Sauna mista | Sudate Carte Racconti I edizione

dicembre 31, 2002 in Sudate Carte da Redazione

Non era stata un’idea brillante andare a trovare Frida a Brownshweig d’inverno. Fulvio si era immaginato che in Germania facesse freddo, ma non così freddo. E non perdeva occasione per farglielo notare. Frida sapeva bene l’italiano. Riguardo al rapporto tra Fulvio e il tedesco, era praticamente inesistente. Si erano conosciuti l’anno prima al Politecnico. Per un po’ ci aveva provato con Frida, gli sembrava un atto dovuto cercare di sedurre una studentessa erasmus: il fascino della straniera venuta dal nord era innegabile. Comunque lei aveva subito messo in chiaro le cose, così erano rimasti buoni amici.
Dopo i primi giorni passati a visitare chiese e birrerie tipiche il posto non offriva molte altre attrattive: certo le case del centro sembravano tutte tipo quella di Hansel e Gretel e la pulizia delle strade era indiscutibile, però non passarono molto tempo che Fulvio si rese conto che quella cittadina nel cuore della Germania tutto sommato era abbastanza pallosa. Gli amici di Frida erano piuttosto insulsi, per quello che avesse potuto capire di loro, il fatto è che non lo tenevano in gran conto: all’inizio sempre interessamenti tipo where are you from o what’s your favourite football team, poi in breve tornavano a quella loro lingua barbarica e attorno a Fulvio si creava una cortina di ferro da cui difficilmente riusciva ad uscire. E non è che Frida si interessasse più di tanto alla cosa. A quel punto Fulvio si attaccava al boccale di birra.
Fu al terzo risveglio con mal di testa e bocca impastata che stabilì che era ora di darsi una regolata con la birra. Si rese conto che era solo nell’alloggio. Frida gli aveva lasciato un biglietto. Accanto al biglietto c’erano le chiavi di casa e una tessera. Sul biglietto c’era scritto:

Per Fulvio.
Ho un impegno inaspettato all’università, tornerò verso le tre del pomeriggio. Intanto prova ad andare nella mia palestra, ti lascio la tessera. Così ti fai una bella sudata e fai uscire tutta la birra che hai bevuto!
Frida
Fulvio si guardò intorno: ci fosse stato almeno un televisore! Da leggere si era portato qualcosa ma aveva troppo mal di testa. L’unica soluzione per ammazzare la mattinata era la palestra. Non metteva piede in una palestra dai tempi di educazione fisica al liceo. La palestra era nella stessa via del palazzo di Frida, se la ricordava; almeno se si rompeva poteva sempre prendere e tornarsene in casa. La tuta l’aveva già addosso, la usava come pigiama.
Appena entrato, lo assalì un tizio superpompato in canottiera con una raffica di tedesco. Fulvio non si era preparato a discussioni con gli indigeni, avanzò un sorriso da deficiente e tirò fuori la tessera di Frida:
-Friend of Frida!
Il tizio allora mostrò di aver capito e gli indicò col braccione una porta:
-Changing room!
Se l’era cavata ancora bene.
Si cambiò le scarpe e si tuffò tra i macchinari; era tutto un luccichio di metallo e tecnologia: c’erano certi vogatori con schermo a cristalli liquidi tipo sala giochi con cui dei ragazzi si sfidavano in gare di canottaggio virtuali, altra gente più o meno atletica era sparpagliata nell’ampio locale.
Optò per due manubri da un kilo. Alle cyclette c’erano tre ragazze in pantaloncini elasticizzati e maglietta che pedalavano e parlavano. Fulvio si posizionò con la panca in modo da avere la situazione della sala sotto controllo. Erano tre perfetti esemplari della razza teutonica, bionde vichinghe dai corpi scolpiti e levigati da anni di palestra. Delle tre quella al centro era la migliore: si stagliava sulle altre di un bel po’ nonostante fossero sulla cyclette, sicuramente era più alta di lui. Prese in mano i pesi e cominciò gli esercizi. Andava su e giù con quei bilanceri, non voleva dare l’idea di essere un novellino.
Non passò molto tempo che si rese conto di essere madido di sudore. Sotto la tuta aveva solo la canottiera senza maniche, e di certo non l’avrebbe esibita per niente al mondo. Quelle chiazze nauseanti del resto erano la prova che aveva sudato abbastanza: si diresse verso lo spogliatoio cercando di mantenere le braccia il più possibile aderenti al corpo.
Fece la doccia in compagnia dei ragazzi del vogatore. Si stava rivestendo quando notò che i due fusti invece di fare altrettanto si avvolsero gli asciugamani attorno alla vita e si diressero fuori dallo spogliatoio. Nella palestra doveva esserci una sauna. Fulvio non era mai andato in una sauna. Incuriosito si ritolse le mutande e si avvolse l’asciugamano alla vita. Arrivò davanti alla porta in fondo al corridoio titubante: il vetro era appannato dall’interno. Non sapeva se girare o no la maniglia quando sentì dei passi dietro di sé che gli diedero la spinta. Si trovò in una stanzetta molto più piccola di come si aspettasse, completamente rivestita in legno. La stanza si allungava sulla destra: due serie di panche disposte a gradini correvano lungo le due pareti al fondo mentre sulla terza c’era un fornello che riscaldava l’ambiente. I due ragazzi erano seduti di fronte completamente nudi, ma la cosa più interessante della faccenda era che accanto a loro c’era una tipa nella stessa condizione dei due in quanto a vestiti. I tre conversavano amabilmente come se fossero seduti in un qualsiasi pub della città. Fulvio in effetti aveva già sentito che nei paesi nordici la promiscuità nelle saune era un fatto acquisito, ciononostante la situazione restava alquanto insolita, lo assalì un certo imbarazzo. Fu sul punto di girare i tacchi e tornarsene nello spogliatoio, quando da dietro si sentì sfiorare da qualcuno che era entrato: era la vichinga della cyclette. Passò dietro a Fulvio per portarsi al fondo della stanza, si tolse l’accappatoio, l’appoggiò sulla panca più in alto, si sfilò gli zoccoli di sughero e si distese a faccia in su, allungando le braccia sopra la testa per stirarsi: era bellissima. Fulvio non riuscì a staccare lo sguardo finche lei non diede un occhiata verso di lui. Un’occhiata gelida e tagliente come il vento che spazzava le strade di Brownshweig la notte. Prese posto cercando di essere il più lontano possibile da lei. Il cuore gli batteva forte, quella visione lo aveva inebriato di passione in tutto il corpo; fece un lungo respiro per ritrovare il controllo. Aveva fatto un errore: gli estranei non si dovevano mai fissare, tantopiù se nudi. Con la coda dell’occhio riusciva a vedere i piedi della ragazza che poggiavano sulla panca; dopo un po’ accavallò le ginocchia mantenendo le gambe flesse. Si mise a dondolare il piede e con quel piede dondolavano anche le pupille di Fulvio.
La temperatura era alta, in meno di un minuto Fulvio si ritrovò tutto bagnato. Era stupenda la capacità dei corpi di sudare. Anche la ragazza stava sudando. Lo si capiva dal luccichio della pelle, le sue gambe dovevano essere tutte piene di goccioline microscopiche. Cercò nella sua mente un approccio valido con cui stabilire un contatto: un bel sorriso, uno sguardo intenso, una domanda idiota da turista. Ma non gli venne in mente niente di interessante. In più la ragazza sembrava del tutto disinteressata al mondo che la circondava. Aveva chiuso gli occhi e sembrava dormisse. Il seno saliva e scendeva lentamente, i capelli bagnati ricadevano sull’accappatoio in spesse ciocche. La gamba destra era appoggiata fino al ginocchio, poi scendeva e penzolava senza arrivare a toccare la panca inferiore. Dal ginocchio in giù le goccioline si raccoglievano in rigagnoli che percorrevano in direzione casuale il polpaccio e la caviglia fino a raccogliersi verso il tallone e di lì cadere. Gocce intermittenti continuavano a picchiettare con regolarità sul legno. Il tempo tra una goccia e l’altra doveva essere di circa cinque secondi.
Quello che Fulvio avrebbe veramente voluto fare era distendersi laggiù vicino a lei, mettere la faccia sotto il tallone e farsi accarezzare da quello sgocciolio: lo avrebbe ricevuto sul naso, sulle guance, direttamente in bocca. Chissà che sapore aveva il liquido prodotto da un essere perfetto? Di certo niente a che vede
re col sudore dei comuni mortali. Poi avrebbe cominciato a succhiare quell’angolo del piede assaporando tutto il nettare raccoltosi. E poi su, sempre più su, spazzolando tutti quei centimetri di pelle rosea, fino al centro dell’universo…
Si riebbe dalle sue fantasie quando i tre di fianco a lui presero gli asciugamani e se ne andarono. Erano rimasti solo loro due: un ragazzo e una ragazza nudi nella stessa stanza. Non sarebbe stato naturale coccolarsi un po’?
Presto però sarebbe rimasto solo se non si fosse inventato qualcosa: la ragazza si era messa a sedere e aveva cominciato ad asciugarsi; ecco dove finiva tutto quel succo divino: assorbito da uno stupido accappatoio.
Si alzò e istintivamente si alzò anche Fulvio. Buttò lì quello che gli venne in mente:
-I’m friend of Frida, do you know Frida?
Silenzio.
-I’m from Italy, student…
Silenzio.
Fece come se Fulvio fosse stato trasparente e privo di corde vocali: indossò l’accappatoio, se lo chiuse in vita, infilò gli zoccoli e si avviò. Fu quando arrivò davanti a Fulvio che senza rallentare gli rivolse il volto perfetto:
-Ciao!
Fu quello che uscì dalle sue labbra, gli regalò ancora un bellissimo sorriso, si aprì la porta ed uscì.
Fulvio restò inanimato per un bel po’. Il rumore dei passi di lei si perdeva nel corridoio. Quella stanza ora sembrava enorme. Si voltò ad osservare l’assenza di lei: legno, ovunque soltanto del legno. Si avvicinò. Il segno delle natiche stava scomparendo lentamente. Ci si sedette sopra. Il calore passato dal corpo di lei al legno ora passava nel corpo di lui. Un senso di benessere totale lo pervase. Si distese e cominciò ad osservare il soffitto.

di Alberto Ballestra