Tre settimane in Messico II

febbraio 13, 2005 in Racconti da Redazione

12/8 – Ancora Palenque: le rovine…

Sveglia alle 8, colazione con melone e papaia e taxi collettivo per le rovine di Palenque… all’ultimo riesce a salirvi anche Kate. Appena superata la biglietteria (3 pesos e ottanta, come quelle di Tulum), ci sorprende la maestosità e la magnificenza delle prime piramidi che compaiono alla nostra vista: sono enormi, costruite senza l’uso di utensili in metallo, completamente immerse nella giungla e creano un’atmosfera a dir poco magica.

Dopo qualche ora di ristoro, andiamo a farci un aperitivo con due margaritas a testa e un po’ di nachos per un totale di 60 pesos. Recuperati Gianluca e Kate nella loro camera, andiamo a farci una pizza al ristorante vicino: ci accompagnano alcuni gruppi musicali. Siamo seduti proprio sotto il palco e per prima vi sale una famiglia composta dal padre, il figlio di circa 12 anni e la figlia di poco più grande, entrambi alle percussioni. C’è un feeling straordinario tra loro, si guardano e sorridono intonando pezzi tipici di tutto il sud america (Perù, Bolivia, Argentina…); credo siano di Cuba. Il padre sa fare un’infinità di rumori con la bocca (trilli, urletti, fischi) mentre suona la chitarra, soffia nel tipico strumento peruviano e in un fischietto da arbitro. I figli lo guardano ammiranti e cercano la sua approvazione con gli occhi; se sbagliano il padre gli da una carezza, un sorriso e continuano a creare un’atmosfera deliziosa con la loro musica.

Dopo salgono 4 percussionisti del Chiapas e, avanti loro, danzano a turno due ragazze con palle ed aste infuocate; un’africana si esibisce in balli tribali e un ragazzo con clave di fuoco. A parte la nera, sembrano tutti in botta di fungo (specie l’asiatica; non sono pochi ad offrirci i magici mushrooms). Nel frattempo abbiam buttato giù una cerveza e due mescal, abbiamo trovato dell’erba, recuperato un po’ di cartine e pagato la cuenta. Andiamo a fumare sul terrazzo dei due nuovi compagni di viaggio con i quali s’è subito instaurato un rapporto di grande amicizia (condividere certe esperienze non può che unire…). Spesa un’ora a parlare di raggi laser fatti col forno a microonde, dei prezzi delle droghe in Canada e di altri argomenti quanto meno singolari (i tre joints hanno fatto un buon effetto), ce ne andiamo a dormire piuttosto tuonati.

13/8 – Finalmente… San Cristobal

Stamattina ci siamo alzati alle 7 e 30 più in forma di quel che pensassimo: doccia, colazione, taxi per il pueblo di Palenque a 20 pesos e adesso siamo sul bus, bello, per San Cristobal, a 2.100 m d’altitudine.

L’arrivo a S. Cristobal è previsto verso le 14, il viaggio vola via facilmente grazie al comfort del bus e a due film. La vista fuori dal finestrino ricorda paradossalmente le montagne svizzere, ma con la sporcizia messicana (“Conserva limpia las carreteras“, dicono i cartelli). Villaggi indios lungo le strade, aumentano le camionetas militari…

Arrivati ai 2.100 m di San Cristobal il fiato si fa corto, ma ciò non ci impedisce di stupirci davanti a questo nuovo spettacolo messicano: le strade sono tutte lastricate e, quando passano, le macchine fanno lo stesso rumore degli zoccoli dei cavalli. Prendiamo una stanza a Posada Virginia e subito ci lanciamo nella perlustrazione della città; al mercato Stu compra tre coperte Indios mentre io contratto 100 pesos di mota (marijuana) con un vecchio senor che vende pipe e chillum (ci saluta sbracciandosi).

Torniamo in camera e ci prepariamo due personal che ci stendono fino alle 21 e 30. Ceniamo a casa Margherita, ristorante tipico con ottima musica e clima di grande allegria (forzatamente aumentata da una lunga tavolata di italiani che, guidati da una patetica quanto agitata Angela, si scambiano cappelli messicani e organizzano un trenino stile Maurizio Costanzo). Concludiamo sorseggiando una tequila, i camerieri ce ne offrono una “bum” con simpatico pugnetto in testa per scuoterla ulteriormente (Angela mi chiede se m’ha fatto male ed io la rassicuro).

Facciamo ancora un salto al “Litro”, un bel locale alla moda frequentato in prevalenza da messicani: prendiamo due cocktail da un litro e, un po’ ubriachi, torniamo a dormire da Virginia: un paio di cannette per la buonanotte… la sveglia sarà di nuovo alle 7 e 30, destinazione Canyon del Sumidero.

messico canyon sumidero14/8 – Canyon del Sumidero

Stamattina il risveglio è stato difficile; per un breve istante ho pregato che fuori grandinasse per evitare la gita e continuare a dormire (è bastata una doccia per ripigliarmi).

Decidiamo che al Canyon del Sumidero ci arriviamo da soli e saliamo su uno sgangherato collettivo pieno di messicani, con il vetro anteriore completamente scheggiato. Il viaggio scorre liscio e veniamo lasciati a poche centinaia di metri dall’embarcadero. Paghiamo la lancia 95 pesos, indossiamo i giubbotti salvagente e partiamo con una famiglia di francesi ed una di messicani.

All’inizio il fiume pare un immondezzaio, pieno di bottiglie di plastica e vetro; basta però una curva perché lo spettacolo abbia inizio: aironi ed aquile volano a pochi metri dalla nostra testa, a sinistra un coccodrillo immobile con la bocca spalancata (sembra finto). Si inizia a vedere l’entrata del canyon. La guida ci mostra la parete più alta che raggiunge i 1.000 metri e le immagini che, con un po’ di fantasia, si possono vedere sulle pareti fiancheggianti il fiume (là un cavallo marino, a sinistra la testa di un dio Maya, sopra una cascata che s’interrompe a 300 m circa dal fiume con l’acqua ci piove in testa facendo ridere tutta la lancia come bambini). Il fiume è piuttosto largo, termina con una diga ed arriva ad essere profondo 240 m.

Lasciamo i francesi al parco naturale e torniamo da un’esperienza che non ha aggettivi per essere qualificata (ho male ai muscoli della faccia a furia di sorridere incredulo). Approdiamo che sono le 13 e decidiamo di visitare Chapo de Corza: anche questa località è molto carina e tranquilla, piazza con gazebo, dove consumiamo il nostro pranzo serviti da una simpatica famiglia. Il viaggio di ritorno è divertente, stipati su un normale e sgangherato pullman di linea, primo tratto in piedi tra gli altri viaggiatori (quasi tutti del posto): riesce comunque a risalire i 1.600 m d’altitudine che ci dividono da S. Cristobal. Vi arriviamo seduti, e mancano 5 ore alla partenza per Pochutla (Zipolite). Andiamo ad un internet point con l’intenzione di scrivere a Stefano, il nostro riferimento di Oxaca, ma faccio di tutto tranne quello. Passiamo a ritirare gli zaini da Virginia dopo un ultimo salto al mercato, ci vestiamo da “notte in bus” e andiamo a gustarci l’ultima cena a S. Cristobal in un locale veramente carino: foto del Che e di Bob, disegni di Manara, ottima atmosfera. Una tequila reposada, una canna di maria e siamo pronti per un’altra partenza, per un altro addio (arrivederci?).

15/8 – L’oceano di Zipolite

Alle 10 e 30, condotti da Pochutla a Zipolite da un taxi guidato con una certa maestria tra decine di curve, abbiamo già la nostra cabanas sull’oceano. E’ il paesaggio di più forte impatto che abbia visto ad oggi: le onde, alte in media tre-quattro metri, si sfracellano sulla spiaggia con una violenza inaudita (non distinguiamo il suono dei tuoni da quelli del mare); la sabbia è calpestata da me, Stu e pochi altri (qualche uomo fa nudismo in mezzo ad altri in costume). Ci buttiamo a giocare tra le onde con la gioia dei bambini, sorvegliati a distanza da un bagnino: c’è sempre la bandiera rossa e siamo stati avvisati di non avanzare troppo; credo sia questo il posto dove la coppietta italiana in viaggio di nozze è stata risucchiata dalle acque).

Messico

L’entusiasmo ci travolge e, mentre meditiamo se prorogare la nostra permanenza qui fino al 2
6/8, ci viene offerta un’oncia di verde a 160 pesos: circa 16 grammi della migliore marijuana ci aspettano nella capanna. Pranziamo. Torniamo e ne accendiamo due a testa. L’effetto è devastante, come le prime canne che si fumano a 17-18 anni: non riesco a smettere di ridere, qualsiasi cosa mi sembra esilarante mentre la magia del posto m’irretisce sempre più. Scoppia un breve temporale, me ne giro un’altra e dormo per cinque ore mentre Stu tenta di restare sveglio passeggiando per la spiaggia per non perdersi neanche un attimo dello spettacolo che ci viene offerto (siamo in mezzo al niente, il luogo più vergine in cui siamo stati).

Mi risveglio che è buio, Stu ha dormito un po’ fuori in compagnia del vicino di capanna olandese e anche lui, come me la mattina, è rimasto infastidito dalla sua presenza: credo che nasca una sorta di gelosia del posto (meno siamo, meglio è).

Una splendida stellata fa da cornice alla nostra cena: parliamo poco e ci incantiamo di frequente (l’oceano, il cielo, la sabbia). Torniamo alla capanna e ne giriamo delle altre (io mi sono ufficialmente innamorato di quell’erba: proseguirò in solitaria tutta la notte). Due sedie di legno: dietro la nostra cabana, davanti l’oceano e avanti ancora chi lo sa… La via lattea è nitidissima e io e Stu ci si domanda se sia possibile che tutto ciò sia stato creato solo per noi, se le stelle in realtà non siano dei buchi di un lenzuolo nero circondato di luce, se alla fine dell’oceano visibile ci sia una cascata… Non passa un aereo e ho contato due navi.

Stu va a dormire, io resto ancora un po’ a fumare, a guardare i fulmini in lontananza, a stordirmi coi tuoni delle onde, a seguire la scia di una stella cadente. Non penso a nulla oltre a quel che vedo: tutto mi riempie la testa e non c’è spazio per altro. Non me ne andrei più.

16/8 – Ancora a Zipolite

Notte serena per me, un po’ più agitata per Stu che si alza con la febbre… io me la cavo con una decina di punture sulle braccia. Apro la finestra della cabana e respiro l’oceano per svegliarmi; colazione a 50 m, sulla spiaggia naturalmente.

Me ne giro una e raggiungo Stu che si riposa sulla plaia, un po’ stordito dai medicinali; la gita pianificata per esplorare la parte occidentale della costa viene sostituita da una breve passeggiata che ci fa venire il giusto appetito per il pranzo. Tortillas de jamon e una di queso: sempre con grande calma e tranquillità.

Il pomeriggio scorre lento: Stu s’addormenta in spiaggia, io navigo un po’ in internet, riesco a scrivere a Stefano, quello di Oxaca, leggo un po’ di Repubblica, cerco di racimolare maggiori informazioni sui taxi per Puerto Escondido senza troppo successo; me ne giro una e sono in spiaggia.

Già prima, nel corso di questo viaggio, m’era capitato di sentire lo scorrere del tempo in maniera diversa che durante l’anno (ciò che faccio il giorno prima mi pare subito distante settimane); a Zipolite non si fa altro che osservare, eppure il tempo scorre molto più rapido di quel che si possa immaginare: una sorta di “pigrizia impegnata”.

Presto si fanno le 7 e 30: vado a sorseggiare un Margarita per aperitivo (Stu cerca di trattenersi per via dell’Aulin). Una doccia, un joint e siam pronti per la cena: locale argentino con ottima musica sulla breve passeggiata di Zipolite. Pasteggiamo a margaritas: Stu non si trattiene più (uno dei più pesanti bevuti finora, tra l’altro…). Ci trasciniamo alla cabana dove mi giro tre personal: stesso programma della sera precedente, stavolta con il mio compagno di viaggio (ma qua è un po’ come essere sempre soli tanto è facile l’alienazione). Parliamo pochissimo. “Vista?”, indicando una stella cadente, “Sì”.

di Gianluca Ventura (foto di Stefano Lione)