Professione poet(ess)a

febbraio 10, 2003 in il Traspiratore da Claris

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Qualche sera fa, alla FNAC di via Roma (a Torino), il professor Guglielmo Gallino ha presentato “Stagioni” (Elena Morea Editore), l’ultima raccolta di poesie di Rosy Bianchini di Martino. Durante il piacevole convivio, al quale sono intervenuti Emilio Gay, Gianni Chiostri, umorista e autore della copertina del libro, e l’attrice Anna Cuculo, abbiamo avuto il piacere di intervistare l’autrice.

Lei scrive poesie. E’ giusto definire la sua attività di poetessa una professione, un mestiere? E se sì, quali sono i requisiti per una “brillante carriera”? Oppure l’essere poeti è solo un espediente snob per giudicare il mondo in maniera distaccata?

Scrivere poesie non è un mestiere, ma parte da un bisogno interiore che poi si trasforma in ricerca: non credo si possa parlare di “brillante carriera”. Comunque sapere che quello che scrivi viene riconosciuto ed apprezzato dagli altri e che gli altri rivivono quel determinato stato psicologico è la conferma che la tua ricerca vale. Il poeta infatti non guarda il mondo in modo distaccato, ma lo vede con maggior interiorità e soprattutto senza giudizio.

Il poetare può essere considerato una “missione” per l’umanità, un modo per allietare le grigie vite in una società sempre più di corsa e con minor feeling artistico?

Il poeta scrive sempre per sé stesso e poi quando pubblica la poesia questa diviene bene comune e quindi sarà il fruitore a riconoscerne il valore.

Lei è nata a Firenze, culla della lingua, della poesia e della cultura italiana. Nel capoluogo toscano si respira ancora un’aria da corte medicea?

Firenze è in fondo una piccola città dove le persone non sono molto aperte al confronto con chi non è fiorentino e ciò si può riscontrare nel loro “campanilismo” e perciò credo si sia persa quell’antica apertura: è rimasto solo il salotto letterario aperto a pochi eletti.

Invece la sua vita, ora, si svolge a Torino, una città di chiara impronta industriale, in cui l’uomo della strada fatica a conoscere e apprezzare le belle arti, specialmente in questi lunghi mesi di crisi economica.

Torino è una città di frontiera ed io mi ci trovo benissimo, in quanto c’è un’osmosi etnica che fa crescere tutti. Infatti, molte sono le mostre ed i musei frequentati da tanti visitatori: basta considerare come sono seguite le visite guidate, anche da giovani coppie accompagnate da bambini che vengono così iniziati al gusto dell’arte.

Lei appartiene all’Associazione Poesia Attiva, diretta da Emilio Gay. Ci parli di questo movimento, del suo operato e del vostro presidente, ormai una figura storica della cultura piemontese.

Poesia Attiva nasce il 4 Novembre 1995 da un gruppo ristretto di “Poeti mantellati” che si riuniscono al Valentino sotto il monumento a Massimo d’Azeglio, ove viene fondato il movimento, che ha assunto come orientamento i seguenti motivi:

  • riteniamo che i poeti e gli artisti debbano riprendere nella società civile contemporanea il posto che loro compete, precedendo la politica e l’economia;

  • riteniamo che il mondo debba procedere nel senso della bellezza, sia estetica che morale;

  • ci proponiamo di lottare per questi principi con il pensiero teoretico, con la penna e con tutti i mezzi messi a disposizione dall’attuale tecnologia;

  • non ci poniamo come una delle tante associazioni culturali, ma come movimento rinnovatore della cultura europea;

  • crediamo nella sacralità della Poesia e nella sua funzione divina.

    Senza ombra di retorica, io sono fiera di essere stata presente il 4 Novembre ’95 al Valentino dove abbiamo fondato il nostro movimento.

    Lei è una “poetessa mantellata”. Che cosa significa? A quali supplizi si è dovuta sottoporre per conquistare questo titolo e quali vessazioni dovrebbe subire un giovane poeta per entrare nel circolo dei mantellati?

    La mantella è la bandiera sotto la quale i poeti mantellati riconoscono la propria identità, la loro appartenenza al gruppo ed il loro Presidente Emilio Gay. Far parte di questa associazione culturale vuol dire dare il meglio di se stessi e sottostare a discipline di chi da più tempo e con maggiore esperienza sa indicare il giusto percorso: quindi è una gerarchia di coscienze. Ma tale severità verso noi “grandi” non è tale per i giovani che trovano ampi spazi per esprimersi e quindi farsi conoscere. Il mio personale rapporto con “Poesia Attiva” è stato sofferto anche perché essendo agli inizi l’unica figura femminile ho dovuto scontrarmi con una realtà dove il maschilismo si sente molto.

    L’Associazione Culturale Il Traspiratore ha recentemente organizzato un concorso per studenti del Politecnico per poesie, racconti ed opere di grafica. Inaspettatamente la categoria per la quale è pervenuto il maggior numero di opere è quella dei componimenti poetici. Tra le nuove generazioni la poesia, quindi, ha ancora seguito. Che cosa ne pensa?

    Sicuramente i giovani hanno molta voglia di scrivere e sentono più intensamente l’urgenza dei problemi sociali del mondo moderno, quindi il loro modo di scrivere è meno fantasioso e più rivolto alle problematiche attuali.

    I ragazzi amano di più leggere poesie o scriverne per lasciare traccia dei loro umori, delle impressioni in momenti particolari, a mo’ di un diario, forse leggermente più criptico?

    I giovani amano più di quanto noi possiamo pensare lo scrivere poesie: in un mondo dove impera la comunicazione, ma nello stesso tempo non si comunica, i giovani parlano sia attraverso i versi che attraverso le canzoni.

    Secondo lei, come si può fare affinché la poesia abbia più spazio sui media, venga maggiormente divulgata e non resti un gioiello di nicchia?

    La poesia per avere più spazio deve essere maggiormente divulgata attraverso i media, come sta facendo ora la RAI nella prima rete radiofonica, ove giornalmente Umberto Broccoli intrattiene un programma con un alto indice di ascolto di giovani. Broccoli per le sue capacità e la sua bravura è stato anche nostro ospite al Convegno internazionale di Poesia Attiva tenutosi al Teatro Juvarra di Torino nello scorso mese di novembre.

    Personalmente, preferisce essere chiamata poeta o poetessa?

    E’ una piccola sfumatura, ma scrivere è “poetare” e perciò è poeta.

    Il Traspiratore – Numero 41

    di C. Arissone