L’umanità e la sensibilità dei veri uomini

agosto 17, 2006 in Racconti da Tiziana Fissore

Era uno dei tanti giorni della seconda guerra mondiale, quello in cui mia madre ed i suoi genitori,stanchi dei bombardamenti e delle sofferenze subite, partirono da Torino per raggiungere la frazione dei Gabrielassi, nei pressi di Sommariva del Bosco. Facevano parte dei tanti sfollati che in quei giorni lasciavano la grande città per la campagna, sperando in una maggiore sicurezza.

Quel giorno dunque partirono con quel poco che avevano e con una valigia dove vi era custodito un piccolo capitale accantonato negli ultimi anni, con tanta fatica.

Alla sera, giunti in zona ‘Due Province’ ebbe luogo un mitragliamento da parte di due aerei e i nostri tre che in quel momento erano seduti su di un carro, che fungeva da taxi, assieme ad altri sfollati, furono costretti a buttarsi nei fossi per trovare un rifugio contro i proiettili e le schegge che a volte erano pericolose come i proiettili stessi. Nella confusione generale la valigia con i soldi scomparve e quando tutto tornò come prima i miei si ritrovarono solo con i vestiti che avevano addosso. Purtroppo gli opportunisti li trovi ovunque ed in ogni tempo.

Dal dolore mia nonna, già malata, peggiorò; forse oggi si parlerebbe di una forma grave di depressione ma si sa che di magone si può anche morire. Mia madre, allora giovinetta, si recò dal medico del paese: il dottor Vanni, spiegandogli l’accaduto e chiedendogli aiuto. L’uomo accettò subito di visitare la paziente.

  • “Dottore devo dirle una cosa importante” disse mia madre “dopo ciò che le ho detto avrà capito che in questo momento non abbiamo più un soldo sulla pelle e quindi prima di visitare mia madre voglio farle presente che al momento non posso pagarle la parcella”.

  • “Sì questo l’ho capito e dove sta il problema?”.

  • “Beh…dottore dovrà aspettare che io mi trovi un lavoro poi, glielo giuro, pagherò tutto”.

  • “Senti bambina, questa è l’ultima cosa di cui non devi preoccuparti; l’unica, ripeto l’unica cosa che devi invece fare è curare tua madre come io ti dirò e cercare di farla guarire”.

    Il dottor Vanni curò mia nonna per tre anni senza mai percepire compenso e quando mia madre, dopo aver accettato ogni tipo di lavoro faticoso, riuscì ad avere il denaro sufficiente, si presentò al dottor Vanni per pagarlo, egli con il suo solito modo di fare che poteva sembrare burbero a volte, ma che in realtà era solo sinonimo di un carattere forte, lo rifiutò e le disse:”Va’ e non ti preoccupare”; inutile dire che la mia mamma lasciò la cifra all’ospedale diretto mirabilmente dal dottor Vanni, in segno di gratitudine verso quest’uomo che anteponeva l’uomo al denaro.

    Voglio ancora raccontare un altro fatto per delineare meglio la sua personalità.

    Nel mese di luglio del 1944, nella frazione Gabrielassi ebbe luogo un rastrellamento; tutti gli uomini fuggirono e cercarono di nascondersi e tra questi vi era un nostro parente, un giovane cugino che scappando venne colpito gravemente ad una gamba. Riuscì a sfuggire alla cattura nascondendosi in un campo di granturco ed in un secondo tempo venne portato dagli uomini che lo avevano trovato, nella casa adiacente la chiesa dove il sacerdote cappellano militare Don Vittorio Menotti, che molti ricorderanno per la sua bontà che lo portava ad aiutare chiunque fosse in stato di bisogno materiale e morale e che ora riposa in pace nel nostro cimitero, gli prestò i primi soccorsi. Perdeva molto sangue e mandarono la mia mamma dal dottor Vanni per avvertirlo di ciò che era successo e affinché venisse per togliere il proiettile.

    “Ragazza mia, non posso venire adesso, ho tutti gli altri alle calcagna; mi seguirebbero come i cani dietro alla volpe e quindi li porterei dritto, dritto da tuo cugino. Cercherò di venire appena possibile, magari stanotte e lo opererò ma visto che perde molto sangue, occorre fermare l’emorragia. Cerca del ghiaccio, affidatevi a Don Menotti, poi io arriverò senza farmi vedere, altrimenti è la fine per tutti”.

    Così avvenne: non essendoci del ghiaccio nei paraggi, la mia mamma lo chiese all’unica persona della frazione che aveva una ghiacciaia, cosa non facile al tempo e cioè ad una sua amica, il cui padre era simpatizzante del regime. Questa bambina pur sapendo di fare cosa contraria alle idee del padre, diede il ghiaccio necessario per fermare l’emorragia e l’indomani, all’alba, il dottor Vanni, dopo essere sfuggito a chi lo seguiva, riuscì ad arrivare in tempo e curare il cugino di mia madre. Quest’uomo è ancora in vita e ricorda la frase che il dottor Vanni gli disse:”Ricorda che tu sei nato ieri”, tanto era grave la ferita. Questa frase fa capire quale rispetto avesse il dottor Vanni nei confronti della vita.

    Aggiungo un particolare relativo alla bambina che diede il ghiaccio alla mia mamma. Una quindicina di giorni dopo, suo padre venne ucciso nei pressi di Villastellone da un gruppo di idee contrarie; la ragazza s’incontrò con mia madre e con le lacrime agli occhi le disse:”Due settimane fa, io ho aiutato uno dei tuoi; ora i tuoi hanno ucciso mio padre”, dopodiché si abbracciarono e piansero insieme. Questa è la guerra: una brutta bestia che divora gli uomini ma non quelli forti come il cappellano Don Menotti e il dottor Vanni. Quelli non moriranno mai nel ricordo.

    Condivido Leonardo Sciascia che distingueva gli uomini in: uomini, mezzi uomini, omminicchi, quaquaraqua.

    Il dottor Vanni dev’essere inquadrato senz’altro nella prima categoria e non avrebbe mai sopportato un quaquaraqua.

    di Tiziana Fissore