Mama Leone

giugno 15, 2003 in Libri da Stefano Mola

Miljenko Jergovic, “Mama Leone”, Libri Scheiwiller, pp. 299, Euro 14,50

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“Mama Leone” si compone di due parti. Nella prima la storia di una famiglia viene descritta attraverso gli occhi di un bambino. Siamo in Bosnia, prima della guerra del 1992. La narrazione si compone di brevi capitoli in cui non si segue necessariamente un ordine cronologico. Potrebbero essere quasi storie a sé stanti, se non fosse per la comparsa ricorrente delle stesse figure, la madre e il padre separati, il nonno, la nonna, gli altri parenti. Il bambino fin da subito è costretto a confrontarsi con la morte, l’assenza e la separazione. Questi temi sono sottolineati proprio grazie al mancato rispetto della cronologia nella narrazione degli eventi. Ritrovare un personaggio di cui sappiamo già il destino aggiunge una patina di ricordo e nostalgia, anche se il racconto è apparentemente in presa diretta.

Il punto di vista del bambino è dotato del senso di giustizia assoluto e terribile proprio dell’infanzia, non ancora sporcato dalle convenzioni, da quel che è meglio fare e quel che è meglio tacere. Da qui vengono la ferocia analitica e l’altissimo livello di verità nella descrizione e nel riconoscimento dei rapporti tra gli adulti e di quelli tra i familiari in particolare, della loro sostanza di incomprensione e di infingimento reciproco. Al tempo stesso, proprio perché lo sguardo di un bambino è ricostruito dall’uomo adulto, si aprono squarci di poesia, di tenerezza, di nostalgia e al tempo stesso di tristezza sconfinata.

Eccone un esempio. Nell’occasione della morte della cugina Vesna, lo zio del bambino e padre di Vesna rimpiange di aver dimenticato in un giorno dell’estate precedente la macchina fotografica. Non ha potuto così fotografare la figlia insieme alla nonna, prima che quest’ultima, molto anziana, potesse morire. Il destino ha invece voluto che fosse sua figlia a mancare. Jergovic scrive: “La scena doveva essere commovente, ma in quel momento non mi dispiaceva per lui, non potevo neppure amarlo, lui, mio zio, che, ecco, aveva spiegato qualcosa che nel mondo dei grandi è normale, ma nel mio mondo non lo è. Lui voleva fotografare la nonna con noi perché credeva che lei sarebbe morta. Se aveva potuto credere una cosa simile, voleva dire che l’aveva ammazzata ed era come se avesse voluto fotografarci con uno dei nostri cari già morto da tempo, ma che riappare come un ologramma, entra nei nostri cuori, rimane fissato sulla pellicola e poi se ne va e scompare come scompaiono i sogni quando la mattina ti svegli, oppure quando, più tardi, non li ricordi affatto” [pag. 173].

Nell’ultimo episodio della prima parte il bambino ormai quasi trentenne dichiara attraverso l’etere, grazie a un radioamatore, il suo amore alla ragazza che si trova a Belgrado mentre lui è a Sarajevo e tutto intorno c’è la guerra del 1992. Il ricongiungimento non avverrà purtroppo mai, perché lei partirà per il Canada. In quel momento c’è la cesura, l’infanzia ha termine.

A causa della guerra, niente può essere più come prima. Non soltanto il bambino ormai adulto dovrà far fronte all’ennesima separazione, ma un’intera generazione, un intero popolo si trovano in mano una matassa di fili spezzati. Ecco che quindi l’orizzonte si allarga, e la seconda parte diventa una raccolta di racconti in cui i personaggi devono affrontare questa discontinuità terribile che va necessariamente oltre il periodo della guerra. È come seguire i frammenti originati dall’esplosione di una granata. Come se le micro-fratture dell’ambiente familiare descritte nella prima parte si rispecchiassero amplificate nelle vicende di una intera società. Il destino infranto sia di chi ha abbandonato la Bosnia sia di chi è rimasto sembra impossibile da ricomporre. È l’impossibilità sia di tornare indietro, sia di vivere una vita normale là dove si è fuggiti. Sono storie in cui la tragedia si rivela a poco a poco, costruita attraverso minimi dettagli, sguardi, parole, sensazioni, in cui spesso è protagonista lo struggimento di affetti interrotti che non possono ritrovare una ragione o una possibilità di tornare insieme.

Miljenko Jergovic è nato nel 1966 a Sarajevo. A 22 anni vince due premi per la poesia. Nel 1992 aveva dunque 26 anni. Non è quindi strano che l’idea di separazione marchi in modo indelebile questo suo libro. La sua prosa va ben al di là della cronaca dell’orrore. Riesce a non sconfinare nel nichilismo e nel cinismo grazie a un sottofondo di poesia che illumina di pietà le vicende narrate. Ci racconta molto di come noi ci amiamo e ci lasciamo, del ricordo, della memoria, degli affetti, al di là dello sfondo estremo su cui i personaggi si muovono.

di Stefano Mola