Cinemambiente 2002

ottobre 20, 2002 in Spettacoli da Redazione

E’ stata inaugurata venerdì 18 ottobre la quinta edizione del Festival Cinemambiente. La manifestazione cresce di anno in anno abbracciando le tematiche ambientali in tutte le sue sfaccettature. Dall’ecologia alla sociologia, dall’antropologia all’attenzione per i processi della globalizzazione.

Nella prime due giornate abbiamo visto:

“L’empire des steppes” (L’impero delle steppe) di Karel Prokop, Francia 2001

Chi parla del Kazakhistan? Sui media italiani questo paese – vasto quanto l’Europa – è salito alle cronache un annetto fa durante uno dei viaggi del Papa. Se n’è parlato per un paio di giorni. Poi il nulla. Eppure ci sarebbe molto da dire su questa terra di confine che non è più Unione Sovietica e non è ancora Asia. Per anni i sovietici l’hanno usata come pattumiera compiendo esperimenti nucleari e batteriologici che ancora adesso si ripercuotono come una condanna sulla popolazione. L’eredità delle nefandezze compiute negli anni dello stalinismo si paga ancora oggi. Il tasso di tumori e di disturbi mentali negli abitanti di alcune zone di questa immensa nazione è elevatissimo. Inoltre pare che il livello del Lago d’Aral si sia notevolmente abbassato nell’ultimo anno a differenza del Mar Caspio che ha subito un notevole innalzamento. Il rischio è che, tracimando, le acque del Caspio vadano a sommergere i numerosi pozzi petroliferi che sono una delle più importanti fonti di reddito della nazione. Ma non sarebbe l’unico danno. Dal Mar Caspio provengono il 90% degli storioni pescati nel mondo. In caso d’inquinamento delle acque, gli storioni morirebbero creando una catastrofe ecologica dal notevole impatto economico. Chi avrà la meglio fra caviale e petrolio? C’è bisogno di chiederlo?

“La ultima huella” (L’ultima traccia) di Paola Castillo, Cile 2001

Dice un vecchio proverbio senegalese che ogni vecchio che muore è come una biblioteca che brucia. Cristina ed Ursula Caldéron, ultime superstiti degli indio Yagan, sono l’ultima traccia di un popolo e di una lingua schiacciati dalla modernità. L’incursione di Paola Castillo nel profondo sud del Cile non è soltanto ricerca antropologica, è uno studio di linguistica che non disdegna l’impressionismo: di volti, paesaggi, gesti. Intrecciare un canestro da vendere ai turisti, passeggiare sulle terre dei propri progenitori, rintracciare i terricci con i quali si pitturavano il volto, può essere il modo per rimanere ancorati ad un passato che scivola via, inesorabilmente, come sabbia fra le mani.

“L’invasione degli ultracorpi” (Invasion of the Body Snatchers) di Don Siegel, Usa 1956

“Chiamate l’effe-bi-i”. Finisce con questo anacronismo linguistico “L’invasione degli ultracorpi”, primo film cult della rassegna “Late Night Show”. Cinemambiente ha fatto nuovamente centro proponendo in seconda serata la science fiction degli Anni Cinquanta. Ad aprire la rassegna è stato questo bel film del 1956 in cui il dottor Miles Bennel si trova a dover combattere contro oscure entità aliene che privano gli uomini dell’anima e della mente lasciandone i corpi come involucri vuoti. Un po’ quello che sta succedendo ai telespettatori nel paese delle veline. Scherzi a parte, la metafora, all’epoca, era un’altra. In pieno maccartismo, gli alieni che volevano rendere gli uomini tutti uguali erano inequivocabilmente i comunisti. Il povero dottor Miles accerchiato dalle forze del male (sul tema della sindrome da accerchiamento nella cultura statunitense ci sarebbe da scrivere un saggio a parte) si trova con le spalle al muro. Anche i suoi più cari amici sono stati trasformati in ultracorpi. Ci casca pure la bambolona di turno (della quale rileviamo il lungo collo che sarebbe piaciuto a Casorati). Poi in un finale voluto dai produttori (e diametralmente opposto a quello previsto inizialmente da Siegel) ci pensa l’effe-bi-i a mettere a posto le cose. Come sempre.

di Davide Mazzocco