Scenes from America

febbraio 15, 2001 in il Traspiratore da Redazione

Part 2

SCENA 5

I tre (e più) piccoli porcellin

Grand Street,

ChinaTown, New York,

ore 11.30 a.m.

Sotto il sole infuocato, i negozi delle patacche più grosse, dai Rolex ai diamanti simil-Tiffany, il mercato delle verdure più strane e delle spezie più profumate. Lungo il marciapiede, due vietnamiti spingono, con aria svogliata, un carrettino con a bordo almeno 6 maialini scuoiati, rosa, che sembrano di plastica.

Seguono il flusso della folla multicolore ma, ad un tratto, scatta inesorabile l’imperativo “DON’T WALK”. Ok, tutti fermi, per lasciar scorrere la marea di auto che si avvia lento in direzione perpendicolare.

Fa caldo, bisogna aspettare 42 secondi per rivedere comparire il segnale verde sull’altro argine del fiume di asfalto e allora…. Tanto vale sedersi, ma dove?? ad un incrocio. Uhmm, ma certo!!! Sulla più comoda poltrona che ci sia a disposizione negli immediatissimi dintorni: un mucchio di maialini scuoiati, rosa, che sembrano di plastica.

SCENA 6

Dalle 9 alle 17 orario continuato

New York, venerdì 6 agosto,

ore 10 p.m.

Per la sua larghezza, l’ufficio sembra ricavato, non dico da un corridoio, addirittura dall’intercapedine del muro esterno del grattacielo. Accatastati contro il muro ci sono innumerevoli oggetti, tra cui un forno a microonde, come se lo spazio non fosse ancora abbastanza scarso. Incastonati dietro a delle scrivanie da asilo, i due uomini sono probabilmente immigrati indiani. Il secondo non ci ha degnato d’uno sguardo fin quando non ha smesso di contare mazzette di dollari spesse come elenchi telefonici, poi sentito della nostra richiesta d’un volo per Toronto, ci ha rimandato dal primo. Non è che un esempio di una delle “agenzie di viaggio” che abbiamo visitato, posti dove quasi sicuramente la gente non va mai di persona, facendo tutto al telefono con la carta di credito. Probabilmente, uno dei due indiani, in questo stesso momento, sta scrivendo un pezzo per “The Transpirator” su due alieni sprovveduti e italiani che gli sono capitati in ufficio chiedendo di voli a basso prezzo (che tra l’altro, informazione per voi turisti futuri, vanno cercati almeno una settimana prima, e non il giorno prima, come facevano gli alieni).

SCENA 7

Dama cinese ed altri giochi

3rd Avenue, New York,

ore 01.30 a.m.

Senza fretta, stiamo tornando verso l’ostello. Per le strade il flusso continuo dei cab va diminuendo, mentre aumentano le sagome informi degli homeless accanto ai portoni e li potresti confondere con i grandi sacchi neri scaraventati vicino ai bidoni della spazzatura. Ad un tratto, da lontano, uno strano movimento attira la nostra attenzione: due distinti signori vestiti di tutto punto, giacca e cravatta d’ordinanza a Manhattan, orientali, aprono le loro 24 ore, ne estraggono qualcosa e si siedono su dei cartoni raccattati chissà dove, di fronte ad una vetrina illuminata.

Quando li affianchiamo ci accorgiamo che hanno improvvisato un tavolo da gioco che farebbe invidia ad un casinò di Las Vegas: una bella partita a dama cinese è quello che ci vuole prima di rientrare a casa.

Questa è l’America.

SCENA 8

Il Motel Plaza

Da qualche parte in Massachussets,

30 luglio,

ore 11 p.m. circa

Stiamo girando da qualche ora per le autostrade pluricorsia, uscendo e rientrando, alla ricerca di una camera libera (mai capitare in Massaschussets vicino alla costa senza aver prenotato di venerdì o di Sabato). Siamo arrivati in posti che hanno il nome di paesi, ma che sembrano solo collezioni di casette da periferia residenziale dove un centro non c’è mai (qualcosa di simile a una piazza, ad esempio). Oppure siamo arrivati in grandi parcheggi attorno a centri commerciali, ancora aperti adesso che sono ormai le 22:30 passate, dove sembra di entrare in un frigorifero in cui siamo conservati insieme uomini e verdure grazie all’aria condizionata sparata a mille anche di notte. Ci siamo mossi di indicazione cortese in indicazione cortese, per fortuna sembra che qui fuori dalle città tutti siano ben disposti a darci informazioni, a fare telefonate per noi profughi senza un tetto, a fare per noi disegni di strade (se necessario anche pinzando insieme più fogli, nel caso che il disegno trasbordi). Ci siamo persi e ripersi, un po’ per colpa nostra, un po’ per colpa delle indicazioni (anche la guida dice che in questa zona sono poco chiare). E alla fine siamo capitati qui, dopo aver imboccato l’ennesima strada a 3 corsie per senso di marcia. L’insegna dice Motel Plaza – adult channels – Jacuzi: un insieme di camere disposte sui tre lati di un parcheggio. L’uomo alla reception dopo alcuni battute in inglese dice: “Ma siete italiani?” (lui è di origini foggiane). Una camera libera c’è, rimane il problema di mettere qualcosa nello stomaco. Proprio dall’altra parte della strada una insegna gialla e rossa Burger King: peccato che tra noi e lei ci siano 6 corsie di macchine sfreccianti e un rete metallica a centro carreggiata (ma secondo il foggiano non è un ostacolo, basta sollevarla un po’ e scivolarci sotto, lui fa così). Decidiamo di non recitare la versione umana del videogame Frog e ci incamminiamo sul nostro lato della strada. Subito accanto al nostro Motel Plaza un distributore Texaco, il gabbiotto è illuminato, forme umane si muovono tra gli scaffali, entriamo. Una invitante macchina per gli hot-dog, ma dietro il bancone non c’è nessuno. Ci aggiriamo esitanti, sporgendo il collo di qui e di là, ma nessuno si fa carico del nostro problema. Alla fine chiediamo alla cassa: l’hot-dog ce lo dobbiamo fare da soli. Due parole con il tizio della cassa, è egiziano, immigrato da pochi anni, e poi prendiamo possesso della nostra “suite” al Motel Plaza. Chiudendo la porta alle nostre spalle sappiamo che outside is America come canta Bono alla fine di “Bullet the blue sky”.

SCENA 9

Il maratoneta

Niagara Falls, 8 agosto,

ore 7.00 a.m. circa

Una cappa di nuvole bitorzolute che si muovono con massiccia lentezza ci sovrasta. La strada è bagnata, ha smesso di piovere da poco. È presto, le facciate della casette-con-giardino ci guardano mute. Il silenzio è quasi totale, potremmo essere in un episodio del mitico telefilm “I sopravvissuti”. Potremmo quasi crederci, se non fosse per gli inossidabili joggers che aggiungono il loro sudore all’umidità avvolgente. Essi potrebbero (è Domenica mattina, ore 7:00) stare nel letto a dormire (pensiamo noi che camminiamo stralunati reduci da un viaggio notturno in pullman di 8 ore, ma questo forse è solo un nostro problema). O al massimo, se proprio non riuscivano a dormire, avrebbero potuto far colazione con frittelle di mais bagnate da sciroppo d’acero (ma forse questo ci è suggerito dalla nostra fame). E invece sono qui, a correre sulla strada.

Il jogger appartiene a una categoria assolutamente trasversale. Spazia in tutte le d’età e tipologie di fisico, è presente in ogni luogo e a qualsiasi ora. Spesso si incontra il jogger in contesti che suggeriscono più l’espiazione di una colpa secondo una versione moderna dell’inferno dantesco che non semplicemente un’attività fisica (vie cittadine a più elevato tasso di inquinamento – ore più calde della giornata). Accessorio presente in quasi tutti i modelli di jogger incontrati: il walkman, soprattutto nella sua incarnazione lettore cd portatile (assai diffuso anche in metropolitana). Non sono rari i jogger ultrasessantenni: danno un’impressione di elevata fragilità, ci si aspetta che ad ogni passo possano scomporsi in un puzzle di pezzi difficilmente ricomponibili.

Quanto all’espressione del jogger, essa va dall’accigliato sofferente all’angosciato. Un’angoscia come di chi è in fuga senza essere inseguito, in fuga da un fantasma: potrebbe essere il fantasma del corpo che non vorrebbero avere, che è poi (spesso) quello che si trovano
addosso (di jogger muscolosi con gli occhialini scuri aderenti e il torace delineato non se sono visti molti).

Il Traspiratore – Numero 22

di Gli Amerikani