Boudjedra per Traspi.net

maggio 23, 2004 in Libri da Stefano Mola

boudjedraRachid Boudjedra, algerino, nato nel 1941, in Cerimoniale (appena uscito per i tipi di epoché) racconta gli anni del fondamentalismo in Algeria da un punto di vista molto particolare: quello di Sarah, poliziotta, appartenente ai corpi antiterrorismo. Sarah è una donna libera, bella, sensuale, che nonostante il clima di terrore del paese non teme di vivere pienamente la sua femminilità. Alle spalle, un passato doloroso: il padre ha abbandonato la famiglia accusando la moglie di adulterio. La prospettiva è quindi quella di chi appartiene a quella metà del mondo che maggiormente soffre gli esiti della follia sanguinaria e cieca dei fondamentalisti, ma che al tempo stesso non ha paura di cercare una affermazione sociale. Due sono i casi che la colpiscono: Sarah, ragazzina stuprata e uccisa; e Ali, che incontra una pallottola nel cortile della scuola. Sarah conserva i ritagli di giornale, li affigge davanti alla sua scrivania. Per il piccolo Ali, immagina e cerca rivivere, scrivendole, le sensazioni degli ultimi istanti, prima del colpo. Ma nonostante queste ossessioni, riesce a mantenere la rabbia al di sotto di una pellicola di lucidità e condurre le indagini. Parallelamente si svolge la storia d’amore con Selim, anch’egli nella polizia, appassionato di filosofia e scacchi, anch’egli da piccolo abbandonato dal padre.

Boudjedra ha scritto un libro molto bello e intenso. Affrontare un tema quale la follia fondamentalista è difficile. I nostri occhi ormai sono saturi di orrori, le immagini di violenza scivolano via una dopo l’altra, si accatastano nei pressi di una indignazione scontata. La forza del libro sta nella resa a tutto tondo di un personaggio femminile estremamente credibile. Boudjedra riesce a restituirci la sua sensualità, i suoi dubbi, le rabbie, i tormenti, il peso del passato. Sarah è estremamente viva di fronte ai nostri occhi di lettori, e questo permette di rendere altrettanto vivo e intenso il contesto.

Abbiamo incontrato l’autore durante una colazione epoché nella bella casa torinese di Dada Rosso, in occasione della presentazione del libro. Ecco di seguito l’intervista che ci ha concesso.

Lei ha scelto come protagonista del libro una donna che lotta contro il fondamentalismo: perché la donna ne è la vittima principale, o perché la donna può rappresentare la speranza più grande?

Diciamo per entrambi i motivi. Le donne sono state le principali vittime del fondamentalismo. Hanno dovuto subire le peggiori atrocità: stupri, assassinii. Venivano rapite, portate nella macchia, stuprate e trasformate in schiave. Quindi, avevano delle buone ragioni per combattere il fondamentalismo, e lo hanno fatto, molto più che gli uomini, a livello della società civile. Inoltre per me, fino a quando le donne non saranno riconosciute alla pari degli uomini, fino a quando questa parte della società sarà messa da parte e disprezzata, non sarà possibile in tutto il mondo arabo mussulmano un vero sviluppo economico, culturale, sociale. Come tutto questo può succedere se metà della società non è libera, non è riconosciuta? Inoltre, se guardiamo all’Algeria, che è forse un caso unico nel mondo arabo, molte donne hanno avuto la possibilità di studiare, e siccome studiano meglio degli uomini, hanno avuto successo. In alcune professioni che possiamo chiamare, per così dire, sensibili, le donne sono la maggioranza. Per esempio nell’insegnamento, o nella medicina, dove la percentuale di donne medico raggiunge il 65%, cosa che è sorprendente se pensiamo che in Marocco o in Tunisia è 20%. Ancora più importante è l’esempio della giustizia: il 58% dei giudici sono donne. Quindi, le donne hanno un potere reale nella società. Possiamo dire che in Algeria qualcosa inizia a cambiare, le donne si sono conquistate dei diritti. Alla fine, l’integralismo, di cui io ho sofferto molto, forse più altri, e che ho combattuto con la scrittura, questo momento di crisi gravissima, può essere cinico e paradossale dirlo, ma al tempo stesso ha rappresentato un punto di svolta alla fine positivo: ripeto, ora le donne, in Algeria, si sono conquistate dei diritti. Il futuro è la donna. Lo dicono i risultati degli esami di maturità in Algeria: le donne hanno sempre i voti migliori. Secondo me la donna può veramente rappresentare l’elemento chiave della trasformazione. Ma ci vorrà del tempo, perché la cultura arcaica maschile è ancora troppo forte.

Sarah e Selim hanno in comune l’assenza di un padre, e questa condizioni li avvicina. Come mai lei ha scelto la stessa condizione per i due personaggi? È possibile dire che l’assenza di un padre priva di un punto di riferimento, ma al tempo stesso offre la possibilità di affrancarsi da una cultura?

No, direi piuttosto che questo è un riflesso della mia storia personale. Ci sono molti elementi autobiografici nei miei libri. Si può dire che io non ho avuto un padre, perché mi ha abbandonato. Di qui viene probabilmente la difesa della donna che è presente in tutti i miei romanzi: non è infatti la prima volta che il personaggio principale è una donna. Penso che essere stato rifiutato, non aver ricevuto amore da parte di mio padre rappresenti ancora, per me, a sessantatre anni, una ferita. La scena del funerale della madre di Sarah che racconto nel libro è accaduta veramente, è accaduta a me. Mio padre ci ha abbandonato e si è ripresentato solo nel momento della cerimonia funebre, per leggere il Corano, e lo abbiamo messo alla porta. Credo che la cosa fondamentale nel romanzo sia che in entrambi c’è la ferita della perdita del padre, e che questo contribuisca ad avvicinare Sarah a Selim. E del resto, entrambi scelgono di entrare nella polizia, una scelta che per certi versi, in quegli anni, è una scelta suicida.

Il fanatismo, sia politico, sia religioso può anche essere visto come un modo semplice di proteggersi contro l’incertezza del mondo. Lei è d’accordo? Crede che sia un fenomeno destinato a diffondersi sempre più?

Si, credo che il fanatismo derivi da questo. Quello mussulmano, o piuttosto islamico, penso però che derivi anche dal disprezzo e dall’arretratezza economica e sociale che i mussulmani hanno dovuto subire, perché questi paesi sono stati colonizzati. L’Algeria lo è stata per un secolo e mezzo e non si può pensare che si possa uscire da questa condizione in un tempo breve. Ma io non credo che sia un fenomeno in crescita. Già in alcuni paesi del medio oriente sta diventando ridicolo essere integralisti mussulmani. L’Algeria è stata in un certo senso un esempio di sconfitta dell’integralismo. Un fallimento totale, causato soprattutto dalla violenza. Altrimenti, avrebbe potuto anche mantenere il potere. Ma chi ha maggiormente sofferto a causa del fondamentalismo è il popolo. Quando hanno amministrato dei comuni in Algeria i fondamentalisti hanno dimostrato di essere più ladri e corrotti di colore che pretendevano di riformare. Per esempio alla periferia di Algeri hanno trasformato una piccola clinica statale nella casa del sindaco, cacciando via i malati. Per tutto questo, credo che il fenomeno sia destinato ad esaurirsi. Io credo che tutti i fondamentalismi non abbiano futuro, sia quelli religiosi che quelli politici. Come il socialismo, così il capitalismo, personalmente non credo che una fede cieca nel capitalismo rappresenti una soluzione. Diverso è invece il discorso nei paesi dell’estremo oriente, che sono gli ultimi arrivati nel mondo islamico. In questi paesi temo che, anche a causa della presenza di altre minoranze religiose, la situazione possa diventare drammatica.

Quando Sarah dà il porto d’armi alla vedova del magistrato ucciso dai fondamentalisti, sembra che incomba un finale tragico. Lei ha mai immaginato per la storia una conclusione dram
matica?


No, mai. Del resto questa donna è solo in parte un personaggio da me inventato, è modellata su una donna realmente esistita e che io ho conosciuto. Io avevo ritagliato dai giornali le storie, riportate nel libro, della bambina violentata e uccisa, del ragazzino ucciso nel cortile della scuola da un colpo di pistola e dell’uomo torturato. E un giorno, in un ristorante, ho incontrato questa giovane poliziotta, che mi ha riconosciuto e mi ha chiesto un autografo. Allora mi sono seduto al suo tavolo, dove c’era anche il suo compagno, abbiamo iniziato a parlare e mi ha raccontato della sua vita, del suo lavoro nell’antiterrorismo. Ci sono chiaramente molte cose che ho inventato, come l’episodio dei pezzi di cervello del marito, anche se sono cose che ho visto io con i miei occhi, ho visto cervelli estratti e dispersi per strada. E poi, soprattutto, quando ho scritto il romanzo il problema dell’integralismo era stato risolto.

La lumaca è un simbolo che appare più volte nel libro. Simbolo sessuale e simbolo di una progressione lenta, ma determinata?

Si, senz’altro. Mi piace molto la lumaca, soprattutto il fatto che sia ermafrodita, forse come reazione al machismo, degli arabi, o anche degli italiani, insomma, dei popoli mediterranei in genere. Gli uomini spesso millantano di saper fare bene l’amore, 30 volte per notte addirittura. E la lumaca, lo fa cinquanta volte il secondo, e nei due modi, perché è ermafrodita. È un simbolo mi accompagna da tempo, il mio quarto romanzo si intitola per l’appunto la lumaca, ne ho scoperto le caratteristiche grazie a un amico biologo, è un animale che mi affascina, per la conchiglia, per il suo avanzare lento.

Sarah nel libro si veste in modo molto provocante. Cosa pensa lei del fatto che in Francia ci siano sempre più donne che vogliono portare il velo?

Per esempio in Algeria non ci sono praticamente più donne che portano il velo, sono diventate veramente rare, per lo più le ragazze si vestono come Sarah, in modo provocante, come forma di reazione al fatto di essere state represse per così lungo tempo. In Francia penso si tratti di una reazione al disprezzo da parte della cultura occidentale, al razzismo, che malgrado tutto esiste. Alcune donne lo portano perché obbligate dal padre o dai fratelli. A me sembra un fenomeno comunque minoritario, non credo che la percentuale superi il 10%. Le racconterò una storia. Conosco una psichiatra, una giovane donna algerina, per nulla fanatica, che beve, che fuma. Un giorno, ero andato a prenderla all’aeroporto, e la trovo vestita con il velo, e questo prima dell’inizio del fenomeno dell’integralismo. Sono rimasto stupito, le ho chiesto come mai, lei mi ha risposto, non ti preoccupare, adesso andiamo poi ti spiego. Io ero veramente sconcertato, era una ragazza bella, brillante, arriviamo a casa sua e lei tira fuori un pacchetto di sigarette, mi offre da bere degli alcolici, e io ero ancora più sconcertato, perché era in contraddizione con il velo. E lei mi ha detto: non sono cambiata, porto il velo come reazione contro l’occidente. Una ragazza laureata in psichiatria, che aveva studiato a Parigi. Poi naturalmente, quando sono iniziate le violenze degli integralisti, lo ha abbandonato, disgustata. Anche per questo credo che questi fenomeni siano principalmente una forma di reazione al disprezzo. Io conosco bene l’occidente, mia moglie è francese, ho vissuto in Francia e credo che resista comunque un disprezzo profondo. Ma quanto al velo, sarà un fenomeno passeggero, come il fondamentalismo.

Verso la fine del libro, Sarah sta scrivendo e dice a se stessa: “in tutto questo accerchiamento, la pagina bianca era il mio solo sostegno”. Al giorno d’oggi, scrivere, leggere, sono ancora una possibilità di salvezza?

Si, senz’altro, non si scrive tanto per fare, ma quasi per curarsi. È una specie di terapia psicoanalitica. Penso di aver iniziato a scrivere anche perché sono stato abbandonato da mio padre. Ho avuto la fortuna di incontrare la scrittura. Avevo un fratello che si è ucciso con il bere e il fumo e le droghe, a venticinque anni. Io ho avuto la scrittura. Credo che scrivere, dipingere, possano essere un grande aiuto. Trovarsi ogni giorno la pagina bianca da riempire ci permette di attaccarci a qualcosa, ci dà qualcosa da fare. Ci aiuta a sopravvivere. Io ci credo molto. Credo che la scrittura sia fondamentalmente una catarsi.

di Stefano Mola