Professione di fede nel sudore | Sudate Carte Racconti I edizione

gennaio 27, 2003 in Sudate Carte da Redazione

Forse leggi in camera, forse in ufficio… Dov’è il computer più vicino? Prova ad accenderlo. Guardalo, poi torna qui.
Anche queste righe escono da un computer.
Ora che lo hai osservato, non potrai che essere d’accordo sul fatto che sia praticamente perfetto: la sua organizzazione, il suo ordine, ogni singolo tasto con la sua funzione. Combinandone più di uno, ne escono effetti diversi, ma saprai già quali, pur stupendotene ogni volta. Le dita che si trasformano in impulsi magnetici, il pensiero che si materializza attraverso loro per poi tornare ad essere irreale, pur vedendolo su un monitor, fino a quando non vorrai vederlo trasformato in un segno stampato, ti lascia a bocca aperta. La complessità del reale è derisa mentre viene trasformata in una serie di zero e uno, cioè ridotta alle due entità più piccole che conosciamo, ed è così che riusciamo a tradurre in semplicità anche quel che sembra indecifrabile, come una stella lontana anni luce che riesce ad essere catturata dai telescopi per poi essere letta ed interrogata su se stessa. E diventa più amica, perché riusciamo a sapere di lei quel che ha dentro, quanti anni ha, cosa probabilmente diventerà.
Anni luce.
Presi e chiusi in un cervellone che ci socchiude le porte della Conoscenza.
Sì, credici, è così! Non è un sogno, ma allo stesso tempo non è reale: è un computer!
Bene, ora chiedi al tuo magico scrigno di aprirsi per riconsegnarti il tuo lavoro di ieri, quello grazie a cui tante volte hai visto tante albe… Ti dice che non può darti quello che ha custodito per te. Ritenti, e pensi che scherzi, a volte lo fa: ormai lo conosci, e sai che ogni tanto ha voglia di spaventarti un po’ per poi farsi due risate insieme, e per apprezzare ancora di più il vostro lavoro. Infatti, sai che lo ringrazierai per il suo impegno, e lui ti coccolerà di nuovo. Con questa tranquilla consapevolezza in testa e nel cuore, gli fai la stessa domanda. Ma ti risponde di nuovo che no, non può, forse neanche trova quel che cerchi o non ti capisce. Prova a chiederglielo in un altro modo, magari con un bel per favore alla fine della domanda. Di nuovo ti sbeffeggia, prendila con filosofia. Va bene, ora basta però, dài, dammi ciò che è mio. E forse gli dici la frase sbagliata, inizi anche a trattarlo un po’ male, e lui se la prende e si chiude come un riccio, inespugnabile nei suoi aculei. Ormai il danno è fatto, puoi anche provare a impietosirlo, ma non c’è più niente da fare, e mentre ti cade una lacrimuccia lui ti volta le spalle dicendoti di arrangiarti.
Quel che fa più male è il modo che ha di dirtelo.
Asettico.
Ti piazza lì quel messaggio, senza una parolina di consolazione. Forse non gli spiace neanche un po’, visto che ti accusa pure di avergli dato il comando sbagliato e lui, da bravo servo, ha fatto quel che volevi tu, anche se la cosa non gli piaceva proprio per niente. Ci ripensi, ma sei certo di aver fatto come sempre. Insomma, oltre al danno la beffa, perché alla fine il lavoro è perso e ti serve proprio oggi, e a quanto sembra è colpa tua.
Generalmente in questi casi si crea un turbine di pensieri e sentimenti misti tra rabbia, disperazione, desolazione, fino a quando inizia una disquisizione con un che di esistenziale. Infatti spuntano domande e critiche sull’organizzazione del tempo, avessi lavorato prima avresti fatto le cose per bene e con calma.
L’organizzazione del tempo… L’organizzazione in generale. Proprio quella che nelle macchine è stabilita e chiara e se non funziona è solo colpa tua, te ne sei appena accorto. Pensa, fosse tutto così semplice e razionale. Ma sei un uomo, che ci vuoi fare?
Intanto torna in mente quel messaggio, quello in cui il tuo servo e compagno fedele ti confessava di non poterti aiutare.

Pensi a quanto era crudele. Ma fa parte anche questo delle macchine, il loro non scomporsi davanti a una difficoltà. Rinunciano e basta.
Sei ancora sicuro che essere un computer sia così bello? I loro messaggi sono così freddi, la resa troppo facile davanti all’imprevisto.
Tu invece sei un uomo, una donna, dalla tua parte hai il coraggio e tanta capacità di sopportazione che davanti a ogni difficoltà oltrepassi i tuoi limiti e alla fine ti volti e scopri che l’ostacolo è rimasto dietro di te: superato.
In realtà il mondo è strano, e se noi da quaggiù riusciamo a capire le stelle grazie ai computer (quando funzionano), probabilmente loro da lassù si stanno chiedendo cosa stia combinando la giovane Terra, senza riuscire a capirlo.
Il nostro pianeta, vecchio per noi ma non per le stelle, rispetto a cui probabilmente è solo un bambino, sta ragionando in modo strano, spingendoci a somigliare sempre più a una di queste macchine. Volendo essere onesti, siamo noi piccoli uomini che abbiamo dato una spinta diversa alla Terra, passando da creatori a creati a immagine e somiglianza delle perfezioni di un computer.
Le nostre case diventano bianche e lineari, semplici e sobrie fino all’austerità, gli spazi diventano finti, il commercio si basa su… su cosa si basa il commercio? Fino a qualche tempo fa esistevano i venditori di fumo, ma ora chi ha più successo non vende neanche quello. Si vende un’immagine del commercio. Ma la concretezza sembra sparire dietro ai contenitori virtuali che contengono beni virtuali.
L’immagine che se ne ha non è male, è molto pulita. Altro che i lavoratori puzzolenti e sudati, qui si parla di managers dai volti puliti e dalle camicie sempre bianche. Loro non si sbilanciano mai, e come un computer se si trovano davanti a qualcosa di diverso e di sconosciuto, espongono il loro messaggio: non posso farlo, colpa tua. Sono solo gli uomini dei grandi affari a ragionare così? No, lo siamo tutti, lo sei tu, lo sono io, lo è il tuo vicino.
Forse abbiamo paura di essere di nuovo sporchi e sudati come quei vecchi lavoratori, andando contro l’usanza moderna di pulizia e perfezione.
Ma sai che ti dico?
Credo ancora nell’uomo che affronta la fatica e che puzza, nell’uomo che suda e non si vergogna di farlo, anzi ne è fiero.
Credo nell’uomo che ha paura e va contro i canoni del comportamento, perché gli sudano le mani, magari anche freddo, e così non capisce più niente mentre si perde e si fida del suo istinto, o riesce a trovare l’attimo di lucidità che lo porterà fuori dal buio.
Credo che chi vuole dare l’immagine della perfezione suda anche più delle persone normali, perché oltre ai suoi problemi deve anche fare i conti con la paura di essere scoperto.
Credo che senza fatica e sudore non si costruisca niente, perché i frati che hanno scavato le loro abbazie nella roccia hanno visto le loro mani sanguinare e sudare ma hanno continuato lo stesso il loro lavoro.
Credo che nella nostra vita il sudore non mancherà mai, perché nasciamo con fatica e chi è madre può provare a raccontarlo, e facendolo suderà di nuovo e soffrirà di gioia ripensandoci, anche se chi ascolta non capirà.
Credo negli uomini e nelle donne che facendo l’amore sudano, perché l’unione di due corpi e di due anime richiede il doppio dell’impegno.
Credo che quando arrivi dove ti eri prefissato bisogna sentire la puzza del sudore, per ricordarsi della fatica e delle rinunce affrontate. Altrimenti non ci pensi più! Invece quei segni sotto le ascelle, quell’odore, ti ricordano che ti sei conquistato il traguardo.
Credo che il sudore vada preso anche sul ridere, perché siamo tutti buffi uguali quando siamo stanchi e le condizioni non sono delle migliori…

Credo che il sudore sia acqua, e dove non c’è acqua non c’è vita.
E credo che se un giorno un computer iniziasse a sudare, invidioso per tutti questi motivi della nostra sudorifera fisicità, resterebbe comunque un computer: per essere un uomo ci vogliono mille motivi, ma anche conoscendoli tutti mai nessuno potrà essere quell’uomo.
Nemmeno quella donna, ma questo è un altro discorso…

di Alessia Canalìa