Arsetari dla cusin-a piemontèisa

novembre 28, 2004 in Libri da Gustare da Momy

Titolo: Arsetari dla cusin-a piemontèisa
Autore: Camillo Brero
Casa editrice: Il punto
Prezzo: € 18.00
Pagine: 158

Arsetari L’impatto con il libro è violento: i caratteri stampati, così simili a parole vergate da un sapiente amanuense, sono inquietanti. Difficili da leggere, impossibili da comprendere, ai più. So che da qualche parte, in qualche recesso della memoria, ho la chiave per trascodificare questi segni. Poi sorgo, in un angolo, forme e parole a me più familiari: sono le stesse di prima, solo scritte, anziché nel dialetto piemontese, in italiano. Mi rifiuto di leggerle, non posso permettere alla pigrizia di impadronirsi di me in questo modo. Le ricette di cucina piemontesi sono una parte importante della storia della nostra regione, ed è giusto tramandarle così come sono nate, nella loro lingua originale. Quella che a poco a poco mi torna alla mente, dolce, musicale, incantatrice. E mi tornano in mente le immagini di me bambina, di fianco al pôtagè, mentre mia nonna si cimentava nel preparare i suoi famosi manicaretti e io stavo li a guardarla, con gli occhioni sgranati e le orecchie attente a cogliere le sue indicazioni, dettate rigorosamente in piemontese. Già, perché, a Rivara, l’italiano scompariva, quando la domenica mattina varcavo la soglia del portone di quella casa a due piani, con la facciata rossa e le tapparelle bianche, ed il profumo dell’arrosto, mescolato a quello delle mele al forno, si impadronivano delle mie narici.

In questo libro ho ritrovato tanti ricordi, che si erano solo assopiti, erano andati in letargo, ma oggi sono tornati vivi e presenti. Non ho resistito alla tentazione di mettermi ai fornelli per riscoprire la vera cucina piemontese, quella povera del Ris al làit, quella opulenta dello Stuvà ‘d levr a l’antica, quella tradizionale degli Agnolòt e quella deliziosa della Torta ‘d ninsòle, accompagnata dal Vin càud.

Un viaggio lungo centocinquanta pagine che raccontano non solo di cucina, ma di storia e di tradizioni. Come quella della Mnestra dj’ànime, che un tempo (quando la gente si voleva bene e si aiutava senza nascondersi dietro a chi comanda) si preparava il giorno dei morti sulle piazze, per sfamare la povera gente, o come quella della Supa a la mòda dla musica dël Forn ëd Rivara, che non poteva mancare al pranzo di Santa Cecilia: chi non la mangiava, non poteva essere considerato un buon musicante.

E poi ancora un perscorso variegato tra sapori delicati, come quello dei Fricieuj ëd sambù e dei Persi siropà ‘d Canal, e sapori forti, decisi, come quello della bagna càuda e quello delle Anciove al verd.

Infine, come da tradizione, non possono mancare gli aperitiv e digestiv: alla fine del lauto pasto preparato seguendo i preziosi consigli dell’autore, servite ai vostri ospiti il digestiv ëd nos fatto in casa, con le noci fresche che sarete andati a raccogliere, in un pomeriggio d’autunno, in un vigneto ormai spoglio.

di Monica Mautino