Solo

marzo 21, 2011 in Libri da Stefano Mola

Titolo: Solo
Autore: Rana Dasgupta
Casa editrice: Feltrinelli
Prezzo: € 19,00
Pagine: 352

Quanti uomini e donne falliti per produrre un Einstein? Dieci? Mille? Centomila? Non possiamo rispondere a domande di questo tipo, sono insondabili e basta. Ma sappiamo che se vogliamo provare il brivido del progresso, devono essere dei sacrifici da qualche parte

soloUrlich, il protagonista di questo romanzo, è uno di questi falliti. Pur essendo bulgaro, ha un nome tedesco per la profonda ammirazione che il padre ha di questo paese, per la sua cultura e soprattutto per la sua tecnologia. La storia di Ulrich è la sequenza dei suoi fallimenti: l’abbandono della musica in seguito al divieto del padre, l’abbandono degli studi di chimica e di Berlino per le sopravvenute ristrettezze economiche della famiglia, l’accontentarsi d’un lavoro come contabile in una ditta di pellami che causa la fuga della moglie e del figlio, il diventare pedina del sistema comunista nella fabbrica di solfati, la cecità sopraggiunta aprendo incautamente un barattolo di acido e la lunga vecchiaia buia passata nelle frammentarità del ricordo.

Fallimenti che dipendono da cause esterne, ma anche dall’incapacità di farsi carico del proprio talento, che a nulla vale senza una quota minima di fiducia in sé stessi. La sua vicenda è però anche strettamente intrecciata alla Storia del 900, dalla fiducia positivista nei mezzi della scienza e della tecnica (incarnata dalla figura del padre) al totalitarismo comunista.

Questo orizzonte apparentemente senza speranza si apre nella seconda parte del libro (che a mio modo di vedere è quella maggiormente riuscita), che introduciamo ancora con due citazioni dal romanzo:

La vita accade in un dato posto e per un certo periodo di tempo. Ma c’è sempre un grande surplus che avanza, e dove lo mettiamo se non nei nostri sogni?

Se ci ripensa, è sorpreso dalla quantità di tempo che passava a fantasticare. Le sue storie immaginarie l’hanno aiutato di giorno in giorno, anche se il mondo stesso perdeva di significato. Non si è mai fermato a riflettere sul fatto che la porzione più grande della sua anima fosse votata a questo atto creativo. Ma non è una conclusione disperata. I suoi sogni a occhi aperti erano una specie di tentativo di vivere e, adesso che ogni altra cosa è perduta, sono ancora a sua disposizione

Dalla Bulgaria passiamo alla Georgia, e alla fine, a New York. La Georgia è in un certo senso una logica conseguenza, nasce dalle macerie dell’impero sovietico senza riuscire ad affrancarsi dalla violenza e dalla sopraffazione, che si fanno più esplicite ed ostentate. Incontriamo il musicista Boris, che dopo aver affinato il suo talento in solitudine diventa una star mondiale (perché unisce al talento la consapevolezza e la fiducia); la seducente Kalthuna, che dal niente diventa una donna d’affari specializzata in sicurezza (sicuramente il personaggio più affascinante del libro); il fratello di lei Irakli, che non riesce ad esprimere il suo talento poetico (in questo, un doppio di Ulrich).

Il ritmo della narrazione si fa più vivo e pulsante: l’autore sembra lasciarsi andare maggiormente alle suggestioni che nascono dai suoi personaggi, sia perché forse maggiormente libero dalla tesi che scorre sotto a tutta la prima parte, sia per la sua natura costituzionale: il sogno. E nel sogno, di tanto in tanto, epifanie di Ulrich.

Il romanzo sembra quindi offrire nell’immaginazione una possibilità di salvezza, anche se non si scorgono vie di scampo dalla violenza della storia. Un libro che affronta questioni importanti, e che offre parecchi spunti di riflessione. Un giovane narratore che varrà la pena tener d’occhio.

In conclusione, segnaliamo alcuni link:

Il sito di Rana Dasgupta, con collegamenti a recensioni e interventi.

Un’intervista concessa dall’autore a una giovane poetessa indiana.

di Stefano Mola