More than Reality

agosto 17, 2002 in Medley da Sonia Gallesio

31595Io non riproduco la vita, faccio una dichiarazione sui valori umani. […] Mostro il vuoto, la fatica, l’invecchiamento, la frustrazione. Queste persone non sanno reggere la competitività…

[Duane Hanson]

Il mondo è di per sé talmente straordinario, incredibile e sorprendente che non hai bisogno di esagerare. Ciò che esiste là fuori è semplicemente impressionante…

[Duane Hanson]

La qualità tridimensionale dei suoi individui sollecita una risposta emozionale che va ben oltre le nostre normali reazioni alle immagini bidimensionali. […] Si vorrebbe toccare con mano la loro realtà sconcertante, quasi oscena, odorare la loro vicinanza…

[Thomas Buchsteiner]

Le sculture di Duane Hanson generano sgomento, stupore e curiosità insieme. Ti fanno girare, come vortici, lo stomaco e la mente. Ti introducono un germe tenace nella testa, un inquilino che difficilmente riuscirai a sfrattare tanto presto… L’imperdibile esposizione milanese, allestita presso il Padiglione d’Arte Contemporanea, costituisce la prima grande retrospettiva italiana dedicata all’insigne maestro americano, scomparso nel 1996. Le opere di Duane Hanson, individui di carne trasformati in corpi di resina poliestere e fibra di vetro, rimarranno esposte – liberandoci dal nostro inconsapevole torpore – fino al 1° settembre 2002. E’ veramente il caso di dirlo: spesso, è proprio la normalità ad essere sconcertante. Solo quando osserviamo la nostra condizione dall’esterno, essa – finalmente – può apparirci per quella che è: talvolta inaccettabile ed assurda, ottusa ed alienata, ingiusta e disumana. Hanson, lavorando con grande assiduità, non cerca semplicemente di riprodurre la vita o di rendere immortale la nostra realtà tangibile e materica: il progetto che perpetua – quasi una missione – è una sorta di reportage lungo una carriera, una vera e propria protesta contro gli infiniti “flops” del sogno made in U.S.A., un’accorata testimonianza sugli sconfinati baratri che fratturano la continuità sociale americana. Lo stesso artista dichiara: “Voglio raggiungere un tipo di crudo realismo che parli delle affascinanti idiosincrasie dei nostri tempi…”. Le sue sono incursioni in un mondo ai margini del caos cittadino, in una dimensione stagnante fatta di emarginazione, solitudine, smarrimento, omologazione.

31594(1)Hanson narra di persone comuni, dall’aspetto quasi insignificante, che si muovono inosservate tra la folla, al supermercato, negli aeroporti. I soggetti che riproduce ‘incarnano’ svariati stereotipi appartenenti a gruppi sociali di estrazione medio-bassa, quei modelli che ovunque sapremmo riconoscere: turisti vestiti di camicie a fiori e calzoncini, anziani stancamente ripiegati sulla loro interiorità, obesi in ciabatte, donne con i sacchetti della spesa – apparentemente ignare del fatto che i veri fardelli li stanno portando nell’anima. Ciò che più di tutto è importante sottolineare, è che le opere di Duane Hanson, oltre a colpirci per la verosimiglianza, ci spingono ad interessarci al passato e al destino dei protagonisti raccontati. E’ proprio questo, infatti, il loro fine: portarci a riflettere su una condizione e su un futuro che potrebbero anche essere i nostri… L’indurre al confronto, indubbiamente, è uno dei traguardi più importanti dell’arte: risveglia sensazioni, fa nascere emozioni, favorisce l’autoanalisi. La retrospettiva milanese presenta un assortito nucleo di sculture raffiguranti operai (Lunchbreak, 1989; Man on a Mower, 1995), placide coppie di anziani (Old Couple on a Bench, 1994), obesi (Man with Walkman, 1989) e rassegnate donne delle pulizie (Queenie II, 1988). In un’apposita sezione, rimanendone fortemente colpiti, ci imbattiamo in alcuni lavori – a dir poco agghiaccianti – che appartengono alla prima fase scultorea hansoniana, caratterizzata da un’impellente ed estrema necessità di denuncia.

Gangland Victim (1967) rappresenta, brutalmente, il cadavere in decomposizione, mutilato ed incatenato ad un masso, di un annegato – una delle infinite vittime del crimine organizzato. Abortion, ispirata al lavoro di George Segal (vedi approfondimento) e raffigurante un corpo di donna incinta disteso su un lettino – totalmente ricoperto da un lenzuolo pesante di dolore, testimonia le tragiche implicazioni di svariati aborti clandestini. Trash (1967) mostra, invece, il corpicino di un neonato, precedentemente soffocato, deposto tra i rifiuti in un bidone (atrocità di questo tipo accadono davvero e l’uomo ha il diritto ed il dovere di urlare al mondo il suo sgomento). Le sculture più recenti di Duane Hanson, come abbiamo visto, traducono con sorprendente realismo l’inettitudine, l’accasciamento, l’impotenza degli individui. Descrivono il trascinarsi dietro di una placida rassegnazione obesa o la muta solitudine della vecchiaia. Di fronte alla bestialità, al disagio e alla sofferenza non si può chiudere gli occhi, sbarrare una porta o semplicemente cambiare canale: Hanson ci costringe a guardare, a sentire, a pensare; ad assorbire, in modo che il suo messaggio apparentemente senza suono – da dentro – cominci a lavorare, a rimodellarci l’anima. Vorrei concludere riproponendo un quesito che Christine Breyhan, nell’ambito di un suo testo critico, ha opportunamente rivolto a se stessa e ad ogni spettatore: “Possiamo sopportare di vedere l’incarnazione del nostro vuoto, del nostro fallimento o delle nostre debolezze nelle rappresentazioni di Hanson?”. Ora ci toccherà riflettere…

George Segal a Roma

Duane Hanson – More than Reality

30 sculture più vere del vero

PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano

Via Palestro, 14 Milano

Dal 29 maggio al 1° settembre 2002

Orari: lunedì chiuso; giovedì dalle 09.30 alle 22.30; i restanti giorni dalle 09.30 alle 19.00

Ingresso: intero € 5,20; ridotto € 2,60

Per informazioni: tel. 02 76009085 oppure [email protected]

Sito consigliato: www.pac-milano.org

di Sonia Gallesio