Bohème: gli uomini, le donne

febbraio 21, 2006 in Spettacoli da Stefano Mola

bohemeTorniamo ancora per un attimo alla settimana scorsa. L’allestimento, lo sapevamo, è bellissimo: regia di Patroni Griffi, scene e costumi di Terlizzi. Esteticamente magnifici i due atti centrali. L’animazione davanti a Momus, le decine di comparse in scena, sembra veramente di sentire le bollicine di champagne sotto il naso. Gelida e incantatrice la nevicata che apre il terzo atto, quel nitido biancore che attrae e respinge allo stesso tempo, simbolo dell’amore di Mimì e Rodolfo che muore di lì a poco, nonostante l’impiegatizio impegno a condividere l’inverno. Una citazione di riguardo per Carmela Remigio che abbiamo visto in Mimì mercoledì 15. Al di là di un’indubbia presenza scenica, e di una voce notevole, ci ha colpito soprattutto per la profondità drammatica che ha saputo dare alla sua interpretazione, dando al dramma di Mimì (nel terzo e quarto atto) un’intensità emotivamente molto convincente.

Riascoltare Bohème ci ha fatto nuovamente riflettere sul libretto. Lo abbiamo già detto più volte: le storie, soprattutto quelle più popolari sono il modo in cui organizziamo il senso del mondo. Ecco perché ad analizzarle da vicino, anche in maniera un po’ leggera e ironica, possiamo trovarci molte cose.

All’inizio tutto bene. Uomini che giocano a fare gli artisti, che non si prendono troppo sul serio, che bruciano i loro drammi (nel senso delle pagine) per scaldarsi nella stufa. Per dirla con un film: giovani, carini e disoccupati. Tutto bene anche quando arriva Mimì, scene di ordinario baccaglio: nascondere la chiave, la gelida manina, per fortuna è una notte di luna, eccetera. È a questo punto che dobbiamo iniziare a fare molta attenzione alle parole. Soprattutto a quelle di Rodolfo. Lui non può limitarsi a tubare: sente subito la necessità di qualificarsi:

Aspetti, signorina,

le dirò con due parole

chi son, che faccio e come vivo. Vuole?

Mimì vuole? A parole nulla dice. Un giovane galante, l’emozione del corteggiamento, momento in cui siamo appannati siamo disposti anche a sopportare un po’ di ego debordante, anche un ego maschile che subito si fa prendere dalla sindrome dell’obelisco (ogni riferimento è puramente voluto). Quindi sta zitta, e lui continua:

Chi son? Sono un poeta.

Attenzione Mimì, mica sono il garzone del lattaio, sono un poeta (ecco l’innalzamento dell’obelisco). Evidentemente Rodolfo deve avere dei timori circa il livello culturale della sua interlocutrice, perché per precauzione si affretta ad aggiungere, a spiegare:

Che cosa faccio? Scrivo.

Altrettanto fondamentale quello che Rodolfo dice subito dopo, ed è la cosa che lo accomuna con Des Grieux: gli uomini pucciniani hanno il sentimento facile (meglio, il sentimentalismo, che è peggio) e problemi di soldi:

E come vivo? Vivo.

Qui ci vorrebbe il magnifico Nanni Moretti di Ecce bombo: ma l’affitto chi lo paga? Non è dato di sapere. Ma che importa? Siamo giovani, carini eccetera. Poi riparte col baccaglio (gli occhi belli che rimano con gioielli). E Mimì? Mimì ricama, ama la poesia (qui l’obelisco di Rodolfo si innalza ancor più) ma soprattutto, si incanta delle piccole cose, gioisce per un raggio di sole:

Vivo sola, soletta

là in una bianca cameretta:

guardo sui tetti e in cielo;

ma quando vien lo sgelo

il primo sole è mio

il primo bacio dell’aprile è mio!

Germoglia in un vaso una rosa…

Foglia a foglia la spio!

Cosi gentile

il profumo d’un fiore!

Ma i fior ch’io faccio, ahimè! non hanno odore.

Altro di me non le saprei narrare.

Mimì ci parla di emozioni, apre la sua anima, con semplicità, delicatezza,. Rodolfo, ci parla e si ascolta parlare. Mimì ci dice cosa prova, cosa la fa gioire, commuovere. Rodolfo per prima cosa fa squillare le trombe, dice lei non sa chi sono io. A questo punto, Mimì secondo me dovrebbe già scappare. Ma come si fa a scappare quando in sottofondo c’è una musica come quella di Puccini, quando sul fremito degli archi parte O soave fanciulla. Se dovessimo dire: ma come ti sentivi quando hai dato il primo vero bacio serio della tua vita, quando ti sembrava di essere tutto amore, dentro e fuori, quando c’era fusione perfetta tra te e l’altro, e non camminavi, ma eri sospeso su un cuscino d’aria? Non bisognerebbe rispondere, ma accendere lo stereo e far partire, appunto, O soave fanciulla. E dopo, quando è finita, quando ci riprendiamo dall’emozione del ricordo riesumata intatta e forse ancora più bella di come era davvero dalla musica di Puccini, dire solo: era così. Infatti Mimì non scappa. Sappiamo già dalla sua tosse (la tosse nelle opere è un sintomo funesto) che andrà a finire male. Ma poiché soffrire nel corpo non basta, ci si metteranno pure le pene d’amore. Come se non bastassero questi segnali deboli, ricordiamoci che, quando sono in mezzo alla folla, quando, in poche parole, come si direbbe oggi si sono appena messi insieme, Rodolfo ha il coraggio di dire:

Sappi per tuo governo

che non darei perdono in sempiterno.

Ma vi pare? Nell’ebbrezza dei primi istanti, quando si pronunciano solo avverbi tipo sempre, ecco che Rodolfo inizia a temere per il suo onore, alza sull’obelisco la bandiera preventiva della gelosia. E Mimì, sventurata, neanche allora scappa. Per dilettarvi con l’intero libretto, lo trovate qui.

Ci sarà in qualche opera, un personaggio uomo che si comporti degnamente verso un personaggio donna? (in Otello no, nella Traviata no,…)

di Stefano Mola