Ricordi ed impressioni

novembre 5, 2005 in Racconti da Redazione

Quella che state per leggere, è una lettera aperta, scritta tra un boccale di birra ed un biglietto per lo stadio

Carissime(*),

ci sono volte nella nostre vite in cui facciamo delle scelte indirizzati dall’istinto o dal caso, eppoi scopriamo quanto quella scelta inconsapevole ci abbia portato su una strada che era tanto congeniale al nostro modo di sentire. Insomma, è come essersi innamorato a prima vista di qualcuno e scoprire poi, con una lenta conoscenza, che è una persona fantastica.

Quando ero un bambino e la scatola magica del calcio era solo una fonte indistinta di chiasso ed incomprensibili emozioni paterne, fui chiamato a scegliere: la mia squadra del cuore sarebbe stata quella del Toro o della Juve? La mia scelta fu presto fatta: per tradizioni familiari e amicizie scolastiche, affidai il mio cuore calcistico alla Juventus.

Da allora sono trascorsi molti anni di grande passione e di grandi delusioni, vissuti tra la seria puntualità di Zoff, le astute magie di Platini, la spietata compostezza di Scirea, il genio capriccioso di Baggio, la presunzione artistica di Del Piero, il controllo magnetico di Zidane.

Albertojuve

Il coinvolgimento nella contesa calcistica ha vissuto momenti di alti e bassi, ci sono state le tante discussioni con amici ed illustri sconosciuti, ma anche l’esultanza per le vittorie, la tristezza per gli insuccessi, le interminabili trasferte, le ore di attesa nelle resse più infernali, il condividere con persone incontrate per caso l’entusiasmo, magari un abbraccio improvvisato, che scaturisce quasi istintivamente nel momento della comune felicità e perfino l’esperienza terribile dell’incontro con la morte all’Heysel.

Dopo tanti anni vissuti nella passione per la Juve ho capito quanto una squadra di calcio finisca per rappresentare la personalità della città a cui appartiene, ed in una città in cui le squadre sono due, esse finiscono col rappresentare, ognuna, una delle anime che ne compongono il tessuto umano e sociale. Torino è un luogo in cui si vive nella convinzione che non vi è nulla di più eccitante che creare qualcosa e che per creare è necessario mettersi nelle condizioni di farlo. Al creativo rimane però sempre l’intima convinzione di essere stato defraudato della sua invenzione ed è tentato dal vivere nel rimpianto delle sue geniali intuizioni passate, piuttosto che nel desiderio di ripartire verso nuove conquiste. Queste sono le due anime della città. Da un lato il coraggio di intraprendere alcune delle imprese più importanti della storia del nostro paese, dall’altro la tendenza a vivere nella nostalgica rievocazione di questi fasti. Accadimenti storici hanno indirizzato le due squadre di Torino verso queste due anime e chi, come me, non si è mai riconosciuto nella tendenza all’autocommiserazione ed al rimpianto per un passato che non tornerà, non può che sentirsi affine a chi pensa che ogni conquista sia solo un punto di passaggio per la successiva.

Su chi vive così intensamente il rapporto con l’anima profonda di questa città, a nulla valgono gli attacchi di stampa e televisione, che servono solo a convalidare una certa idea circa lo strano destino di Torino: ai margini del potere nazionale, ai margini dell’informazione e della cultura dominante e che si rende tanto simpatica quando rievoca i fasti di glorie passate, quanto irritante quando riesce ad essere un laboratorio dove si riesce a fare ciò che altrove è impossibile.

Così il miracolo odierno di una squadra che, con soli soldi propri, riesce a lasciarsi dietro le squadre dei Paperoni che versano nelle casse societarie decine di milioni come fossero noccioline, non diventa, per l’informazione che va per la maggiore in Italia, una storia incredibile e romantica ma soltanto un fastidiosissimo refrain.

Ma per chi sente sotto la propria pelle questa città e questa squadra ogni successo è un miracolo che si ripete troppo spesso per esser solo un miracolo, è la forza di un’idea, è il trionfo di un modo di essere.

E’ splendido per me vivere in una città che amo perché mi ci riconosco ed amare una squadra di calcio che ne rappresenta l’anima che più sento a me più affine, perché mi rassomiglia o meglio, vorrei mi rassomigliasse visto che, rispetto al sottoscritto, miete qualche successo in più…

Ciao

Alberto

(*)L’autore si rivolge a due amiche come ideale suo interlocutore

di Alberto Capella