Rana Dasgupta per Traspi.net

aprile 28, 2011 in Libri da Stefano Mola

Abbiamo recentemente presentato su queste pagine Solo, secondo romanzo del giovano scrittore anglo-indiano Rana Dasgupta, con cui l’autore si è aggiudicato il Commonwealth Writers’ Prize. Definito da Salman Rushdie il più inaspettato e originale scrittore indiano della sua generazione, ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande.

Rana Dasgupta 2Il romanzo è principalmente ambientato nell’Europa dell’est, e affronta tra gli altri il tema del fallimento del comunismo. Dipende dal fatto che la Bulgaria è il paese in cui si svolge la parte del libro, o dobbiamo vederci qualcosa di più? Avremmo potuto immaginare la stessa vicenda nell’Europa occidentale?

Solo racconta la storia del ventesimo secolo dai margini dell’Europa, e pertanto non avrebbe potuto svolgersi nell’Europa occidentale. Ci ricorda che ci sono altre narrazioni dell’Europa e del mondo. Le turbolenze nelle storia dell’Europa occidentale – e in particolar modo, nel mio paese, l’Inghilterra – sono state mitigate da un senso di scopo e di raggiungimento. Solo parla di un luogo in cui queste turbolenze avvengono senza che si percepisca una finalità. Un luogo in cui si è provato a mettere in pratica i principali ideali del ventesimo secolo, con il risultato che la realtà ne è sempre stata una versione impoverita. In questo senso, Solo ci mostra le assurdità del ventesimo secolo. Il suo universalismo risiede nella congettura che nel ventesimo secolo la maggior parte delle persone ha vissuto in una realtà più simile a quella della Bulgaria che a quella dell’Inghilterra. In un mondo dove la “storia” era fatta da qualche altra parte, e tutto ciò che ci si poteva aspettare erano repliche, impostori, fantasmi.

La figura del padre di Ulrich può essere vista come un simbolo del positivismo, della speranza in un futuro reso migliore dalla scienza e dalla tecnologia. Eppure scopriamo che in un certo momento ha abbandonato il suo lato artistico. La crisi del mondo moderno deriva dal divorzio tra arte e scienza?

Forse non è precisamente così; invece, su un piano più astratto, la crisi viene dal rinnegamento del sacrificio. Per andare avanti, per “diventare”, alcune cose devono essere lasciate indietro, o sacrificate. Questo è parte della storia del mondo, e della vita di ogni individuo. A volte quel sacrificio, così “logico” nel contesto del progresso, può diventare in seguito una patologia – quando si realizza che le cose che abbiamo lasciato da parte erano, contrariamente a tutte le apparenze, essenziali.

Il romanzo può anche essere visto come la storia di fallimento personale. Ulrich ha talento, ma non crede in se stesso. Pensi che sia più difficile credere in se stessi per chi è dotato?

No. più che dal suo talento, la mancanza di fiducia in se stesso di Ulrich deriva dalla fragilità della sua posizione nella tempesta del ventesimo secolo – di cui egli desidera così tanto far parte. Può essere difficile credere, in Europa occidentale, che il talento non dia frutti. Queste storie non sembrano così remote se si è vissuti in un posto come l’India, dove non è affatto infrequente incontrare persone dotate di talento che hanno avuto vite mediocri, che sono invecchiate senza poter trarre nulla dal proprio talento. E del resto, quanto davvero Ulrich sia dotato è ovviamente qualcosa su cui il lettore deve riflettere.

A me sembra che Solo sia un libro che lasci poco spazio alla speranza. Soltanto la musica e l’immaginazione sembrano poter offrire una via d’uscita, ma ciò che possiamo chiamare la vita vera sembra segnata quasi soltanto dalla violenza. Sei d’accordo?

Se ci si allontana anche solo di un passo dagli appartati idilli del capitalismo contemporaneo, la violenza delle sue forze risalta in tutta la sua pienezza. La storia è un movimento tragico. La speranza viene dal fatto che la vita e le esperienze interiori non coincidono con la storia, ma ne sono in larga misura indipendenti. Questa non è soltanto una fuga: è una realtà in se stessa che a sua volta ha un impatto sulla storia.

Trovate qui il testo dell’intervista in inglese.

di Stefano Mola