L’undicesimo uomo e la fatica di essere vivo
Aprile 28, 2012 in Net Journal, Racconti da Cinzia Modena
Era giorno sul lago d’ottobre
e si andava correndo verso la spiaggia
con la ciambella gonfia di speranza per l’ultimo bagno
seduti sulla sabbia giochi si alternavano
intervallati da merende e grida e sgrida del genitore affettuoso che
interrompe il discorso per cogliere in fallo la creatura
giorni sereni di infanzia
“Se torniamo dal lago non possiamo non comprare un regalino,no!?”. Così era iniziato tutto. Lei mi aveva fatto una semplice domanda di cui si coglieva la speranza con l’intensità di un profumo con note di ardesia, fresia e cannella. Passando tra camminamenti in ciottolato, tra architravi, macchie di colore e note di muschio qua e là, si girava per vicoli e negozi alla ricerca di un ricordino. Giusto un piccolo pensiero da regalare agli amici più stretti. Quelli che vedi più spesso. Senza impegno.
Non troppo costoso, non troppo banale, non troppo brutto, non troppo originale, non troppo ingombrante, non troppo bianco, non troppo viola, non troppo piccolo, ma carino. Quello sì.
Non un quadro, non un calice, non una tovaglia, non di quelle stampe fatte in riva al lago con
immagini tristi, e nemmeno di barche. “No! Nemmeno una rete di pescatori! Neppure per scherzo!”
Alla fine il non troppo stava minando la salute delle mie scarpe, delle mie gambe, della mia pazienza. Lei proseguiva invece entusiasta e leggera nonostante i tacchi sottili a rocchetto e gli abiti avvolgenti quasi attillati. Eppure i suoi movimenti erano sempre fluidi e la sua attenzione pronta a cogliere un oggetto particolare incastrato chissà come all’interno di scaffalature curate o così ingombre di colori e forme da far perdere cognizione e orientamento.
Poi ebbi un flash. Un’immagine si formò e fermò nella mia testa. Io continuavo a seguire lei con la sua follia e il suo profumo e le sue forme inebrianti avvolte chissà come in tessuti che avrei magari dopo studiato come farli svivolar via, mentre quell’immagine, che fino a poco prima era lì, ferma e nitida, aveva preso a un certo punto un’altra strada e non
sapevo più dove fosse. Ma sentivo che m’inseguiva senza lasciarmi tregua.
Quando lo shopping ha avuto un suo fine acquisto, portato con soddisfazione in riva al lago, passaggio essenziale perché respirasse di quell’atmosfera retrò, tanto periodo ‘800 quando si stava parlando di ieri e di oggi, qualcosa si è posato sulla mia spalla. Una mano delicata. Morbida e calda.
Mi volto per sapere a chi appartenesse. Forse a quell’immagine di prima. Sono curioso di sapere. E’ bella la sensazione che comunica. Cerco con lo sguardo. Ma non c’è nessun volto. Nulla in realtà più c’è. Solo buio. Buio totale. Quando riapro gli occhi sono delle pareti bianche il mio panorama. Illuminate da una bianca luce filtrata attraverso delle anonime gialline tende tirate su ampie finestre. Il profumo dei suoi capelli ne anticipa le parole. “Sei svenuto senza ragione. Ho preso paura. Non rinvenivi più. Ho chiamato l’ambulanza..” Lei parla ancora.
Chiudo gli occhi e ripenso a quell’immagine che mi accopagnava. Stavo per morire. Stavo per morire e una mano mi ha salvato con il suo calore.
La nebbia che anticipa l’inverno offusca i pensieri
confonde realtà e fantasia
Il sole pallido abbraccia con un lungo
invio di calore che fonde
in un piatto animo e aromi
