usato subito le parole. Ho lasciato che fossero le loro emozioni a guidarli inconsciamente verso un discorso che volevo affrontare insieme.

I boschi si allargavano come fiori che si aprono al sole e si affacciavano a campi, a montagne, al mare, ai laghi, ai ghiacciai, ai deserti. Il viaggio si era ampliato poco a poco di tanti incontri, più o meno felici, con portavoci di lei. La loro curiosità ha fatto conoscere anche a me alcuni suoi aspetti inesplorati.

Con qualche capello bianco in più, ho deciso di costruire qualcosa con le mie mani che fosse una casa intima dove raccogliermi in serenità e dove ritrovare lo stretto abbraccio dei miei figli quando sarebbero stati ormai un po’ adulti, ormai un po’ fisicamente lontani da me.

Non è stato facile. Girando insieme abbiamo scoperto un paesino da cui si domina il panorama su più versanti e lo sguardo può unire i mari ed i monti, le campagne e le città. Ho pensato che là avrei potuto realizzare il mio sogno ed ho comprato una casa laggiù.

Oggi quel ponte esiste e collega il paese con un bosco, ma è soprattutto il ponte dei ricordi e dei panorami. Da lassù si può guardare all’infinito ed entrare in praterie, boschi o cascate o volare in mezzo a vallate e sentirsi una foglia portata dal vento e condotta chissà dove, e poggiarsi, lentamente e con leggerezza, su di lei che mi accoglie sempre con il suo sguardo un po’ materno. Lei ha un nome caro ma che non pronuncio mai. E’ così tanta e delicata ché la sua grandezza e delicatezza possano esser spiegate e ricondotte ad un semplice termine. Come amo pensare che il mio ponte sia aperto all’infinito, così mi rivolgo alla Terra pensando a lei come alla mamma delle mamme, alla culla dei misteri, al castello delle magie e dei miracoli. Oggi lei è un po’ più vecchia e sofferente, il suo respiro un po’ affannoso ma la sua energia è tale come la sua ribellione non sopita, e guardo a lei e faccio forza dentro di me per superare gli ostacoli che a volte sembrano travolgere.

La guardo, l’abbraccio ad occhi chiusi e mi sembra di abbracciare anche i miei figli, con la stessa forza con cui loro da piccoli si stringevano ad un tronco ridendo…

Mettere le mani nella bruna terra… affondare le dita

Ritirarle e vedere grumi marroni attaccati, filamenti di radici, pietre…

Scavare nella terra per fare un castello di sabbia

Per costruire un passaggio per un treno

Per trovare tesori

Per restituire alla vita una piantina

Per pensare quante cose questa semplice terra secca, umida, arida, ricca… ci regala

Tante quante le sue sfumature ed i suoi colori attinti dall’arcobaleno

La terra è passato presente e futuro

Mettere le mani nella bruna terra… affondare le dita

Ritirarle e vedere grumi marroni attaccati, filamenti di radici, pietre…

Per trovare tesori

Per scavare tra pietre secolari

Per ritrovare vetri e dipinti e mosaici nascosti

Per riportare alla vita o al nostro sguardo vecchie sementi e specie animali

La terra è passione e stupore

Mettere le mani nella bruna terra… affondare le dita

Ritirarle e vedere grumi marroni attaccati, filamenti di radici, pietre…

Per chiedersi il perché di tutto questo

Per volgere il pensiero alla filosofia

Per sentirsi piccoli e grandi e potenti ed impotenti

Per aprirsi alla meraviglia di quanto godono i nostri i sensi

La terra è la nostra patria natia e culla

Il Traspiratore – Numero 54

di C. Modena