“Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” vince il Leone d’Oro a Venezia 2014

settembre 15, 2014 in Cinema, Net Journal, Primo Piano da Pierluigi Capra

Mostra internazionale del Cinema di Venezia 71

Mostra internazionale del Cinema di Venezia 71

Il titolo originale del film che ha vinto il premio più ambito alla Mostra internazionale del Cinema di Venezia 71 è “A pigeon sat on a branch reflectiong on existence”.
Dal palco del Lido di Venezia, quando ha ritirato il Leone d’Oro, il regista svedese Roy Andersson ha citato Vittorio De Sica e il suo Ladri di biciclette che lo ha profondamente ispirato: “Non sarei un regista se non avessi visto quel film” ha detto.
Una gioia incontenibile sprigionava dagli occhi di Andersson al quale non pareva vero di aver vinto il primo premio. Evidentemente il suo mondo visto dai piccioni ha convinto la giuria che lo ha scelto tra i venti film in concorso.
Si tratta di tante piccole stazioni di un viaggio fatto di incontri e situazioni inaspettate che offrono un punto di vista originale sulla società di oggi. Emerge una società caratterizzata dalla supremazia della vanità con risvolti surreali. Un film forte, di alto livello emotivo, atemporale e universale, calmo, piacevole, coinvolgente.
Andersson immagina che i piccioni, che esplorano l’umanità dal loro punto di osservazione, vedano gli umani buffi, maniacali, monotoni e bizzarri. In sala il film è stato accolto con molte risate per il suo taglio noir e fantastico.
Sono 39 i piani sequenza che rievocano diversi e disparati ambienti, una vera follia di posizioni: dai teatri di cera ai quadri di Edward Hopper un pittore americano della prima metà del ‘900 famoso per i suoi ritratti di solitudine, dalle opere affollate di contadini olandesi del pittore fiammingo Bruegel il Vecchio a quelle di Otto Dix l’artista tedesco esponente di spicco della “Nuova oggettività”, dalle comiche noir ai deliranti Gabinetti delle Curiosità, dalle Camere delle Meraviglie ai Wunderkammer (termine tedesco che riporta al primo stadio del concetto di museo), dalla canzone svedese della taverna della famelica “Lotte la zoppa” all’episodio di re Carlo XII dichiaratamente gay e nel contempo simbolo machista del potere. Certo è che la pittura ha ispirato molta parte della sceneggiatura di questo film.
Le guide di questo ironico percorso tra i destini dell’uomo sono Sam e Jonathan, due tristi e malconci rappresentanti di commercio specializzati nella vendita di oggetti umoristici, scherzi e travestimenti. Uno più sicuro di sé l’altro più lamentoso e piagnone. Dalla loro borsa delle meraviglie i due estraggono di tutto.
Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza può essere considerato come un film comico e nello stesso tempo emozionante ed edificante. “Ci sono esplosioni di terrore, afferma il regista, ma non sono altro che un’estensione di sentimenti che vanno dall’ironia all’orrore”. Le inquadrature sono lunghe, a camera fissa, eleganti e molto curate nei più minimi dettagli sia dal punto di vista scenografico che compositivo. Il film, nelle intenzioni del regista vuole stigmatizzare le miserie e gli egoismi umani, l’assurdità e la meschinità di certi comportamenti, l’assenza di solidarietà e l’indifferenza diffusa, le nefandezze del colonialismo e la trivialità. Una mescolanza di passato e presente senza barriere tra i vari periodi della storia umana. Un atto d’accusa forte contro la stupidità dell’uomo e la sua mancanza di empatia, la constatazione che gli uomini, tutto sommato, hanno comportamenti molto simili al di là delle differenze geografiche e delle appartenenze.
Il tutto, nel film, è narrato in maniera atipica, non lineare e rifugge da tutto ciò che è abituale. “Trovo noioso, sostiene Anderson, guardare opere che raccontano storie a lieto fine. Mi interessa parlare di noi, della nostra esistenza e dunque avere uno sguardo sulla vita quotidiana che è più ricco. Traccio dei dipinti, partendo dalla vita”.
Alla fine degli anni ’60 Andersson frequentava la Scuola svedese di cinema presieduta dal grande Ingmar Bergman e certe analogie tra i due si possono scorgere, non certo il senso dell’umorismo che, a differenza di Bergman, è sempre presente in Anderson.
Il regista svedese sostiene che il suo film è un mix di tre romanzi, Don Chisciotte di Cervantes, Uomini e topi di John Steinbeck e Delitto e castigo di Dostoevskij e considera questo suo lavoro l’ultimo di una trilogia dopo Songs from the Second Floor (2000), premio della Giuria a Cannes e You, the Living (2007).
E’ un film che smuove i preconcetti, suscita sensi di colpa nel senso che invita gli spettatori a provare vergogna per certe crudeltà. Crea una grande tensione tra il banale e l’essenziale, il comico e il tragico, ma anche le scene tragiche contengono energia e ironia.

Foto di Gabriele Trevisan