Sole

luglio 5, 2002 in il Traspiratore da Redazione

31315Lucy parlava una lingua strana. Spagnolo, italiano, francese, inglese: tutto frullato insieme. Ne venivano fuori delle frasi comiche, assurde ma simpatiche e, incredibile a dirsi, tutt’altro che cacofoniche. Forse perché era talmente bella che tutto ciò che usciva da quel magnifico corpo sprizzava armonia.

Da un baretto sull’angolo della calle arrivavano i bassi potenti della musica jungle, il padrone del locale dondolava la testa seguendo il ritmo ossessivo e profondo di una canzone che entrava nell’addome con delle note che facevano vibrare i vetri.

Lucy mi ha guardato, ha sorriso e prendendomi per mano ha solo detto “cappucino”; il barista, sveglio e attivo, ci ha accolto con un holà! e, senza che dicessimo nulla, ci ha preparato al volo due cappuccini con due ensaimadas.

“Todo bien?” – “Claro que sì”, e abbiamo pagato la cuenta prima di inzuppare quelle prelibatezze nella schiuma del cappuccio.

La guardavo mangiare, era affamata, aveva ballato tutta la notte e adesso si perdeva nei sapori di quel latte macchiato e raccoglieva qui e là lo zucchero a velo leccandosi il dito. Assorta e felice, isolata da quella musica alta cui ormai era assuefatta e che ad Ibiza caratterizza quasi tutte le ore della giornata, dentro e fuori dai locali.

Eravamo una bella coppia, io ero più vecchio di lei di 15 anni, ma non sembravo un magnaccia o uno di quei loschi figuri che si accompagnano a pezzi di figa ancora teen ager. Le nostre età erano compatibili, lei 25 io 40, le nostre vite invece lo erano meno. Ci eravamo incontrati per caso a maggio, quando sull’isola ci sono gli aranceti in fiore e non c’è ancora l’invasione di giovani che cercano il divertimento estremo. Cercava casa e io pure.

Era bianca, con un bel glicine che la incorniciava e le imposte color rubino: due piani, due stanze da letto e una cucina enorme. Troppo grande per noi come single ma perfetta per conviverci e così, dopo le presentazioni e gli accordi sulla convivenza, ci eravamo trovati a dividere quella casa come due universitari.

Io ero lì per lavoro, inviato dalla redazione di un mensile per studiare le vite di Ibiza per tutta l’estate. Volevano un punto di vista maturo per capire come si era evoluta la macchina degli eccessi negli anni: dovevo raccontare l’isola da maggio a settembre, come si racconta una giornata dall’alba al tramonto.

Anche lei era lì per lavoro, faceva la ballerina, un’estate qui, un inverno là, una vita da nomade, strapagata a corrente alternata e in cerca di chissà quale futuro.

Lucy mi aveva subito folgorato, splendida, con un corpo che scatenava ululati e un fascino debordante. Camminava, sorrideva, parlava, gesticolava con uno charme abbagliante. Mi era piaciuta subito ed io non potevo piacere a lei, forse per quello aveva scelto di dividere il soggiorno con me.

Quasi per scherzo invece ci eravamo innamorati perdutamente, travolti da vite inconciliabili ma piene di interessi comuni e di affinità impensabili.

Mi cingeva la vita e la sua stanca testa si incastrava nell’incavo del mio collo. La sua massa di capelli ricci le faceva da cuscino e dal bar fino a casa ci siamo sorretti a vicenda, ubriachi di stanchezza e intontiti dai decibel inghiottiti per ore e ore. Lei lo faceva tutti i giorni, io sarei svenuto al secondo.

Quando verso le tre di pomeriggio sbucava dal lenzuolo di lino, cercavo di essere lì con lei, perché per me era come se sorgesse di nuovo il sole. Sorrideva subito, teneramente, e mi faceva impazzire di gioia, una gioia infantile, sublime.

Erano già passate le quattro e non era ancora scesa. Dormiva di sopra e ogni mattina faceva quelle scale con le mani nei capelli a cercare di districare le matasse e con addosso una maglietta che le copriva giusto le mutandine. Scendeva, mi dava un bacio e mi raccontava i suoi sogni, che io appuntavo su un taccuino. Era il nostro gioco, mi raccontava il sogno oppure mi diceva solo una piccola cosa che si ricordava o che inventava lì per lì a seconda dell’umore.

Erano già le quattro e così sono andato di sopra a vedere cosa stesse succedendo. Il sole non è sorto quel pomeriggio. Lucy non sorrideva, dormiva. Strano. Dormiva in modo strano, le baciavo la fronte ma lei stava immobile, come svenuta, stordita, evidentemente drogata.

Ho lasciato la casa col glicine e me ne sono andato a guardare il mare. Stavo lì seduto sugli scogli a pensare alla mia vita, a Lucy e a tutte quelle cose che avrei voluto dirle per farle capire che stava annegando nella chimica assassina il nostro amore e la sua vita. Ma uno come me non può insegnare niente a nessuno. Sono rimasto là, impietrito e deluso dalle mie scelte a scrutare l’orizzonte di una giornata senza sole.

Il Traspiratore – Numero 37-38

di J. Gasperi