Terra rossa | Sudate Carte Racconti I edizione

gennaio 30, 2003 in Sudate Carte da Redazione

È una terra secca e dura.
– Converrebbe sparargli piuttosto che lavorarla! – dice Ennio, con un sogghigno che rivela una certa predisposizione all’idea.
– Quest’anno si rischia di rompere i manici delle zappe a batterci troppo forte. – e subito segue una risata alle parole di Bencio.
È un’estate calda, che non si fa dimenticare neanche quando ti svegli all’alba, e benché il sole sia solo all’inizio del suo lavoro quotidiano cela mette tutta per darti un’immagine terrena dell’inferno.
Il mare è solo là, dietro a quelle quattro colline, ma sembra scordarsi di portare un po’ di brezza a dar sollievo alla fatica.
Di nuvole nemmeno l’ombra, che poi è proprio quella che servirebbe.
Quei due olivi, nati per sbaglio e cresciuti storti e rachitici, ne offrono appena uno scampolo dove mettere il fiasco di vino e le bottiglie d’acqua. Che già prima di mezzogiorno il loro contenuto ricorda da vicino il piscio.
E poi la polvere rossa, che ricopre ogni cosa, che è alzata dagli attrezzi da lavoro e ti entra in bocca e nelle narici, ti fa tossire, starnutire. Si mischia alla saliva facendoti sputare piccoli sassi di lava incandescente.
Inutile rinfrescarsi con dell’acqua, ti ritrovi con una poltiglia di fango attaccata al palato, e scopri che la cura non fa altro che peggiorare il male.
Qualcuno si copre il viso legandosi un fazzoletto con un nodo dietro alla nuca, il che lo fa sembrare un bandito, ma presto il calore in faccia è troppo, ‘ché ferma quel poco di vento che ogni tanto si ricorda di soffiare, e allora conviene

toglierselo.
Gli occhi bruciano, irritati dal sole e da quella sabbia di fuoco.
Ma nessuno si lamenta, il caldo è troppo e allora è meglio concentrare tutte le forze nel lavoro, cercando di dimenticarselo, anche perché presto capisci che le imprecazioni non servono a molto: il sole rimane lì e tu pure.
Saranno una decina, a distanza di qualche metro l’uno dall’altro, non serve alzare la voce per farsi sentire da quello più lontano da te. Comunque parlano poco, o per organizzare il lavoro o per qualche battuta. Ma anche ridere costa fatica.
All’ora di pranzo si rifugiano in un capanno lì vicino, che li consola con l’ombra offerta dal tetto di stuoia cotta al sole. Si riposano lì nelle ore più calde della giornata, per poi riprendere a lavorare quando il sole è stanco e non batte più così forte sulle loro spalle.
Dopo il pasto i più vecchi fumano la pipa, i più giovani sigarette di carta di canapa arrotolata. Qualcuno dorme, qualcuno racconta una storia, gli altri stanno in silenzio.
Ma quando Uccè incomincia a raccontarne una non c’è nessuno che dorme. Perché è il più vecchio, ne sa moltissime e puoi stai certo che quella non l’hai mai sentita prima, e poi le racconta proprio bene.
Anche quel giorno, finito l’ultimo sorso di vino, caricò la pipa con gesti lenti e ormai automatici, si sistemò comodo appoggiandosi ad un palo del capanno con la schiena, e non appena la piccola stella del fiammifero ebbe acceso il tabacco incominciò a parlare.

– Era un’estate di un caldo simile a questo, non pioveva da centoundici giorni. Il piscio evaporava prima di toccare terra e i ruscelli erano secchi. Ma gli uomini continuavano ad andare al lavoro. Si accanivano testardi con le pale e le zappe contro la terra e la innaffiavano con il loro sudore. – le parole erano ritmate dai soffi di fumo che si lasciava sfuggire dalle labbra. – L’acqua finiva in fretta e diveniva calda ancor prima. Così, due o tre volte al giorno, uno si appoggiava sulle spalle il bastone con legati all’estremità i due otri per andarne a prenderne di fresca al vecchio pozzo, vicino ai casolari. Di solito era il più giovane a farsi questa fatica. Quel giorni il sole arroventava le schiene come il fabbro fa col ferro, e Brunello era già il quarto viaggio che faceva. La terracotta degli otri era incandescente e quando ci buttava dentro l’acqua questa sfrigolava contro le pareti. – e sputò a bagnare la terra screpolata su cui era seduto. – Quando arrivò per l’ultima volta al pozzo le gambe gli tremavano e i piedi pesanti sembravano conficcarsi nel terreno, cosicché faceva doppio sforzo a rialzarli per il passo successivo. Prese il secchio e lo butto giù per il buco: sentì il tonfo del legno che incontrava il fondo d’acqua e il crepitio degli spruzzi. Allora afferrò la corda a cui era legato ed incominciò a tirare, ma non aveva più forza, le mani gli scivolavano sulla canapa intrecciata che gli bruciava la pelle. Puntò i piedi e fece un ultimo sforzo aiutandosi col peso del proprio corpo, ma perse l’equilibrio e cadde a terra come un fico maturo, sulla schiena. E lì rimase, stremato. –
Fece una pausa per svuotare il braciere in cui si era accumulata cenere e riprese.

– Gli altri erano preoccupati, era passato molto tempo e non tornava ancora.
Qualcuno bestemmiava lamentandosi per la sete e incolpandolo di essersi addormentato chissadove, ma sicuramente in un luogo in cui vento e ombra non mancavano.
Ad un tratto lo videro lì, a pochi metri da loro; non l’avevano neppure sentito arrivare. Era in piedi, immobile che li guardava con due occhi da pazzo. I capelli dritti in testa come rami secchi, la pelle rivelava il contorno delle ossa come se tutta la carne e il grasso fossero evaporati. Non aveva gli otri con sé.
Bertoldo gli si fece addosso urlandogli contro, che loro erano lì a lavorare e lui chilosa, forse dalla sua bella, e si era pure dimenticato dell’acqua.
Ma Brunello stava in piedi zitto, gli occhi vuoti come se intorno a lui non ci fosse altro che oscurità e silenzio.
Bertoldo continuava a rimproverarlo ed insultarlo, gli diede anche uno spintone, infuriato dal suo tacere, ma quello non si mosse. Si volto verso gli altri mentre nel suo volto il rossore della rabbia lasciava il posto all’incredulità. I suoi compagni scuotevano la testa appoggiati ai manici degli attrezzi, stupiti quanto lui.
Bertoldo tentò ancora di scuotere Brunello dal suo torpore, ormai più preoccupato che adirato. Gli dava schiaffi sul volto e gli urlava negli orecchi, come si fa con gli ubriachi.
Subito il giovane non parve mutare il suo comportamento, ma dopo qualche minuto si chinò lentamente, per raccoglier una vanga adagiata sul terreno lì vicino. Non

appena ne ebbe impugnato il manico si rialzò di scatto, facendosela roteare intorno alla testa e calandola con una forza inusitata contro la testa di Bertoldo. Lo colpì in mezzo agli occhi col ferro, spaccandogli il cranio e lavandosi col sangue dell’amico, che schizzava dalla ferita come da una fontana.
Guardò per pochi secondi, che agli altri uomini così atterriti da non riuscire a muoversi parvero anni, il compagno riverso a suoi piedi, dopodiché si accasciò anch’egli a terra. Morto. –
Con un gesto della mano si fece passare una bottiglia appoggiata poco distante, si rinfrescò la gola e continuò.
– Quando arrivò il medico non poté dire altro se non quello
che tutti sapevano già: erano entrambi morti. Si stupì per l’eccessiva magrezza di Brunello ma non seppe darne una spiegazione.
Quello che vi dico adesso me lo disse mio nonno, è lui che mi raccontò questa storia, e sapeva più cose dei medici e dei preti. Brunello, si era sudato il cervello. Sdraiato di fianco al pozzo era rimasto preda del sole che prima gli aveva consumato tutta l’acqua che aveva in corpo e poi, non contento, prima la carne e poi il cervello. Così era impazzito. Dovete stare attenti: il sole è buono ma anche ingordo: fa maturare i frutti e ci scalda, ma in cambio si beve la nostra acqua,e se non ne trova più ci consum
a tutti.
È dopo questo fatto che costruirono questo capanno, cosicché il sole non ci prenda e noi possiamo venirci a riparare qua sotto e metterci l’acqua e il vino. – Fece una pausa, strizzando gli occhi per riflettere e far riflettere meglio su queste ultime parole, poi alzandosi: – Forza,

adesso al lavoro! ‘Ché c’è ancora tanto da fare! –

di Pasquale Panico