Teatro Regio: grande inizio

dicembre 24, 2005 in Spettacoli da Stefano Mola

Sapete qual è il nostro problema con le parole? Le roviniamo. Innanzi tutto, ne usiamo poche. Perdiamo le sfumature. Rischiamo di mettere ogni cosa in un unico pentolone, un po’ come quando si fa il minestrone: alla fine, si frulla tutto. Un’altra malattia è poi la sindrome dell’iperbole. Sintomi? Se il morbillo si distingue per le macchie rosse, questa fa finire tutte le parole in issimo. Oppure genera frasi del tipo non è mai stato così…: tutto sembra accadere sempre per la prima volta, e nella maniera più incredibile e meravigliosa (oppure catastrofica: appena piove sentiamo dire che non è mai piovuto così tanto, eccetera).

C’è forse anche una questione più grande: è difficile comunica la felicità e la bellezza. Bisogna essere molto bravi. La drammaticità, la depressione, la negatività vengono bene in ogni dettaglio, sempre nitide, perfettamente a fuoco. Quando ascoltiamo qualcuno descrivere un’esperienza positiva, un momento di gioia, spesso sembra di sentire un suono di latta, oppure il puzzo della succitata sindrome dell’iperbole (sia chiaro che buona parte della colpa ce la prendiamo in carico noi che parliamo di spettacolo, di libri e di cose così).

ParigiAdesso che ho messo le mani avanti, posso iniziare a parlare del primo concerto della stagione dell’Orchestra del Teatro Regio, venerdì 23. Come posso cercare di non dire semplicemente e banalmente: uno spettacolo bellissimo?. Un vero concerto per le feste incombenti, perfetto in repertorio ed esecutori. Già solo a sentir nominare Johann Strauss e Jacques Offenbach per l’aria si spande un profumo di capodanno e belle epoque, di vorticosi giri di valzer, di vestiti da sera lunghi e gonne e scollature generose, di bellezza e leggerezza, di boulevard e di Prater. Impossibile che la nostra mente non venga invasa dal mai sopito desiderio di fiaba: questi suoni devono avere una specie di potere chimico, la capacità di risvegliare qualcosa iscritto nella chimica del nostro cervello.

Chi non vorrebbe poter attraversare la propria vita ballando? Nel ballo, in un certo senso si esorcizza la pesantezza del suolo, che viene appena sfiorato in un movimento perpetuo eppure codificato. In un valzer la vita a due si mostra priva di attriti, come una serie naturale di atti condivisi (a vedere il tango le cose sembrano già un po’ diverse). Ecco quindi che quando scattano le prime note dell’ouverture del Pipistrello la pelle del viso si distende in un sorriso e siamo dopo pochi istanti tutti viennesi, e le guerre mondiali devono ancora arrivare (non che prima non ce ne siano state, ma il 900 è stata una frattura più grande, forse perché vicina a noi).

Anna BonitatibusPoi? Beh, poi, accanto a Marc Minkovski, perfetto nella parte di direttore da concerto di capodanno anticipato (al di là di condurre l’orchestra è stato simpatico, umile e interattivo col numeroso pubblico in sala) è comparsa una visione. Concreta, ma pur sempre una visione: Anna Bonitatibus. In lungo color avorio, scollatura diritta, elegantissima, bellissima (non credo che nessuno degli uomini presenti sia stato immune dal prurito della seduzione subita), aiutata certo nel suo ruolo dalla musica di Offenbach, ma protagonista di un’interpretazione assolutamente notevole. Precisa nella dizione, a suo agio sia nel quasi parlato sia nell’acuto capace per potenza di riempire tutto il volume della sala, non ha solo cantato: ha interpretato teatralmente, con la freschezza di un’attrice brillante. Notevole il suo ingresso in scena con un calice di vino in mano, sbandando qua e là tra gli orchestrali in una finta ubriachezza, per non dire di quando ha estratto dalla scollatura, al termine di un brano, una bandierina francese.

MonmartreResta da citare il terzo grande protagonista della serata, il violoncellista Jérôme Pernoo. La sua esecuzione del concerto militare per violoncello e orchestra ha entusiasmato i presenti: contravvenendo alle regole non scritte che prevedono l’applauso solo alla fine, e non tra un movimento e l’altro, il pubblico non si è trattenuto dal celebrarlo al termine del primo movimento, per la sua ispirata e appassionata esecuzione. Brano curioso, poco eseguito in Italia: nella cadenza del terzo movimento interessante il dialogo tra il violoncello e il tamburo. Che ci fosse nell’aria il sogno era poi sancito dal carattere militare di molti dei pezzi in programma. Una marzialità innocua, che fa sembrare l’esercito solo una colorata uniforme, dove tutti sono non tanto eroi, quanto educatamente galanti.

Bis, pezzi non previsti, tra cui un curioso valzer costruito con arie di Mozart. Insomma una serata piacevole, un perfetto aperitivo del Natale: è bello sentirsi sorridere ascoltando musica, uscire al freddo riconciliati, cercando di portare con sé un briciolo di quella leggerezza: del resto, se qualcuno è stato capace di scrivere e qualcun altro interpretare delle note in quel modo, forse la leggerezza esiste davvero, da qualche parte. Proviamo a cercarla, in queste feste di fine anno.

Auguri a tutti.

di Stefano Mola