Mio marito: un terrorista

febbraio 10, 2003 in il Traspiratore da Stefania Martini

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Nadia è una giovane donna, algerina. Nadia è una giovane donna, vedova. A 22 anni. Con un bimbo piccolo da crescere, una famiglia che non la vuole più vedere, con tutto quello che era il suo villaggio contro. Nadia è una giovane donna, sola, in fuga, disperata. Nadia è una giovane donna, con un passato pieno di violenza, di sangue e di morte, con un incubo da scordare.

Suo marito, Ahmed, era uno spietato terrorista islamico appartenente al GIA (Gruppi Islamici Armati, bande di insorti islamisti dediti alla guerriglia e al terrorismo, che si sono macchiati di odiosi massacri di innocenti. Secondo le fonti, la guerra civile in Algeria avrebbe provocato tra 65.000 e 100.000 morti, decine di migliaia di feriti, centinaia di migliaia di profughi tra i contadini e circa 3.000 “scomparsi”). Un mozzatore di teste, di quelle teste che ancora pensavano da sole ed hanno osato rifiutare l’ottusa ideologia integralista.

Nadia, per meno di due anni, è stata la moglie dell’emiro del GIA, la vivandiera, la lavandaia, la serva di un gruppo via via sempre più numeroso di terroristi. Una schiava al servizio di questo uomo spietato e crudele, di cui era perdutamente innamorata.

Questo era il suo mestiere.

Nadia nasce in un paesino della Mitidja, estesa pianura verdeggiante punteggiata di case di contadini e villaggi, posta ai piedi della catena dell’Atlante, a sud di Algeri (uno dei tre vertici che, insieme ad Algeri e Medea, delimita il ”triangolo della morte”, un buco nero che in sei anni di terrorismo ha ingoiato la vita di decine di migliaia di persone).

Eravamo una famiglia di contadini poveri, ma da noi regnava sempre un’atmosfera piena di calore ed affetto. Io ero la maggiore di 10 figli. E oggi, a 37 anni, mia madre, già nonna, è all’undicesima gravidanza.

Il villaggio, composto da famiglie numerose, è molto unito; quel che capita ad uno dei suoi membri coinvolge tutti gli altri. Dal punto di vista religioso, gli abitanti sono tutti abbastanza credenti, ma senza eccessi. Praticavamo quel che la tradizione comanda. Niente di più. E senza troppo rigore. Non c’era neppure la moschea. Lo stesso valeva per la politica: pochissimi se ne interessavano. La gioia più grande gli abitanti del mio villaggio l’hanno vissuta il giorno dell’apertura della scuola elementare. Era il 1992.

Questo ambiente povero ma dignitoso, senza estremismi ma profondamente ignorante, dove gli analfabeti e coloro che vivono di espedienti sono la maggioranza, costituisce lo scenario in cui si sviluppa la cultura del terrore, che investe Nadia con la forza dirompente della brutalità più selvaggia.

Ahmed ha imparato a malapena l’alfabeto arabo frequentando la scuola coranica. Era furbo e fin da piccolo gli piacevano i soldi. Il peggiore dei suoi vizi era il furto. Voleva guadagnare molti soldi e in fretta. Iniziò con il contrabbando di oggetti, stoviglie, prodotti alimentari; dalla Libia li portava ad Algeri. Più tardi saranno esplosivi ed armi.

Nadia ed Ahmed si incontrano nel 1992, lei ha 16 anni, lui 18. Nel 1994 il ragazzo chiede ufficialmente Nadia in sposa al padre. Pur essendo profondamente contrario al matrimonio, l’uomo non può opporre nessun rifiuto: Ahmed da qualche tempo è militante del GIA e semina terrore nel villaggio. Neppure il più temerario di noi avrebbe osato affrontare il GIA.

Ma Nadia è innamorata e felice. Non sa a quale destino sta andando incontro: sta per entrare in un incubo senza fine. Fin dal giorno delle nozze, in cui Nadia, come da tradizione, compare dinnanzi al futuro sposo tutta agghindata.

“A partire da questo momento non devi più andare al bagno turco e dalla parrucchiera. Quanto al trucco, è l’ultima volta che te lo vedo. Mettiti il velo, anche in casa. E togliti lo smalto, la preghiera non è permessa con le unghie laccate. Sei impura.”

E quale la sorpresa della giovane la prima notte. Dopo 2 ore di preghiere, Ahmed prese il Corano dal comodino e mi ordinò di leggere alcuni passi. Prima dell’alba si alzò ed usci. Sulla soglia mi disse: al ritorno voglio trovare il pranzo pronto, per me e per i miei ‘fratelli’. Adesso che mi hai sposato sei entrata nel clan. Sei diventata una ‘sorella’. Sei obbligata a preparare loro i pasti e a lavare i loro indumenti. Sarà il tuo modo di contribuire all’instaurazione dello stato islamico in Algeria.

Da quel giorno, l’escalation: il GIA, grazie al terrore che incute nella gente del villaggio (e che ne diventa inconsapevole complice) instaura un ordine nuovo: lingua francese vietata nelle scuole, insegnanti minacciati o uccisi; bimbe di 7 anni costrette ad indossare il velo, da capo a piedi; alle ragazze sopra i 9 anni è impedito il proseguimento degli studi; i ragazzini assoldati a far la spia dei movimenti dei gendarmi. E chi tradisce viene ucciso.

Le amiche di Nadia finiscono con la testa mozzata per un rossetto o una ciocca di capelli che esce fuori dal velo, i vicini di casa sgozzati perché non si recano alla moschea. Famiglie intere massacrate a colpi di ascia o coltello. Terroristi e gendarmi si fronteggiano: agguati e stragi da entrambe le parti. La campagna florida, ricca di agrumeti dai frutti polposi, si tinge di rosso sangue. Per due anni, dal ’94 al ’96.

E Nadia in mezzo, lacerata tra l’amore per Ahmed, che la rende cieca e sorda di fronte all’orrore che la circonda, e lo sgomento, la paura, l’impossibilità di reagire, soprattutto per amore dei suoi genitori e dei fratelli, che sarebbero i primi a subire la feroce vendetta. Speravo di farla finita con quella vita, ma trovavo orribile l’idea di perdere o tradire mio marito.

E le fughe, la vita randagia, la clandestinità, il carcere, fino a perdere anche l’appoggio della famiglia. Tutto per Ahmed. Bollata come moglie di un mostro e quindi scacciata da tutti.

Ma intanto, nel villaggio, finalmente le coscienze si risvegliano. Ogni personaggio sospetto, ogni fatto anomalo viene denunciato e viene fatta terra bruciata attorno ai terroristi e ai loro sostenitori. Ahmed è costretto alla macchia: lunghi mesi di silenzio ed infine la liberazione. Ahmed è morto un mese fa. E’ stato ammazzato durante un’operazione condotta dalle forze dell’ordine. Ne hanno trovato il corpo ma non la testa. Da tanto aspettavo questa notizia. Stavo per essere liberata dalle catene che mi legavano ad un uomo che non vedevo più dal marzo del 1996, ma la cui esistenza diventava per me ogni giorno più pesante. Sì, ero contenta di essere uscita dall’incubo in cui vivevo, eppure, malgrado tutto, speravo che la mia vita di sposa non finisse così. Che il padre di mio figlio, con cui non avevo vissuto che tre mesi e che avevo amato con passione, non finisse gettato, corpo senza testa, in una scarpata della Mitidja.

Il Traspiratore – Numero 41

di S. Martini