Prestigiosa borsa di studio alla ricercatrice Ciancio

maggio 23, 2001 in il Traspiratore da Redazione

L’epatite C ha le ore contate: la sconfitta di tale malattia si sta avvicinando, grazie anche al fondamentale contributo della dottoressa Alessia Ciancio. La speranza che potrebbe giungere a tale obiettivo è confermata dalla borsa di studio di 40 milioni consegnatale dal Rotary Club Torino Nord Ovest. Per portare avanti le sue ricerche dovrà probabilmente affrontare una lunga trasferta, prestigiosa e vantaggiosa per la carriera, ma disagevole verso gli affetti e le amicizie: i motivi che giustificano la sua scelta di trascorrere un anno a Washington sono l’accrescimento scientifico professionale, ma soprattutto la coscienza del significativo progresso che i suoi studi apporteranno alla scienza medica. La ricercatrice pinerolese si è brillantemente laureata, discutendo una tesi sulle infezioni nel post trapianto, nel 1994 presso la facoltà di medicina dell’università di Torino. Attualmente svolge le sue ricerche sull’epatite cronica, argomento sul quale fino ad ora ha pubblicato cinquanta articoli sulle più prestigiose riviste mediche specializzate, all’ospedale San Giovanni Battista di Torino.

Allo stato attuale, il 40% degli ammalati reagisce alle cure che tengono sotto controllo la malattia, mentre nel restante 60% dei casi l’esito non è altrettanto soddisfacente. L’immediato obiettivo dei suoi studi è quindi capire come mai più della metà dei pazienti in esame contrasti la terapia. A che cosa serve il fegato? Che cosa è l’epatite? Per comprendere qualcosa di più sull’argomento può essere interessante rispondere a queste domande. Il fegato è una grossa ghiandola situata nella parte superiore destra dell’addome: tale organo assolve innumerevoli funzioni, quali l’assimilazione delle sostanze nutritive e l’eliminazione delle tossine e delle sostanze di scarto. L’epatite è un’infiammazione del fegato che provoca la distruzione delle sue cellule; esistono diversi tipi conosciuti di epatite virale (A, B, C, D, E, G), ma se ne stanno scoprendo di nuovi. L’epatite virale è provocata da organismi ultramicroscopici, costituiti essenzialmente da materiale genetico circondato da un rivestimento protettivo proteico, incapaci di vita autonoma, ma che, invece, all’interno delle cellule viventi, possono riprodursi numerose volte, talvolta danneggiando l’ospite.

I virus dell’epatite A ed E entrano prima nell’intestino e poi iniziano a moltiplicarsi, estendendosi nel fegato; i virus dell’epatite B, C, D e G entrano nel flusso sanguigno e, quando passano per il fegato, iniziano la loro riproduzione. L’epatite A si trasmette mangiando cibi contaminati con acqua infetta ed è praticamente scomparsa grazie alle migliorate condizioni igieniche. L’epatite B viene trasmessa attraverso il sangue (siringhe infette, piercing, tatuaggi e contatto diretto con il sangue di un portatore del virus) e potrebbe essere debellata nei prossimi 10 anni grazie alla vaccinazione ed a farmaci sempre più efficaci. Il virus dell’epatite C è stato identificato nel 1989: esso ha le stesse modalità di trasmissione di quello della B ed è nella sua fase discendente, anche per una migliore conoscenza della malattia. Attualmente il rischio di contagio è ridotto perché tutti i campioni di sangue vengono analizzati con indagini molto approfondite per individuare l’eventuale presenza del virus. Nel mondo circa 170 milioni di individui sono infettati dall’epatite C, mentre gli italiani che ne sono affetti sono circa 2 milioni.

Le sintomatologie di coloro i quali sono colpiti da tale forma di epatite sono molto diverse, a causa della presenza di virus differenti che peraltro rendono talune cure inadeguate. Solo alcune persone sono consapevoli di essere affette da epatite C, poiché nella maggior parte dei casi la malattia passa inosservata a causa della sua asintomaticità. Nel corso degli anni il virus conduce ad un’infiammazione cronica del fegato: nel 10-20% dei casi l’evoluzione della malattia progressivamente conduce a cirrosi, mentre nei restanti la patologia può evolversi in carcinoma epatocellulare.

La cirrosi è una malattia del fegato causata da un danno cronico alle sue cellule. Strati di tessuto fibrotico-cicatriziale interrompono la struttura interna del fegato e le cellule sopravvissute si moltiplicano, cosicché la funzionalità del fegato diminuisce gradualmente, al punto che l’organo non è più in grado di eliminare efficacemente le sostanze tossiche del sangue. La cirrosi è tra le conseguenze più temute delle epatiti B e C ed i pazienti hanno bisogno di continui controlli clinici e di laboratorio: il suo sviluppo è molto lento ed è possibile contrastarlo a lungo.

Sia in Europa sia negli USA, la causa più frequente di cirrosi è l’elevato consumo d’alcol che, nella maggioranza dei paesi industrializzati, rappresenta un problema sempre più grave. Il rischio è in rapporto più con la quantità che con il tipo di alcol ingerito e le donne sono più predisposte rispetto agli uomini. La cirrosi alcolica è una delle più frequenti cause di morte nei soggetti di età compresa tra i 25 ed i 44 anni; l’unico metodo per riportare il fegato in condizioni normali o migliorarne la funzione e prolungare le aspettative di vita dell’individuo è l’astinenza.

Ingurgitando pillole e sciroppi si soddisfa l’italica ansia, ma si ottengono guarigioni incomplete, quindi attendiamo le conclusioni delle ricerche per un’efficace opposizione al virus: sarà la dottoressa Ciancio, al termine della sua esperienza americana, a spiegare ai lettori de Il Traspiratore le novità apportate alla cura dell’epatite C.

Il Traspiratore – Numero 29

di Giuse Ortali