Prima della quiete

marzo 14, 2004 in Libri da Stefano Mola

Titolo: Prima della quiete
Autore: Elena Gianini Belotti
Casa editrice: Rizzoli
Prezzo: € 15.00
Pagine: 244

Prima della quieteIl sottotitolo di questo libro è: Storia di Italia Donati. Italia Donati è vissuta in Toscana, e lì ha speso la sua breve e drammatica esistenza. Nacque a Cintolese, nel 1863. Il paese è a due chilometri da Monsummano, poco lontano dal padule di Fucecchio. Zona segnata da una “storia secolare di bonifiche, opere idrauliche ininterrotte, tra prosciugamenti, fossi di scolo e colmate, contraddetti in seguito da mulini, chiuse e pescaie, a seconda degli interessi dei signori che si alternavano nel tempo” [pag. 16]. Zona povera contadina, così come la famiglia di Italia. Tempi in cui vivere significa per lo più sopravvivere, strappare tutto con fatica alla terra. Per esempio, la saggina del padule, con cui il padre di Italia confezionava scope.

Per la vita che la maggior parte di noi è abituato a fare, pensare che l’istruzione sia un lusso è quasi inconcepibile. Invece, centoquaranta anni fa, in molte parti d’Italia era esattamente così. Ed è stato così per molto tempo ancora. Avere dei figli significa bocche da sfamare, ma anche braccia da utilizzare nella lotta per la sussistenza. Nei periodi in cui i lavori della terra richiedono la massima intensità, è quindi naturale che i bambini non vadano a scuola. L’istruzione, agli occhi dei più, è un nemico, un’imposizione esterna ed estranea, qualcosa di incomprensibile. Per esempio, come è possibile concepire la ginnastica, ossia movimento fine a sé stesso, che sottrae energie senza produrre alcun risultato? Che l’istruzione possa quasi essere incomprensibile, nella sua velatura di ossimoro, rende l’idea delle dimensioni del problema.

Eppure Italia ha avuto l’opportunità di studiare. Non solo, è diventata maestra. Questo è però un traguardo gioioso solo per lei: “a tutti piacerebbe smettere di zappare il campo dal mattino fino a notte e sedersi dietro una cattedra a non far niente, e a guadagnarci pure dei bei soldi […] E principalmente, a che serve l’istruzione a una ragazza? Solo a mettere grilli pel capo. Meglio che sappia poco, prenda marito e metta al mondo figlioli, che è quello che devono fare le ragazze” [pag. 26]. Queste parole nel libro non vengono pronunciate da un personaggio particolare, ma danno voce alla gente. A quell’animale collettivo che si compatta per conformismo, rassicurandosi nell’irrimediabilità dello status quo, osservando malevolmente chi tenta di scegliere, anche se con una estrema umiltà, una strada diversa. Soprattutto, si unisce quando riesce a individuare un bersaglio, verso cui indirizzare maldicenze e calunnie: forse così distogliendo più facilmente lo sguardo dalla propria condizione.

Aggiungiamo inoltre che a quell’epoca, a pochi anni dall’Unità, l’istruzione elementare non è ancora gestita direttamente dallo stato. Sono i consigli comunali a indire i concorsi, e ad avere potere di revoca sui maestri. E spesso, i sindaci si comportano come piccoli signorotti feudali. Si immaginare come potesse essere vista una giovane donna, per di più piacente, che arriva in un paese diverso dal suo, seppur molto vicino. Prima di tutto è un’estranea. In secondo luogo, per quanto abbiamo sopra detto, è un’aliena, una donna che ha studiato. E poi è sola e bella. Già ci sarebbe materia sufficiente per alimentare l’animale collettivo.

Il sindaco di Lamporecchio, in cui si trova la frazione di Porciano dove è destinata Ilaria, è Raffaello Torrigiani, ricco e temuto. Abita praticamente in concubinato con due donne, ed ha fama di inseguire spudoratamente tutte le gonnelle che gli capitano a tiro. Forte del suo potere di revoca del mandato, impone a Italia di abitare sotto il suo stesso tetto, con la forza che gli deriva dal potere di revoca dell’incarico. Perdere il posto significherebbe per Italia privare la famiglia delle importanti entrate dovute allo stipendio di maestra, vanificare tutti i sacrifici fatti per farla studiare. Italia, impaurita, accetta, convinta che se la sua condotta sarà pura, non potrà aver nulla da temere. Questo è l’inizio della sua tragedia, il germe della distruzione di tutte le sue illusioni e di tutti i suoi entusiasmi. L’animale-gente non le darà tregua, spingendola con la mano impalpabile, ma non per questo meno reale e forte, verso il suo destino drammatico, che si chiuderà nel 1886. A soli 23 anni.

Elena Gianini Belotti ha due grandi meriti. Il primo sta nell’aver riportato alla luce la storia di questa donna, e con questa un frammento della storia del nostro paese e del difficilissimo e accidentato percorso dell’emancipazione femminile. Il secondo, sta nel modo in cui ha saputo raccontarla. Partendo da un rigoroso lavoro di documentazione, nelle sue parole Italia viene reinventata con una precisione che si rivela soprattutto nella descrizione dei moti d’animo, dell’ingenuo entusiasmo, dell’incredulo assurdo dolore di fronte alla calunnia. Soprattutto, senza scivolare nel patetico, nel sentimentalismo facile. Italia ci sta di fronte come persona viva, e la sua vicenda assume una valenza paradigmatica, senza scivolare nell’agiografia.

di Stefano Mola