Lo schermo in tavola

novembre 17, 2002 in Libri da Gustare da Stefano Mola

Salvatore Gelsi, “Lo schermo in tavola”, Tre Lune, pp. 183 Euro 15,00

30756(1)Fin dalla notte dei tempi noi umani ci siamo interrogati sul rapporto tra la vita e i modi in cui la rappresentiamo. Allungando un po’ la mano nel polveroso zaino scolastico, peschiamo per esempio Aristotele e le sue cose sull’unità di tempo e luogo nella tragedia eccetera (una roba che ci siamo trascinati dietro per millenni, tra l’altro). Oppure pensiamo alle stragi (religiose) che sono state compiute perché c’era chi non gradiva la rappresentazione in immagini di persone, tanto per dare un’idea di quanto il problema sia stato, per così dire, sentito.

Ma lasciamo un attimo questa dimensione drammatica per tornare ad Aristotele. Precisiamo subito che dall’ultima lettura del manuale scolastico sono passati ormai purtroppo circa 20 anni (poi c’erano le programmate e Aristotele un po’ si era riusciti a sfuggirlo). Quindi, eventuali eminenti filosofi che, immersi nella rete, siete rimasti impigliati nelle maglie del traspi, siate inclementi. Se dissentite col seguito, fatemelo sapere.

Credo che il Aristotele fosse sospettoso verso tutto quello che non si rappresenta quando si rappresenta. Ovvero, se tra il primo e il secondo atto sono passati dieci anni, possiamo veramente fidarci di chi scrive? Che cosa ci ha nascosto, e perché? Tutto quello che non si fa vedere è forse altrettanto importante di quello che si fa vedere? Tutto quello che non si dice è altrettanto importante di quello che si dice? (spesso nella vita è così).

Vedendola così ed avvicinandoci pian piano al cinema (che invero è ciò di cui dovremmo parlare in questa recensione), una mia fissa aristotelica è, come ho già detto, chiedermi che razza di lavoro fa Hugh Grant in “Quattro matrimoni e un funerale”. La storia copre un arco di tempo piuttosto esteso, quindi di occasioni per farci capire come diavolo facesse a trovare i soldi per fare la spesa, pagare le bollette e cose simili ce ne sarebbero ben state. E invece no. Niente. Sempre elegantissimo e svagato si limita a correre dietro a Andie Mc Dowell. Perché non mi dicono che lavoro fa? C’è sicuramente qualcosa di losco.

Forse, alla fine, l’unica cosa importante è stare attenti. A tutto: a quello che ci dicono e a quello che non ci dicono. A quello che ci fanno vedere e a quello che ci nascondono. Il cibo, per esempio. Se uno non mangia, dopo un numero di giorni tutto sommato limitato, passa dalla parte dei più. E anche prima di questo tragico evento, con la pancia vuota non è che si ragiona molto bene.

Del resto, al di là dell’importanza che introdurre in noi del cibo ha per la mera sopravvivenza, poche cose hanno un valore simbolico così elevato quanto il mangiare. È importante quello che si mangia, quando lo si mangia, con chi lo si mangia, in che occasione. Non è forse la descrizione del menù uno degli articoli più pregnanti che possiamo leggere dopo un meeting politico?

Ma adesso veniamo al libro di Salvatore Gelsi. In quanto arte, il cinema è rappresentazione parziale della vita: che ruolo hanno quindi le tavole imbandite, i panini mangiati di fretta, i bivacchi con le scatole di fagioli… (mi viene in mente il fantastico dialogo di Pulp Fiction sugli hamburger)?

Senza contare che il cinema è talvolta un’arte che si fruisce mangiando: pensiamo ai silos di pop corn icona immancabile dello spettatore americano. Ma non solo: come Gelsi ci ricorda all’inizio del libro, “nella sua prima età il cinematografo è ancora confuso tra i baraconi delle meraviglie delle fiere e delle feste paesane […] Per molte generazioni il cinema ha avuto il sapore di ciò che si consumava insieme alla visione: i semi di zucca, le noccioline, i lupini, i ceci, le caldarroste”.

Dopo, Gelsi ci porta per mano attraverso i generi: western, comico, avventura, fatasceinza, thriller noir e giallo, commedia e musical… cercando di evidenziare le differenti funzioni che in ognuno ha la rappresentazione del pasto o la presenza del cibo: dal bivacco alla torta in faccia, dal cannibalismo di “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante” alla fame atavica di Charlot. Un’opera curiosa, rigorosa, divertente, non solo per cinofili. Per capire cosa vuol dire quando il cibo c’è, e anche quando non c’è.

di Stefano Mola