TraspiCampiello

settembre 1, 2002 in Libri da Stefano Mola

Giancarlo Marinelli, “Dopo l’amore”, Guanda, pp. 181, Euro 13,50

31774Mattia, Franco e Camillo: li lega un’amicizia inseparabile, vera, fortissima. Vivono a Scardovari, sul Po, poco prima che il fiume si perda nel mare. Sogni, voglia di divertimento, di fuga dalla provincia, di una vita diversa. E naturalmente, il desiderio di ragazze, o meglio di qualcosa di più, il desiderio dell’amore di una ragazza. Come ad esempio Martina, il sogno della vita di Franco, che da tempo la corteggia, le telefona, le spedisce lettere. Ma Martina è innamorata di Mattia. A Mattia Martina piace, ma non nel modo bruciante del grande amore, non nel modo in cui gli si insinua sotto la pelle il sogno impossibile: Jessica, spogliarellista che gli si siede sulle ginocchia una sera nel locale proibito della zona, il Martes. Questo è l’inizio del romanzo e del dramma. L’amicizia è più forte dell’amore? Quanta responsabilità dobbiamo mettere nelle nostre parole verso l’altro, quando ne accettiamo l’amore, quando parliamo dell’amore? E attorno a queste domande, che si aprono alla vita, la presenza incombente della morte, portata da uno dei mali più inquietanti del nostro tempo, il tumore.

Provo a spiegare un’immagine che mi è venuta in testa dopo aver letto questo romanzo. Pensavo a delle radici. Certo, anche nel senso classico di richiamare a un territorio preciso. Una presenza forte, fin dall’attacco, è il Po, il fiume che si va a perdere nel mare in un modo indefinito, che crea una specie di zona grigia, non ancora acqua né soltanto terra (e che risulta essere funzionalmente duale alle vicende etiche dei protagonisti). Ma non è solo un topos con di una valenza poetica. È carico di concretezza: i paesi dimenticati, ai margini, i luoghi magici (uno per tutti, Scano Boa), i bar, i vecchi, il lavoro, la scuola serale, il divertimento possibile e quello sognato. Tutto questo fa si che i personaggi possano venir fuori da questa scena come alberi da un terreno. Non voglio con questo dire che siamo di fronte a una indagine sociologica, a uno studio di costume. L’impressione è che proprio grazie a questo possano acquistare spessore, guadagnare in credibilità anche psicologica.

E poi c’è la presenza dell’acqua, quasi simbolica. Come se il fiume fosse in un certo senso la vita cui tutti ambiscono, una vita che però, in una terra di confine, dove l’acqua del fiume va a perdersi mescolandosi in quella infinita e indefinita del mare, è precaria. Precaria e in bilico nelle sue scelte morali, tra desiderio della sessualità e responsabilità verso le persone. L’incombente presenza del mare è al tempo stesso romantica e inquietante: luogo del sogno, ma anche luogo del perdersi delle anime, altrove della morte.

Tra i pregi di questo libro c’è la capacità di rendere i rapporti tra i personaggi, soprattutto l’amicizia tra Mattia, Franco e Camillo, resa con tutte le sfumature e le articolazioni che hanno i legami veri: i rapporti di forza, gli equilibri interni, gli appoggi, le sponde, il non detto. Vorrei sottolineare proprio quest’ultimo, il non detto. Soprattutto nei dialoghi a due, e in particolare quelli tra Mattia e Jessica, c’è una grande abilità nel rendere quell’equilibrio fragilissimo che c’è nel parlarsi di due persone che si vogliono, che forse si amano, che cercano l’uno nell’altra le risposte alle proprie solitudini. In tutto questo è fondamentale la resa di quello che c’è nei pensieri dietro alle parole, di quello che crea gli scarti, le discontinuità, i bivi delle sensazioni, i riconoscimenti emozionali improvvisi.

Ancora, c’è la capacità di rendere in maniera vivissima quella sensazione totale, assolutamente coinvolgente, condita di totale incertezza e di potenziale perdita del senso di sé che prova qualcuno che si trova a fianco della persona amata e che non osa dichiararsi, quella condizione meravigliosa e terribile da bolla di sapone, che solo a provare ad allungare un dito si ha la paura tremenda che possa scomparire la parete sottilissima ed iridiscente del sogno. Esemplare a questo proposito è il flusso di pensieri che attraversa Martina nel corso della sua passeggiata sulla spiaggia con Mattia.

Due annotazioni ancora prima di finire. La prima, è per i personaggi di contorno: il vecchio Aldo, il Giovane Pianista, Satana Busia. Originali, e anch’essi con una storia ben costruita alle spalle (insomma, anche loro con delle radici). La seconda per il linguaggio: talune volte c’è forse una ricerca eccessiva della poeticità o del giovanilismo. Dire “sgoldonare” per descrivere l’atto di togliere il telone protettivo da sopra un gommone, non aggiunge né toglie niente alla forza del racconto, rischia soltanto di far risuonare in modo troppo riconoscibile e dopo un po’ leggermente forzato una voce dotata di un sicuro talento narrativo (sono pistinerie, perché in realtà questo non è così diffuso).

Intervista a Marinelli su Infinitestorie.

di Stefano Mola