Tre settimane in Messico III

febbraio 20, 2005 in Racconti da Redazione

Messico17/8 – Per Puerto Escondido

Ultima sveglia a Zipolite: Stu fa una colazione veloce e si getta in acqua a salutar le onde, io me la prendo più comoda e aggiorno il diario gustando uova alla messicana. Da qualche giorno ho l’abitudine di scrivere appena sveglio: un po’ perché nella notte si elabora e riconsidera ciò che accade durante giorno, un po’ perché, da quando abbiam trovato l’erba, il mattino è l’unico momento in cui sono veramente lucido.

Dobbiamo liberare la cabana a mezzogiorno e così facciamo, col cuore a pezzi, anche se l’esperienza qualcosa ci ha insegnato: fino ad oggi, in questo viaggio, per ogni paradiso che abbandoniamo ce ne aspetta un altro.

Così sarà per Puerto Escondido. Primo problema: raggiungerlo.

Saliamo su un taxi par Pochutla e cerchiamo di spiegare al tipo che ci deve lasciare ad un determinato hotel. Peccato ce ne sia uno omonimo direttamente a Puerto Escondido e il tassista è rimasto un po’ confuso… Chiarito l’equivoco, carichiamo una signora lungo il tragitto che scambia quattro battute-risate col conducente; arriviamo alle porte di Pochutla, incrociamo un grosso bus, il tipo si sbraccia dal suo piccolo taxi per fermarlo e ci invita a correre sul Pullman per Puerto Escondido. Paghiamo in fretta e voliamo ridendo sul bus: un altro problema risolto alla maniera messicana.

Non so bene cosa aspettarmi dal posto: troppo turistico? Troppi alberghi? Troppo?

Niente di tutto ciò. Il paese si presenta in tutta la sua bellezza su una baia dal mare un po’ più calmo di Zipolite; alla stazione dei bus c’è abbastanza gente, ma i turisti si confondono bene cogli abitanti; ci sono parecchie cabanas e gli alberghi non sono uguali (solo qualche ombrellone dello stesso colore…). Zaino in spalla, andiamo a prenderci la nostra cabana di 50 pesos (neanche 5 euro) a notte; un bagno nel nuovo mare che ha una corrente fortissima che ti spinge a destra; un panino in quello che diventerà il nostro locale di riferimento, spino di rito e perlustriamo il paese.

Dopo poco ci fermiamo a vedere i ragazzini che fanno surf: nessuno è particolarmente bravo ma, strano a dirsi, ne rimaniamo ugualmente incantati. Dopo aver lottato anch’io un po’ con le correnti, mi faccio una doccia e dopo uno spino sono pronto per la cena. Da Claudio naturalmente: specializzato in cucina italiana con la passione per Diego Abatantuono, trasmette il film “Puerto Escondido” tutte le sere. Vi arriviamo piuttosto provati, come ci capita ultimamente alle cene, e spendiamo due ore a guardare le immagini in TV e a confrontarle direttamente con le originali (a furia di trasmetterlo la cassetta alla fine è rovinata…).

Cerchiamo di non svenire a tavola per la stanchezza, facciamo un ultimo giro per le vie del paese e arriviamo al nostro bar dove ci facciamo due Margaritas; di notte la spiaggia è divisa in due: quella buia, la nostra parte, e quella illuminata da tre grossi fari che trasformano la sabbia in un set cinematografico. Restiamo, nascosti dal buio, a sorseggiare i margaritas ammirando tutto (inizia ad essere uno stile di vita…) Ci trasciniamo sui nostri letti dalle basi in cemento, ultime bombe della buonanotte e spengo la torcia ancora una volta pieno di tutto.

18/8 – Sempre Puerto Escondido

Ci alziamo alle nove e mezza e una lunga seduta in bagno mi fa presagire che la giornata non sarà facile. Colazione alla panederia-caffè vicino alla cabana e partiamo all’esplorazione della spiaggia dietro il faro. Lungo la scalinata che porta al faro ci sono tantissimi granchi che scivolano sugli scogli; arrivo stremato alla plaia, inaccessibile in macchina perché vi si accede tramite una scalinata: Ci facciamo il bagno per lavarci il sudore. L’acqua è calma, interrotta solo dall’arrivo di alcune lance con qualche turista.

Mangio due panini, andiamo a girarne una nascosti dagli scogli, prendiamo due amache e dondoliamo un paio d’ore. Mi sveglio con le gambe di legno e un senso di debolezza diffuso: credo di aver un po’ d’influenza intestinale, ma partiamo comunque per un’altra spiaggia. A passi rallentati: Stu ogni tanto deve fermarsi ad aspettarmi, vi giungiamo giusto per l’ora dell’aperitivo. Qua il mare è mosso, cavalloni di tre metri cavalcati da una ventina di surfisti, alcuni bravi: sorseggiamo due margaritas godendoci lo spettacolo, osservando anche chi guarda i surfisti.

Arriviamo a casa che son distrutto, lo capisco perché non ho neanche voglia di girarmi una canna; mi trascino sotto la doccia e racimolo le forze per andare a cena. Mi taglio una bistecca e Stu si mangia un mega pescione dallo sguardo minaccioso, mentre un gruppo di volenterosi quanto imbranati ragazzi cerca di intrattenerci con uno spettacolo di percussioni e clave infuocate (si spegneranno quasi subito…).

Alle undici canna della buonanotte e siam sotto le lenzuola: non posso lamentarmi, per una giornata “di mutua”.

19/8 – Ancora Puerto Escondido

La mattina mi sveglio tardi e mi dirigo verso la spiaggia senza trovare Stu; trovo invece un ombrellone in paglia e me ne impossesso. Mentre finisco di leggere il libro di Alessandro Roggero “La corsa del Levriero”, un mariachi attacca a cantare accompagnato dalla sua chitarra: come quasi tutti i messicani è ordinato e pulito, indossa una camicia sgargiante che raffigura la testa di un indiano. Una famiglia messicana intona divertita i canti con lui: anche il ragazzino di quindici anni, occhiali a specchio da duro e pantaloni da rapper, gli si avvicina orgoglioso e lo segue ammirato. Risate, “…a Puerto Escondido si fuma l’herba buena…”, ancora risate. Non me ne sono accorto e si son fatte le quattro: è ora che compri qualche cartolina da mandare in Italia.

Incrocio Stu, le scriviamo insieme. Un ultimo bagno nel Pacifico, doccia, bomba e alle 7 siamo al ristorante che ordiniamo due milanesi giganti. Inizia a piovere, prendiamo un taxi che ci conduce al terminal dei bus: alle 20 e 45 parte quello per Oxaca. Una canna ancora e vi saliamo, ubriacati d a cinque giorni di oceano.

Messico20/8 – Oxaca

E’ stato sicuramente il più duro trasferimento in bus fino ad oggi; non tanto per le piogge torrenziali che hanno reso le vie dei veri torrenti di fango; neanche per la guida, fatta di accelerate e brusche frenate, quanto per l’aria condizionata, buona per dei pinguini (parecchia gente starnutiva inutilmente) e per la musica, tenuta ad un volume tale da impedire a chiunque di prendere sonno. Un massacro di quasi dieci ore.

Arriviamo nervosi ed esausti, scopriamo che da Oxaca non partono bus per Acapulco e iniziamo a rassegnarci all’idea di dovervi rinunciare.

Dopo quasi un’ora di ricerca troviamo un albergo con una stanza libera, la paghiamo quattro volte le vecchie cabanas e, stremati, ci addormentiamo alle otto del mattino.

Giriamo un po’ per le strade di Oxaca: la città sembra essere molto attenta all’arte, ci sono continui riferimenti alla Francia e tanti locali alla moda; è stranamente pulita, le strade ricordano quelle di S Cristobal, ma sono più larghe.

Andiamo a visitare il museo di storia e cultura ospitato da un bel palazzo attraversato da decine di corridoi e impariamo qualcosa di più sulla città. Usciamo da lì che ormai ci trasciniamo e lo facciamo fino ad un bel bar specializzato in baguette: le mangiamo sul balcone e ci godiamo la città. Torniamo in albergo, ne giriamo un paio e dormiamo fino alle 9 e mezza con la TV che trasmette le Olimpiadi.

Cena in un locale dall’atmosfera un po’ cupa (gli scheletri van per la maggiore) e proseguiamo nella prima cantina messicana che incontriamo in questo viaggio: beviamo 4 mescal in un atmosfera a dir poco chiassosa. Torno in albergo un po’ cotonato, con la sensazione di essere ad una svolta del viaggio: si va verso la fine
, oggi è l’ultimo sabato in Messico, e prende un po’ di malinconia.

21/8 – Oxaca e… via!

Prossima meta: Taxco, ma non possiamo arrivarci direttamente. A mezzanotte puntuale partiamo per Città del Messico.

22/8 – Taxco

Siamo fortunati: il Pullman per Taxco parte mezz’ora dopo il nostro arrivo a Città del Messico; altre due ore di viaggio e siamo arrivati.

Troviamo da dormire in un bellissimo ostello con terrazze al sole e ci riposiamo qualche oretta. La città si presenta subito come un miracolo dell’arte urbanistica: inerpicata sulle montagne, Taxco è attraversata da una miriade di vie tutte lastricate, e in queste vie, oltre al mercato, trovan posto centinaia di maggioloni/taxi tutti bianchi.

Taxco

Alcune strade sono strettissime eppure a doppio senso: gli ingorghi sono comunque molto rari (uno dei pochi visti era causato da due donne al volante…). Sembra di essere comparse nel famoso film italiano degli anni settanta recentemente rifatto dagli americani, in cui i protagonisti sono i famosi maggioloni. Ce n’è ovunque.

Visitare la città è un piacevole sali e scendi: ad ogni curva uno scorcio da ammirare, una piazza da scoprire. Lo zocalo (la piazza principale, n.d.r.), con il tipico gazebo al suo centro, è osservato dalla bella cattedrale e circondato da gallerie d’arte e ristoranti, buona parte dei quali con terrazza. E’ in uno di questi che la sera sorseggiamo due ottime herradura reposada prima di andare a riposare: un joint, qualche pagina letta sul terrazzo, un joint e a dormire. Verso le due di notte veniamo svegliati da lampi e tuoni che somigliano più a cannonate e dal più forte scroscio d’acqua che abbia mai sentito.

23/8 – Verso Città del Messico

La mattina ci svegliamo con una buona colazione continentale e un’ottima vista dal bar/terrazzo. Andiamo ad acquistare i biglietti per Città del Messico: da lì partiremo per Real de Catorce. Ancora un giro per le vie della città, recuperiamo gli zaini e ci chiudiamo in una bettola che più tipica non si può: messicano che dorme al bancone; messicano ubriaco e malinconico che ascolta canzoni malinconiche a attacca bottone con me (non capisco una parola e comunichiamo ad espressioni facciali: se lui ride, io rido; lui triste, io sospiro); e infine un messicano anzianotto e arzillo che si vanta di aver imparato un po’ d’inglese guardando la TV e si affeziona a Stu. Passiamo un’ora a dir poco spassosa e la immortaliamo con una foto: salutiamo i nuovi amici “Emanuel senza soldi” e “Alfonso so l’inglese” e partiamo.

Alle 18 siamo alla stazione sud del DF (Districto Federal: Città del Messico). Dobbiamo andare alla nord: non ci scoraggiamo e, annotate le dovute informazioni, cambiamo tre linee di metrò e siamo a destinazione più facilmente del previsto. Partiamo alle 9 e un quarto: un panino, solita cannetta pre-viaggio, e siam pronti per una nuova esperienza, il magico peyote!

di Gianluca Ventura (foto di Stefano Lione)