Digital wet | Sudate Carte Racconti I edizione

Gennaio 31, 2003 in Sudate Carte da Redazione

Notte in bianco, passata a fissare lo schermo di un computer. Notte di una domenica di autunno, piovosa, sì, ma pur sempre domenica. Le linee che disegno si intrecciano, si confondono tra di loro. Il video si illumina, sembra fosforescente. O forse lo è. Mi bruciano gli occhi.
Mi ricordo l’università, le notti passate a lavorare con la musica accesa, le sigarette, i caffè bollenti. Lunghe e interminabili chiacchierate con gli amici, le ore che volavano. Il cervello si staccava, la mano lavorava da sola, tutto il corpo buttato lì sul tecnigrafo, senza stanchezza. Il tempo non era sprecato, la mente cresceva, l’anima disegnava con la rapidograph linee precise, o almeno ci provava. Il risultato non era male. O per lo meno era vivo, era lì, una vera creazione. L’impronta del corpo e delle mani appiccicose marchiava i lucidi come una firma. Era bello il suono della carta sudata, come il fruscio delle foglie secche.
Tutto il calore di un disegno si spegne tra i comandi di un programma. Riga, angolo, unisci, fai la parallela, copia, incolla, taglia, specchia, disegna: il nuovo schiavismo autorizzato di una tastiera e del suo mouse.
Adesso è un solo dito a lavorare, l’indice, il più svelto, il più vicino al padrone pollice, un po’ il suo braccio destro tuttofare. E’ lui che lavora, frustando il mouse con un rapido tocco e i comandi vengono eseguiti, perfetti, puliti, immediati. L’indice. Tra l’altro è proprio questo dito che guardo con ammirazione adesso. Lo faccio un po’ riposare dopo una notte di infaticabile lavoro in cui ha spadroneggiato tra piante, prospetti, sezioni in maniera impareggiabile. Non è modesto, l’indice, lavora per la gloria, non ammette errori e pretende gratitudine.
Un po’ duole a fine giornata. Il potere logora anche i più piccoli dittatori. Lo piego lentamente e lo guardo, lo giro, lo ruoto. Mi sembra incredibile che il mio più infaticabile collaboratore (o sono io il suo assistente…?) stia dando segni di cedimento. E poi è da un po’ di giorni che mi prude, proprio tra le falangi. Sarà un callo.
“Marco hai preparato le tavole timbrate?” . Questo è Luca, l’architetto per cui lavoro da ormai tre anni.
– sì sono sulla tua scrivania – gli dico, pensando dentro di me, ma il timbro l’avrò messo?
“ah sì, eccole. Non le avevo viste. Le firmo e vado, se passa mia moglie dille che ci vediamo a pranzo, come al solito. Ciao! “ ed esce. No, rientra e viene da me e mi sorride finalmente rilassato “ah Marco, dimenticavo. Vai a casa. Il weekend è stato lungo, ma il prodotto è ottimo, grazie a te. Adesso riposati. Ti chiamo io più tardi e ti faccio sapere come è andata. Tieniti pronto per stasera, si festeggia al ristorante! Lo champagne lo offro io!”
Grazie Luca! Non me lo faccio dire due volte.
Luca è un grande. Un grande architetto, ma anche un grande uomo. Ha 40, equilibrato, saggio, grande estimatore di arte e di belle donne. Tradisce la moglie sistematicamente due volte all’anno, con quelle clienti occasionali – e gran fighe – che ogni tanto piovono per caso tra le mura del suo studio. Ho sempre sospettato che tra di loro ci sia un segreto passaparola. Arrivano per chiedere chissà quali consulenze per rimettere le piastrelle del bagno e intanto gli fanno piedino sotto il tavolo e gli parlano della loro vasca ad idromassaggio che è ‘fa-vo-lo-sa, dovresti proprio provarla, Luca!’. Beato lui.
Vabhe. Mentre lui gestisce le ultime pratiche di burocrazia pura, io mi fiondo a casa. Sto già sognando il letto, un buon libro, un bagno caldo.
Giro la chiave. Lascio la nebbia e il freddo che taglia le guance ed entro in una tiepida atmosfera termosifonizzata. Che invenzione! Appoggio le mani ghiacciate sul ferro caldo. Brucia! L’indice mi brucia, che dolore. Presto, il bagno, l’acqua fredda che scorre, ghiaccio sul fuoco. Asciugo la mano e mi guardo il dito. E’ rosso, certo questo non è strano, mi sono bruciato. Ma perché mi sono bruciato? E solo l’indice poi. Tutta la mano appoggiava grata sul termosifone, caldo, sì, ma non da ustione. E lui, il mio fidato compagno, urlava di dolore, sensibile, dolente, stanco.
Lo guardo meglio. Tra la prima e la seconda falange scorgo, tra il rossore, un lieve rigonfiamento. Forse a quello era dovuto il prurito. Un insetto predatore si era nutrito del mio sangue lasciando umori urticanti sotto la mia pelle. Guardo ancora meglio. Sotto il gonfiore qualcosa di scuro, forse un pungiglione o qualcosa, non so una scheggia, forse. Forse. Ma chi lo sa, più tardi vedrò, adesso sono troppo stanco. Non ho neanche la forza per farmi un bagno. Mi getto vestito sopra il letto, con le scarpe e tutto, accendo il televisore. C’è un tg. Mi addormento.
Oddio sono già le sette, il cellulare impazzito sta vibrando da tempo ormai nella mia tasca. Rispondo, è Luca. “Grandi Marco, siamo grandi! È andato tutto benissimo! Hanno firmato il contratto! L’albergo si fa! In pieno centro di Milano! Diventeremo famosi! Ti passo a prendere tra un ora, andiamo a festeggiare, ciao!” tutto d’un fiato, non ho avuto neanche il tempo di ribattere, di dire che no, non ero proprio in grado, magari un’altra volta, sai, mi sento proprio distrutto.
Mi alzo un po’ intontito dal sonno pomeridiano e mi godo il bagno bollente che mi ero promesso. Ah, il dito! Sembra a posto. Si è sgonfiato, non è neanche più rosso. Sì, c’è sempre quell’ombra scura sottopelle, ma sarà una puntura di insetto. Sì, è così. Quel ragno che ho ucciso stamattina, mentre passeggiava ignaro sulla mia tastiera, devi avermi punto.
Non ho tempo di pensarci. Dimentico il dito, mi vesto di corsa e sono giù in strada, sbarbato e profumato come una donnaccia! La stanchezza è volata giù nello scarico della vasca e sono pieno di energia e di voglia di festeggiare. Meno male che ho accettato l’invito di Luca, mi sento in forma. Poi in macchina scopro che stasera ci sarà anche Paola, la segretaria del dottor Bartoli. Quel vecchio noioso (futuro proprietario dell’albergo, tra l’altro) non verrà, ma manda come rappresentante l’affascinante donna dei miei sogni. Credo che me la farò.
La cena è squisita, semplice ed inondata di ottimo vino. Siamo tutti allegri, io e Paola, seduti vicini, parliamo tutta la sera, non di lavoro finalmente, ma di noi. Si ride, si scherza, i brindisi non si contano neanche più.
Paola mi guarda con gli occhi lucidi e sorride. Poi lo sguardo le cade sulla mia mano, dolcemente avvicina la sua, incomincia a giocare con le mie dita, quasi per caso, accarezza i polpastrelli, sfiora il mio palmo con naturalezza, senza smettere di parlarmi e di fissarmi. È fatta, penso, stasera è mia.
“ehi, che buffo, ma che cos’hai qui?” mi dice ridendo.
Che cos’ho? Oddio avrò le mani sporche? Sudate? Cavolo, non avrò del nero sotto le unghie? Che figura, vorrei sprofondare.
Mi guardo la mano sorridendo, per sdrammatizzare – sono le mani di un lavoratore, piccola, sai che faccio il meccanico di secondo lavoro, no?- Guardo meglio, lei fissa curiosa un punto del mio dito indice, sì proprio dove quell’animaletto mi deve aver punto. Meno male, è solo quel pungiglione sottopelle. Sorrido sollevato e avvicino il viso al mio dito. Che strano, il pungiglione sembra essere uscito. Ma non è proprio un pungiglione. È come…come un ciuffetto. Un ciuffetto di peli, piccolo, si nota appena. Ma sono proprio peli.
Ritiro in fretta la mano. – no, no non è niente, mi ha punto un insetto – le dico.
“ma no, era…” – ti dico che non è niente -. Terrore, gelo, schifo. La serata è rovinata, sono ridicolizzato totalmente. Cerco di cambiare argomento, le riempio il bicchiere di vino, per distrarla. Ma ormai il suo sguardo è cambiato. Non sorride più. Ride. O almeno io la vedo così.
“dai andiamo ancora a bere qualcosa, una birra su, non fare il guastafeste!”
– no, non mi va, sono stanco davvero. Prendo un taxi, voi andate pure, divertitevi! – declino l’invito di Luca. Mi sento a disagio e poi è vero, sono stanco. Ho voglia di riposare
un po’.
Arrivo a casa a stento. Forse ho bevuto troppo. Sbaglio due volte il pianerottolo prima di trovare l’ingresso di casa mia. Finalmente entro, accendo la luce, vado in cucina. È avanzato del caffè. Adoro il caffè freddo prima di andare a dormire. Ne bevo una tazzina. Il sapore acido mi impasta la bocca, cancella i residui del vino, del cibo, del fumo. Non mi resta che andare a dormire. Prima però voglio osservare meglio l’indice che mi ha rovinato la serata.
Accendo le luci del bagno, mi avvicino al lavandino e guardo. È proprio un ciuffetto di peli, lievi, sottili, quasi invisibili da lontano. Ma da vicino sono proprio peli. Come è possibile. Ci passo sopra un dito. Pungono un po’, come la barba di un giorno. Attorno altri aloni scuri. Ne stanno crescendo altri, ma perché? Domani vado dal medico, adesso non riesco a pensare. Ho bisogno di dormire.
Per prima cosa, appena sveglio, chiamo il dott. Girotto. È il mio medico da quando ero bambino, gli spiego il problema e mi dà un appuntamento per la mattina stessa. “oggi sono abbastanza libero, Marco, fai un salto subito così risolviamo il problema oggi stesso”. Arrivo dottore, lei è la mia salvezza. In macchina sorrido della mia stupida preoccupazione. – non sarà niente, sono il solito maniaco ipocondriaco del cavolo – e rido da solo con la musica a tutto volume. Oggi sarà una splendida giornata.
“eh sì Marco, sono proprio peli”. Il dottore sta guardando con curiosità il mio dito indice. “devo dirti che pensavo fosse una tua immaginazione, ma evidentemente questi sono peli e di una certa struttura anche” – dice mentre li punzecchia con una pinzetta. Nella notte sono in effetti cresciuti e formano una sorta di barbetta un po’ buffa.
“c’è di più” aggiunge il dottor Girotto “sotto i bulbi piliferi, vedi qua, questo rigonfiamento? È una ghiandola sudoripara.” – sudo che? – “sì, Marco, hai presente quelle che hai sotto le ascelle? Ecco, una cosa simile. Ma non ti preoccupare farò delle analisi. Aspetta un po’. Che strano…stai sudando. Le tue mani sudano. “ – beh, sì è normale, sa, mi sto un po’ preoccupando – “no, voglio dire che, insomma qua, proprio nell’area della ghiandola, ecco, proprio qua, tocca. Sei umido.” – mi sfrega il dito e poi se lo porta al naso. “sì, questo è sudore vero, un odore acre, intenso, senti”. Oddio è vero, che schifo! Mi puzza il dito!! – che farò dottore? Mi devo comprare un deodorante da dito? Me lo devo rasare quando esco? Dovrò farmi la ceretta? – non so se ridere o piangere.
Il dottore mi guarda divertito. Anzi ride. Di gusto.
“Lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Tu sei il primo uomo della nuova generazione. Devi essere felice. Sei l’archetipo dell’uomo del futuro. Tu lavori con il computer, no? Con l’indice dai i comandi sul mouse. Quello è il tuo lavoro. Quella è la tua fatica. Questa è l’ascella del futuro, Marco. Il sudore del tuo lavoro è qui. È nel tuo dito indice”.
Oddio.

di Annalisa Massa