TraspiCampiello02

agosto 1, 2004 in Libri da Stefano Mola

Titolo: La Pasqua rossa
Autore: Alberto Bevilacqua
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: € 17.00
Pagine: 238

La Pasqua rossaLui sostiene che, per saper raccontare si richiede il dono della memoria […] Anche la memoria – dice – ha un suo sesto senso. Come l’allarme che scatta nelle belve della giungla: – Io li fiuto i ricordi. Come profumi che viaggiano nell’aria. Quelli deliziosi e quelli nauseanti…

In queste frasi, Bevilacqua ci sta parlando di Ezio Barbieri. Un delinquente, ma nulla affatto comune. Un uomo nato con un carisma, e con domande dentro che portano verso l’assoluto. Un uomo che partendo dalle sue inquietudini, arriva a scoperchiare le verità della vita per gettarle in faccia al mondo.

Ezio Barbieri è esistito veramente. Il 21 aprile del 1946, giorno di Pasqua, nel pieno della confusione e degli intrecci sepolti di un’Italia appena uscita dalla guerra e dal fascismo, quando tutti si affrettano a spianare i molti grigi verso i più facili bianco e nero, Ezio Barbieri guida una rivolta nel carcere di San Vittore. Lo spunto è, mi verrebbe da dire à la Shakespeare, una grottesca recita di detenuti, mascherati da animali. Una rivolta che progressivamente diventa rivendicazione, minaccia di denuncia: lo scoperchiamento dei sepolcri imbiancati. Perché chi ha immerso le sue mani nella vita della mala, sa molte cose che per alcuni starebbero molto meglio nascoste sotto qualche metro di terra, fino a perdere, confondendosi nella polvere, la loro scomodaverità. In altre parole, Ezio Barbieri avrebbe dato prova che i poteri istituzionali, usciti disastrosamente da una guerra perduta, non avevano la dignità necessaria per fondare una nuova Repubblica. Erano sassi che nascondevano nidi di vermi. Bastava sollevare il sasso. [pag. 63]

Si intuisce, alla luce della citazione iniziale, la tensione che percorre l’intero libro. Per raccontare serve la memoria, certo, quando si ha a che fare con la storia pubblica o privata. Ma raccontare è anche l’invenzione di una memoria, quella dei personaggi e delle loro vicende, che sono ricordate nel momento in cui sono scritte. Allo stesso tempo, nel racconto di vicende storiche, siano esse minime oppure di portata tale da coinvolgere un intero popolo, è impossibile prescindere dal filtro dell’invenzione, anche inconscia: quella del punto di vista.

Difficile, e forse non veramente importante, stabilire quanto di storicamente accaduto sia contenuto nelle pagine de La Pasqua rossa. Del resto, tornando al già citato Shakespeare, quando leggiamo per esempio Riccardo III non ci chiediamo se ci servirà anche per ripassare la lezione di storia. Piuttosto, ci interessa la vicenda di un uomo (reazioni, relazioni, pensieri, azioni) quando si trova inserito all’interno di un determinato contesto. Da questo punto di vista, il libro di Bevilacqua ci fa certamente intuire che non tutto era liscio e chiaramente classificabile nel primo dopoguerra, ma soprattutto porta alla ribalta un personaggio, e in particolare un’istanza esistenziale.

Enzo Barbieri è un uomo d’azione, certo, ma è anche un uomo di domande e inquietudini. Un uomo di carisma, ma anche un uomo del dubbio, capace di percepire l’incertezza delle cose, la loro limitatezza. Il chiaroscuro dei sentimenti anche dentro a relazioni in cui la componente sessuale può apparire brutale e primaria. L’onore, l’amicizia e la responsabilità che escono esaltati, paradossalmente, proprio all’interno di un codice, quello della malavita, che può rivelarsi più saldo e affidabile di quella della cosiddetta morale normale. Enzo Barbieri è una domanda di rivolta, un potenziale catalizzatore di rivolta, ma ad un livello così totale da essere impraticabile e destinato alla sconfitta.

La narrazione di Bevilacqua prescinde dalla linearità e privilegia le illuminazione e le allucinazioni, procede per accostamenti e approfondimenti successivi, costruendo la figura di Barbieri come un mosaico. Il tessuto, lo sfondo, sono i giorni della rivolta nel carcere, le trattative, il rapporto con gli altri detenuti. Ma i singoli episodi non sono che il pretesto per aprire corridoi verso i diversi aspetti della vita di Barbieri, verso il suo romanzo di formazione: la giovinezza, l’apprendistato, il rapporto con le donne, con i rivali. Sicuramente una prova interessante, un modo di utilizzare la storia recente per farne narrativa senza cadere nel didascalico.

di Stefano Mola