Lost in Translation

dicembre 2, 2007 in Cinema da Redazione

L’amore tradotto

Lost in Translation

“E’ tempo di relax. E’ tempo di Santora”. Questo è ciò che si riduce ad enunciare dopo anni d’onorata carriera Bob Harris (alias Bill Murray) su un set a Tokyo. Pubblicità ad un liquore. Per farla, ha dovuto separarsi dal suo continente, dalla propria famiglia. Che presa in giro poi, lo slogan. Non solo il regista desidera che imiti le grandi star americane (Roger Moore, John Wayne) ma “E’ tempo di relax” non si addice certo al suo stato d’animo, alla sua esistenza, alla sua depressione andante e al luogo. Tokyo, la città più stressante, lontana anni luce dallo stile di vita occidentale, da quello di Bob. Ma non si discute. Ormai si trova lì, non resta che lavorare. Per non parlare della notte. Ore ed ore al bar, perché di dormire non se ne parla. Sarà la preoccupazione o l’età che avanza, ma qualcosa non va. La solitudine, forse. O i fax di sua moglie, che più che inviargli foto di pavimentazione e farlo sentire sbagliato, non riesce a fare.

In una situazione analoga si trova Charlotte, ragazza sposata da due anni con un fotografo, a Tokyo per averlo accompagno per lavoro. E’ sempre sola, scoppia a piangere senza un perché e non esiste nessuno disposto a consolarla. Il marito appare troppo distante dalla sua sensibilità, le amiche sembrano non sentire i suoi singhiozzi attraverso il telefono. Qualcosa non va. Forse sarà la depressione. Forse sarà che non sa che fare di sé. Fatto sta che non riesce a dormire e trascorre le sue notti al bar. Ed è proprio qui che s’incontrano.

Sembra impossibile (o per lo meno singolare) riflettere su quante cose possano avere in comune un uomo di cinquant’anni e una ragazza di venti, venticinque al massimo. Lui ha già visto tutto, rassegnato al fatto che nulla possa migliorare, che la rassegnazione sia l’unica arma possibile per la serenità. Lei sta male, si sente inutile, incompresa, non sa cosa farà, se mai si sentirà realizzata. Il principio e la fine che s’incontrano. Ed è la folgorazione. Una scappatoia felice: riescono a trasformare la residenza forzata in un’isola felice, fatta di confessioni e dell’essere se stessi. Escono, frequentano locali strani incontrando soggetti incredibili, cantano, ballano. Ridono, dopo tanto tempo d’indifferenza. Ogni tanto qualche scorcio della loro vita passata torna e sembra sempre più difficile da sopportare. Piatta, vuota. Così si rituffano con ancora maggior vigore in quest’amicizia che profuma d’amore. O è quello che crediamo noi spettatori. Coppola, regista intuitiva e acuta, lo suggerisce soltanto, non sfocia in pomposi sentimentalismi. Vuole un film con sentimento, ma senza le lacrime facili che tutti possono provocare. La scena più bella del film è ripresa dall’alto, con una panoramica del loro letto. Lui sdraiato, lei un po’ raggomitolata su se stessa, con i piedi che toccano le gambe dell’altro. Parlano. Incessantemente. Lei vorrebbe risposte, Bob non vuole illuderla. La consola, ma non le mostra un futuro ridente. In fondo la verità è scarsamente nascondibile: lui è ridotto male. Ed Entrambi lo sanno molto bene. Non si toccano, guardano solamente il soffitto. Solo alla fine Bob le accarezza i piedi. Dolcemente, non si comprende se per amore, per amicizia o per “affetto filiale”. Ma, questo è chiaro, per comprensione. Certe carezze si marchiano con violenza. Certi gesti dolci divengono il solo motivo per vivere. E questa carezza fa parte di questi gesti.

I giorni passano, il rapporto diventa più intenso. Ma è tempo di partire, altro che di Santora. Come si fa a salutare chi ti ha fatto accorgere che hai vissuto con gli occhi chiusi per decenni? Come fai a salutare chi ti porta speranza senza volere nulla in cambio? Non c’è soluzione. L’unica è ostentare indifferenza. Fare finta di niente. Non abbracci, non parole. Solo un “ciao”.

Ma non si può deridere se stessi, inutile fingere. Come la porta dell’ascensore si chiude, si sentono morire. Hanno perso l’attimo, l’occasione della loro vita. Bob sale in macchina ma continua a cercarla, guardandosi intorno. Ecco, d’un tratto, la Speranza. E’ lei, non può essere che lei. Ferma la macchina, scende, la blocca. Un attimo che sembra un’eternità mentre si volta… Ma è lei, con gli occhini colmi di lacrime, così terrorizzata di aver perso l’uomo che non avrebbe mai sognato d’incontrare. Sorride, finalmente è il momento e lei lo sa. Si era rassegnata, aveva cercato di mescolarsi tra la folla per confondere il suo dolore. Ma non era più necessario. Ecco, il bacio tanto sperato e atteso. Così dolce, che unisce questi due mondi così complessi. Poi qualche parola, sussurrata all’orecchio di lei, parole non udibili. Questa è la genialità di Coppola. Lasciare tutto sospeso in questa magia di un secondo in mezzo ad una metropoli indifferente.

Si vedranno ancora? O è stato solo un saluto indimenticabile per un incontro tanto dolce? Bob si gira e torna in macchina e, ormai lo sappiamo, questo è amore. Siamo irrimediabilmente innamorati. Ma riusciremo a trovare il coraggio di portare avanti tutto questo? In cuor mio spero di sì.

E’ Tempo di Relax. E’ tempo d’Emozioni.

LOST IN TRANSLATION

Regia: Sofia Coppola.

Cast: Bill Murray, Scarlett Johansson, Giovanni Ribisi, Anna Faris, Fumohiro Hayashi.

Produzione USA 2003.

di Alice Suella