La possibilità di un’isola

dicembre 12, 2005 in Libri da Stefano Mola

Titolo: La possibilità di un’isola
Autore: Michel Houellebecq
Casa editrice: Bompiani
Prezzo: € 18,00
Pagine: 398

La possibilità di unMichel Houellebecq, l’ho già scritto, è prima di tutto un caso letterario. L’attesa del suo ultimo romanzo, ovvero il libro di cui parleremo adesso, ha raggiunto in Francia livelli spasmodici. Anche da noi abbiamo visto sui giornali quasi più pagine prima del suo atterraggio in libreria, che dopo.

Forse questo dipende dal suo essere avvolto nel cattivo odore del politicamente scorretto. Un suo romanzo precedente, Piattaforma, era famoso per due motivi, o meglio, per due si diceva che:

  • giustificasse il turismo sessuale

  • parlasse molto male dei mussulmani

    Sicuramente questi due aspetti sono presenti. Però forse non tutti hanno letto queste righe, che si trovano nelle ultime pagine: Fino alla fine resterò un figlio dell’Europa, della preoccupazione e della vergogna; non ho alcun messaggio di speranza da diffondere. Per l’Occidente non provo odio, al massimo un immenso disprezzo. So soltanto che, così come siamo, esaliamo egoismo, masochismo e morte. Abbiamo creato un sistema in cui è semplicemente impossibile vivere; e, per di più, continuiamo a esportarlo. (se la traduzione non vi sembra buona è soltanto perché l’ho fatta io).

    Allora forse (come sempre) le cose non sono così semplici come sembrano. È sempre molto facile, per brillare nei salotti o per sbadigliare in coda alla posta, estrarre alcune cose e farne dei luoghi comuni. Piattaforma, più che un romanzo politicamente scorretto, parla di noi occidentali, e dell’impossibilità dell’amore per così come stiamo organizzando la nostra vita (nella stessa pagina di prima, poco sopra, il protagonista dice: E se non sono stato capace di capire l’amore, a cosa mi serve aver capito il resto?). Tutto questo senza quel patinato insopportabile no-global style, fatto di slogan e nostalgiche magliette con icone sbiadite riverniciate di fresco.

    Sicuramente poi Houellebecq ha una certa abilità nel dire cose sgradevoli, e talvolta si produce in alcune derive didascaliche che fanno sue certe pagine pesanti. Eppure, al tempo stesso ci mette di fronte ad alcuni macigni che spesso facciamo finta di non vedere.

    Mi sembra che La possibilità di un’isola sia in un certo senso la naturale evoluzione di quanto raccontato Piattaforma (forse anche per il banale motivo che li ho letti a breve distanza l’uno dall’altro). Anche perché mentre Piattaforma è sostanzialmente ambientato nella contemporaneità, La possibilità di un’isola per certi versi sconfina nella fantascienza.

    Ancora una volta, il mistero dell’amore e del sesso sono al centro delle riflessioni di Houellebecq. Il protagonista, Daniel, è un comico, fustigatore iper-politicamente scorretto dei costumi (molti dei suoi sketch, sommariamente descritti, sono francamente sgradevoli). Anche qui ci sono frecciate decisamente pesanti nei confronti di mussulmani e palestinesi. Il nucleo di tutto è nel problema dei problemi: l’amore e il sesso, strettamente uniti in una cosa sola dalla congiunzione, che rimanda da uno all’altro senza risolvere la bipolarità.

    Ecco una delle riflessioni di Daniel: Quando la sessualità scompare, è il corpo dell’altro ad apparire nella sua presenza vagamente ostile; sono i rumori, i movimenti, li odori; e la presenza stessa di quel corpo che non si può più toccare né santificare col il contatto, diventa a poco a poco un fastidio; tutto ciò purtroppo, è noto. La scomparsa della tenerezza segue sempre da vicino quella dell’erotismo. Non esiste relazione purificata, unione superiore delle anime né qualunque altra cosa che posa somigliargli o evocarlo allusivamente. Quando l’amore fisico sparisce, sparisce tutto; un’irritazione cupa, senza profondità, viene a riempire le serie dei giorni. E sull’amore fisico non mi facevo illusioni. Giovinezza, bellezza, forza: i criteri dell’amore fisico sono esattamente gli stessi del nazismo. Riassumendo, ero in in bel casino (pag. 62-63, la traduzione dell’edizione Bompiani è di Fabrizio Ascari).

    Qualcuno potrebbe dire: dov’è la novità? È vero, ma al tempo stesso credo sia impossibile negare che queste sono cose sono difficili da scansare. Possiamo essere o meno d’accordo con questa (disperante e disperata) analisi. Ma sicuramente è uno dei fatti biologici della nostra vita con cui non possiamo non fare i conti. Ognuno di noi può poi trovare la sua personale soluzione, deprimersi, oppure riuscire ad andare al di là.

    Nella visione di Houllebecq, l’intera vita umana è risolta nella sua componente biologica: in fondo non siamo altro che veicoli dell’esistenza stessa. Il nostro valore principale sta nella nostra capacità (o meno) di generare una discendenza. Questa la radice della sessualità e della sua sovrastruttura culturale, l’impalcatura che l’umanità ci ha costruito attorno: l’amore. Il significato può essere solo visto nella continuità, dove però l’essere singolo altro non è che un anello della catena, sovrastato dall’ombra dell’inevitabile decadenza fisica, e dall’altrettanto inevitabile morte.

    Questo è un romanzo, non un saggio. Qual è allora la macchina narrativa? Nello spiraglio di speranza che sia apre. Se il sesso e l’amore in fondo sono legati alla perpetuazione della specie, e la felicità che sono in grado di regalare all’uomo e alla donna è illusoria e soprattutto transitoria, non resta che eliminare il sesso come metodo per la prosecuzione della specie, rimuovendo nel contempo l’ombra scura della fine certa, la morte.

    Gli Elohimiti, una setta che rapidamente sostituirà tutte le religioni del mondo, si propone di garantire la vita eterna con la clonazione. Non solo, la struttura genetica dell’uomo sarà al tempo stesso corretta, facendolo diventare una specie di pannello solare (non c’è più bisogno di nutrirsi: così si rimuove un altro fardello, quello di dover trarre con sudore dalla terra il proprio nutrimento).

    Chi legge conosce la vita degli elohimiti del remoto futuro perché i capitoli alternano il racconto di Daniel in prima persona con quello dei suoi successori (contrassegnati, come una dinastia, da un numero: Daniel24, Daniel25 eccetera). Abbiamo così una doppia prospettiva. Qu
    ella del capostipite, che ci spiega live oltreché le sue vicende artistiche, affettive e soprattutto sessuali, proprio la nascita e il successo degli elhoimiti, di cui è testimone in prima persona. E quella dei suoi successori, che vivono isolati, in una specie di quieta indolenza, dediti al commento del racconto di vita dei predecessori (altro legame con Piattaforma: nella conclusione del quarto capitolo della terza parte il protagonista Michel dice: Acquistai diverse risme di fogli A4 per cercare di mettere in ordine gli elementi della mia vita. È una cosa che la gente dovrebbe fare, soprattutto prima di morire. È curioso pensare a tutti questi essere umani che vivono una vita intera senza cimentarsi nel minimo commento, la minima obiezione, la minima osservazione. Non che questi commenti, obiezioni o osservazioni possano avere un destinatario, o un senso qualunque; ma mi sembra quanto meno preferibile, alla fine, che vengano fatti, traduzione mia).

    Questa vita lontana dalle passioni, astratta dalle fatiche, è in grado di garantire la felicità? È una possibilità per l’umanità? Lascio la risposta al lettore, perché non si può e non si deve svelare tutta la trama.

    Libro sicuramente non perfetto (qualche asciugatura non avrebbe nuociuto), in certi passaggi irritante. Ma sicuramente un’opera non consolatoria, che ci sbatte in faccia alcune cose della nostra esistenza in maniera assai cruda, ma necessaria. Cose che abbiamo la tendenza a spostare, come polvere, sotto il tappeto. Che ci obbligano anche a fare i conti con gli sviluppi del progresso scientifico, quando si intreccia con la vita stessa. Vale la pena di farsene un’idea di prima mano.

    di Stefano Mola