L’ombra del cerro

giugno 2, 2006 in Libri da Stefano Mola

Titolo: L’ombra del cerro
Autore: Silvia Di Natale
Casa editrice: Feltrinelli
Prezzo: € 16,00
Pagine: 355

LIl tempo di questo romanzo, con cui Silvia Di Natale è finalista al Premio Grinzane 2006, è quello confuso e decisivo che segue l’otto settembre ’43. L’Italia non sa più bene che cosa è, i destini si incrociano confusi: i civili, i soldati dell’ex esercito che si sono dati alla macchia, chi invece rimane fedele al fascismo. Ma la guerra non ferma del tutto la vita, si intreccia come l’edera che cerca di soffocarla. Così, questo libro racconta anche storie d’amore, in primo luogo quella di Solidea e Rinaldo. Lei, bella e seducente, che si sente donna aliena al destino del lavoro dei campi. Lui che sente confusamente ma fermamente la necessità di provare e di mettersi alla prova nella lotta partigiana. Poi ci sono la partigiana per caso, la timida Ortensia, che saprà invece afferrare a piene mani il suo destino e il soldato russo Sergej. E poi Don Alvaro, i suoi ragazzi dell’orfanotrofio. La scena è piccola, un pugno di paesini sull’Appennino tra la Toscana, la Romagna, le Marche. Un palco limitato che però, come quando le cose vengono ben descritte, si apre a contenere tutto il mondo: rappresaglie, sacrifici, spie, coraggio, tradimenti, sangue, pietà, rabbia.

Che cosa colpisce di questo libro? In primo luogo la scrittura, che verrebbe da definire piana senza essere banale, precisa, sicura, capace di tratteggiare personaggi e situazioni in poche frasi, senza troppe metafore o aggettivazioni. Molto visiva, anche, senza descrizioni eccessivamente pesanti. Se non fosse che utilizzo troppo spesso questa categoria critica, direi una leggerezza nel senso di Italo Calvino. La leggerezza della forma che non nasconde la pesantezza del mondo. Italo Calvino è un sentiero che si biforca: da un lato come potenziale antenato (Il sentiero dei nidi di ragno); dall’altro, come ri-raccontatore di Ariosto. Che del resto compare tra le epigrafi di questo interessante libro, leggermente fuori quadro (sia detto questo come elogio) rispetto a molta altra letteratura italiana contemporanea.

Come abbiamo detto, il libro è pieno di personaggi. L’occhio della narrazione punta ora all’uno ora all’altro. C’è chi occupa il libro come una spina dorsale, e chi compare semplicemente per un episodio, come un globulo rosso per un attimo sotto il microscopio. Silvia Di Natale costruire una coralità, che verrebbe proprio da definire ariostesca. Il richiamo all’autore del Furioso, almeno al mio orecchio, è rafforzato dai nomi di alcuni personaggi, non certo comuni al giorno d’oggi (ormai abbiamo le Gessiche e i Geiar): Solidea, Esperia, Gettulio, Rinaldo. Dal loro muoversi epicamente attraverso boschi e colline che erano familiari, ma che a causa della guerra si fanno ostili, paurosi, quasi sconosciuti. Le distanze che prima venivano percorse con sicurezza adesso sono piene di insidie. E poi, in fondo, come si può intuire dall’abbozzo di trama che ho tracciato prima, anche qui si raccontano:

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,

le cortesie, l’audaci imprese

Un’altra cosa che è resa molto bene è l’esaltazione dei micro-conflitti. In una comunità, anche piccole come quelle dei paesi di cui si parla in questo libro, esistono sempre le gelosie, le invidie, i rancori (basta vivere la quotidianità di un ufficio per rendersene conto). La guerra agisce da lente, porta le briciole ad avere lo sbalzo di un gigante. Così la narrazione ci accompagna in questo lento ma inesorabile e vischioso e inestricabile processo di ingrandimento. La guerra permette la realizzazione di vendette che normalmente sarebbe rimaste a erodere il fegato goccia dopo goccia. Silvia Di Natale secondo me ha il merito di non calcare la mano. Non tende il dito a dire: guarda quale orrore, non porta lo zoom fino alla carne purulenta. La leggerezza del linguaggio e del punto di vista porta il lettore fino alla soglia, così che l’orrore non è tanto nelle parole della pagina, ma nell’evocazione che nasce nella nostra testa. Questo mi sembra un aspetto importante, che almeno a me è piaciuto molto. Io credo che non abbiamo bisogno della descrizione splatter per mettere in moto la macchina del racconto, non è in questa direzione che bisogna andare a cercare la novità: e secondo me, questo libro lo dimostra.

Grazie alla molteplicità dei personaggi viene fuori un quadro sfumato della guerra e della lotta partigiana. I personaggi non sono divisi in scatole, i buoni in quella, i cattivi nell’altra. Il risvolto umano è ben presente anche in quelli più negativi. Viene fuori l’approssimazione, l’improvvisazione, l’intreccio sbilenco (impossibile da evitare) tra l’ego (e le sue anguste limitazioni) e la sfera delle idee più o meno nobili. È come scendere dal teorema guerra partigiana fino alle cellule elementari, dove come succede in tutte le vicende umane, è spesso difficile tracciare una linea netta. C’è chi ci riesce: uno dei personaggi più emblematici è allora Ortesia, partigiana per caso col nome di battaglia Nadja. E chi no: come Solidea, innamorata della sua bellezza e della sua capacità di seduzione.

Per appfondire, vi raccomando senz’altro il sito della Feltrinelli, dove potete trovare, oltre al blog dell’autrice, molte interviste e altro materiale su questo bel romanzo.

di Stefano Mola