Mazinga, Goldrake e Ufo Robot

ottobre 16, 2002 in Racconti da Redazione

32172Pellegrinando distrattamente per i locali più trend di Torino, ci si imbatte in un fenomeno strano, inquietante e al limite dell’idiotismo.

La musica spara esageratamente come sempre, i giovani accaldati dopo aver lasciato i giubbotti, pellicce, montoni, chiodi, barbour, giacche nelle macchine (per non pagare il guardaroba) ed essersi affrettati ad entrare pigiandosi mostruosamente (poiché spesso la coda di coloro che invece del guardaroba vogliono usufruire è spessa, densa, vischiosa quasi), iniziano a ballare.

In codesti locali di tendenza, che si differenziano dalle discoteche per la tipologia umana della clientela, cosiddetta alternativa (nelle discoteche si sa che si passa da una feccia italo straniera denominata zarra, ai più sofisticati cabinotti, fino ad arrivare a veri e propri impiegati di banca, lampadari e con i soldi risparmiati grazie al permanere nella casa dei genitori, ma di alternativi veri e propri se ne vedono pochissimi), e soprattutto dal tipo di musica che si ascolta.

Alternativa anch’essa.

E quindi rock, rap, hardcore, punk, metal, crossover, progressive, elettronica, praticamente quasi tutto quello che trasmette Mtv.

Cose molto cattive.

Si balla (?) spingendosi se le guardie della sicurezza lo permettono, altrimenti roteando staccati sulle mattonelle invisibili del pavimento.

Ogni tanto ci si guarda, per scorgere nell’altro il riflesso del proprio sguardo.

Serissimi, i giovani alternativi fanno il loro dovere.

Quasi con fervore, disciplina, ballano, instancabili, ferrei, senza pause, senza remore, solitari, vanno avanti, non molla nessuno, ballano e bevono, nella pausa tra i blin 1265 e i limpinbikitparkkorn (e similaria).

Bevono molto ma non sempre si scompongono.

Ci sono alla fine ubriachi malati che muoiono in pista, ma sono cose rare.

Ballano la musica alternativa, gli alternativi.

32173E cantano (?) le canzoni che ballano, urlano come forsennati al ritmo feroce delle melodie statunitensi, gridano tutta la loro rabbia sociale ed umana, e nell’acuto di una chitarra che va da sola, loro ci mettono la protesta, contro il mondo malvagio e maledetto che li costringe e protestare.

Perché tanti alternativi sono molto arrabbiati per quanto riguarda il discorso del sociale, di Genova, del G8 e delle robe simili.

Sono molto attaccati alla questione del terzo mondo ad esempio, a quella delle multinazionali, dei Mc’Donalds.

Sono attaccati alle questioni su queste robe, alle robe in sé un po’ meno, appunto perché in Africa non ci vedo andare nessuno tra di loro, anche solo a dare una mano, così come spesso nessuno rifiuta di andare a lavorare in una multinazionale finite le superiori, e i MC’Donald sono quasi sempre pieni di alternativi colorati.

Sono arrabbiati., allora.

E muovono il capo con i dredd biondi, perfettamente compatti e puliti (?), e ballano con loro i piercing di metallo dappertutto, brillano fosforescenti i tatuaggi, e si pestano gli orli sfrangiati dei pantaloni a zampa “vintage”, insomma sono presi davvero.

E verso metà della serata, mezzanotte e mezza, quasi l’una che avviene la cosa strana.

Strana per me, perché per chiunque altro appare doveroso momento, istante nevralgico, rito.

Il dj toglie la musica incazzata che lascia sfogare la rabbia, e mette le sigle dei cartoni animati.

Mette le sigle di mazinga, goldrake, ufo robot, e anche di nuove.

Sono versioni in qualche modo ritoccate, hanno più ritmo di quelle di anni fa, però sono le stesse, con lo stesso testo, gli stessi assoli.

E anche le nuove, canzoncine punk in italiani sui simpson per esempio, si allineano perfettamente al sound passato.

32174E qui, qui la scena si fa strana, la gente, i giovani si, come dire, addolciscono rimanendo elettrici, saltellano pimpanti e ridono veramente in maniera eccezionale, ballano divertiti, la rabbia sembra scomparire, quella di pochi istanti prima, che tu avresti detto mò si picchiano.

Puf! Sparita.

Sono pimpanti ma allegri, bonari, cantano i testi a voce alta ma squillante non roca od offesa, sonora.

Cantano queste canzoni come l’inno di Mameli.

Qualcuno si tocca il petto all’altezza del ventricolo destro.

E’ veramente commovente a vederli.

Davvero.

Riesci a scorgere questa regressione infantile che ti stupisce, riesci a ri-vederli i bambini spensierati che davanti al televisore ci passano interi pomeriggi d’inverno, con la madre a lavoro e la nonna di lù che cucina e li guarda ogni tanto.

Saltando i compiti, nitidi seduti sul divano nella luce fioca delle sei della sera, si auto rappresentano come aventi ancora 11 anni, di nuovo, ed è come tornare indietro, è meraviglioso.

Ragazze e ragazzi insieme poi, è ciò è una grande cosa.

Per alcuni di essi, alla fin fine quasi tutti, non è che sia poi passato così tanto tempo.

Eppure.

La magia c’è sempre, la magia del viaggio all’indietro, riportarsi a quei momenti, da brividi.

L’importante è avere un passato.

Avere vissuto un determinato passato.

32175(1)Non importa se pregno della morale da cartone giapponese, di quei volti irregolari, con occhi grandi, con quelle smorfie, con qui robot inutili e strutturalmente illogici, con quei dialoghi stridenti ripetitivi, mantra da lobotomizzati, non importa se il passato è solo quella poltiglia mistico trash di ragazzine sulle montagne con fratelli malati, di guerriere con le bacchette magiche e i folletti amici del cuore, se c’erano così tanti animali antropomorfi che simpaticamente si mettevano sempre nei guai, se l’esempio da imitare, il modello di comportamento, che ha in pratica condizionato lo sviluppo di tutti questi adolescenti cristallizzati, sia figlio di holly e benji che giocavano a calcio come sotto acidi, chi se ne frega se la ciclicità estenuante di puntate di quei cartoni smembrava ogni possibile capacità di contatto con la realtà, se era il surrogato plastificato e velenoso di carenze umane profonde, se il televisore, la lampada magica dell’infanzia, era il capezzolo d’amianto e di elettricità statica dal quale tutte queste ottuse bestie che stanno ballando nella pista in questo momento si sono cibati come cannibali deformi, poiché le loro famiglie si polverizzavano in nevrosi spesse come marmo, non importa se il prodotto finale di questa mutazione genetica è questa specie debolissima, ponte sospeso tra il coleottero e la triglia, altro che Nietzsche.

Quello che importa, di davvero importante, è che ci sia questo guardare indietro, che ci sia stato un passato dal quale stagliarsi, staccarsi, mollemente, dolcemente, passato rassicurante, protettivo. Passato che, anche se tutti questi deficienti di alternativi del c—o non lo sanno, in realtà serve soltanto a legittimare il loro presente, la loro attuale, serena, pacata, mortuaria maturità alternativa.

di Vito Ferro