Aria di città

maggio 15, 2006 in il Traspiratore da Redazione

Sotto di lui la campagna scorreva lenta e uguale. Un continuo, indistinto susseguirsi di campi e case, cortili e pollai, vite d’uomini e di animali di cui non avrebbe mai saputo nulla. Tutti gli esseri viventi erano ridotti a punti grigi che si muovevano lenti fra l’erba, nelle aie, sulle strade, e che lui non avrebbe mai guardato negli occhi. Forse.

Lontano, ma non tanto quanto avrebbe voluto, la città si disegnava appena sopra l’orizzonte, una macchia scura sul terreno e una bava grigia nel cielo. Non gli piaceva la città; non gli piaceva ciò che stava facendo. Molte volte aveva provato l’impulso di fermarsi in uno di quei cortili vasti, scoloriti dal sole e dal gelo, e confondersi in mezzo alla campagna e non riemergerne mai più. Ma non poteva; un senso del dovere dentro di lui glielo impediva, un senso del dovere che era vecchio quanto la sua vita e che credeva che mai, mai sarebbe riuscito a scrollarsi di dosso.

Il volo era lento e regolare, perché in fin dei conti non c’era fretta; non per lui. Gli piaceva assaporare il cielo aperto della campagna, prima di tuffarsi nell’aria densa della città. Lì sarebbe andato veloce alla meta, per rimanere il meno possibile sopra i palazzi sporchi e la gente troppo veloce. La città gli metteva tristezza.

Già i primi grandi caseggiati della periferia si facevano vicini; alti blocchi massicci, dai colori sporchi, con le finestre nere spalancate verso la campagna come mille bocche ostili. Aumentò la velocità e li superò con un brivido.

Uno sguardo al nastro del fiume che tagliava in due la città, e che l’avrebbe condotto al centro vecchio, che gli uomini in passato avevano cinto d’acqua come un’isola, con chiuse e canali. Raggiunse il fiume, rasserenato un poco dalla vista di un gruppo di anatre selvatiche, che nuotavano lente al centro della corrente. Non doveva poi essere tanto male quel posto, si disse con un certo sollievo, se loro vivevano lì. Seguì la corrente a ritroso; preferiva volare sull’acqua, perché lì non c’erano innumerevoli cavi, fili e pali tesi fra terra e cielo ad intralciargli il volo ad ogni battito d’ali.

Una folata improvvisa di vento lo fece sbandare un poco; si era distratto. Forse per via del sole, che quel giorno brillava limpido su ogni cosa, anche sulla città opprimente che tanto detestava. Il cielo era trasparente come l’acqua di montagna, e sembrava che qualcuno l’avesse teso da un capo all’altro dell’orizzonte fino al limite massimo; ancora un poco e si sarebbe spezzato. Il tramonto sarebbe stato giallo, e poi verde e azzurro, e il suo cuore si sarebbe rasserenato. Il viaggio di ritorno, la notte, non sarebbe stato difficile, con le stelle ad indicargli il cammino.

Ecco, si era distratto di nuovo, e per poco non aveva passato il centro della città, raccolto in mezzo al fiume. Rallentò il volo, scese un poco per trovare meglio la via e si tuffò fra le vecchie case di legno e pietra, con i balconi ricolmi di fiori. Era bello, lì, un’ultima parentesi di piacere prima della meta. Evitò un lampione, passò sotto un cavo del telefono e virò bruscamente in una stradina buia e sporca. Là in mezzo il sole non arrivava e c’era odore di fogna. Un gatto su un tetto lo guardò passare distrattamente.

Quarta finestra della casa bassa, prima dello scolo della grondaia. Era arrivato.

Il piccione viaggiatore rallentò, tirò indietro il capo bruscamente ed atterrò sul davanzale. I vetri erano aperti, come al solito, e come al solito lui era lì.

«Non è possibile!», stava urlando l’uomo, rivolto a uno dei cinque monitor che aveva davanti. La camicia fuori dai pantaloni, la barba vecchia di quattro giorni, la sigaretta dimenticata tra le dita. L’accoglienza non sarebbe stata calorosa. Come di consueto.

Dopo qualche momento, l’uomo tirò una boccata rabbiosa dalla sigaretta e schiacciò il mozzicone in un bicchiere. Poi si girò verso la finestra. Solo allora parve accorgersi del nuovo arrivato.

«Ah, sei qui». Con tre passi fu al davanzale e allungò le mani verso il piccione. «Fa’ vedere».

Staccò con mala grazia la capsula che portava alla zampa e ne trasse un foglietto. Prese una ciotola con del becchime e gliela buttò accanto; vi mise troppa foga e qualche chicco cadde a terra. Il piccione provò l’impulso di beccargli la mano. Ma non poteva; era il padrone.

L’uomo tornò a girargli le spalle, rivolto ai monitor, e stese il pezzo di carta velina sul tavolo davanti a sé; con pazienza si chinò a decifrare. Il piccione si guardò intorno, si accoccolò accanto alla ciotola del becchime, senza degnarla di una beccata. Quel posto gli faceva passare la fame. Diede un’occhiata agli schermi sopra il capo del suo padrone. Su uno c’era una strada piena di gente, su un paio delle stanze vuote. Gli altri due erano nascosti dal busto dell’uomo. Il piccione non aveva mai capito che cosa lo interessasse tanto, in quei quadrati luminosi. Gente che andava e veniva, come fuori dalla finestra… Tanto valeva uscire, no? E invece il padrone, per quel che lui ne sapeva, non usciva mai di lì. Sempre davanti ai monitor, o qualche rara volta in compagnia di un altro uomo, dall’aria ancora più guardinga e stropicciata della sua. Parlavano di incontri, e scambi, e informazioni, e altre cose che lui non capiva. Ma poche volte aveva visto il padrone più inquieto di quel giorno.

Una folata di vento improvvisa fece frusciare i fogli sul tavolo, ma l’uomo parve non accorgersene. Un profumo intenso di fiori prese il piccione alla sprovvista, e lo fece pensare all’aia grande e luminosa che aveva visto qualche tempo prima. Chissà come riuscivano a crescere fiori dolci e puliti come quelli, in un posto del genere.

«Maledizione!», gridò l’uomo, battendo il pugno sul tavolo. Il piccione trasalì, spaventato.

«Idioti!», riprese l’uomo. «Idioti… Credono che io stia qui a giocare a guardie e ladri… e intanto gli altri ci tolgono la terra da sotto i piedi».

Si chinò di nuovo, questa volta su un foglio bianco. Il piccione sapeva che cosa volesse dire, e quasi ne fu contento.

«Vieni qui», disse il padrone, senza voltarsi, quando ebbe finito di scrivere e il foglio fu ridotto a un mucchietto dentro la capsula di plastica.

Un nuovo viaggio, nuove campagne, nuovi cieli aperti… e poi di nuovo un davanzale, un altro uomo davanti ai monitor, altro becchime che sapeva di muffa e di città.

«Vieni qui!», ripeté l’uomo, e questa volta si girò.

Il piccione aprì un poco le ali, per volargli incontro, rassegnato, ma un movimento fuori dalla finestra lo distrasse. Per un attimo, solo per un attimo, aveva intravisto una macchia di colore passare là fuori, contro il cielo turchese e profondo, e il suo cuore aveva avuto un sussulto.

Chiuse le ali, girò il capo verso l’uomo e lo guardò, senza muoversi. Il padrone era rimasto fermo, due dita sollevate a stringere la capsula, stupidamente, a mezz’aria. I loro sguardi si incontrarono solo per un attimo, ma in quell’attimo l’uomo vide per la prima volta l’essere che gli stava davanti, calmo in apparenza eppure con il cuore in tumulto, sotto le piume soffici. Vide i suoi occhi neri e lucidi, e capì.

L’uomo capì che aveva fatto male i propri conti, una volta di più, e che avrebbe dovuto trovare un altro modo per recapitare il proprio messaggio alla sede centrale.

Il piccione, dopo un’ultima esitazione, si voltò, aprì le ali e volò fuori dalla finestra. Puntò in alto, sempre più in alto, con il cuore che batteva all’impazzata, finché intorno a lui fu solo cielo, e sole.

Poi guardò in basso, verso la città grigia che si faceva piccola, e cominciò il primo viaggio della propria vita.

Il Traspiratore – Numero 57

di T. Tosco