“Le verità nascoste”, la fiera dei rimpianti

febbraio 12, 2001 in Cinema da Redazione

“LE VERITÀ NASCOSTE”, (Usa, 2000) di Robert Zemeckis, con Harrison Ford, Michelle Pfeiffer e Amber Valletta.

Chi vi scrive è cresciuto, come tanti, col mito di Harrison Ford. Il cappellaccio e la frusta di Indiana Jones, il ghigno da simpatica canaglia di Han Solo sono entrati nella memoria collettiva di un’intera generazione e mette una certa tristezza vedere il mitico Harrison ridotto alla stregua di valletto, nel primo ruolo negativo dopo una carriera tutta “buonista”. Voi fareste fare un action movie a Woody Allen?

Il film presentato con un martellante battage pubblicitario non convince. Dopo l’inizio “guardone” (avete presente la “Finestra sul cortile”?), la storia s’infila nel plot vero e proprio. La bella Michelle Pfeiffer vede riflessa nella vasca da bagno una ragazza morta, indaga, scopre una relazione fra il fantasma che la perseguita per casa e suo marito e scopre alcune “verità nascoste” sull’ambiguo coniuge. Il finale, come al solito, non ve lo raccontiamo, anche se non ce la sentiamo di consigliarvi una pellicola del genere.

Che sia l’anno dei film “de paura” è indubbio, i seguiti di “Scream” e di “Blair Witch Project”, il restiling de “L’esorcista”, il nostrano “Almost Blue”, il pregevole “Unbreakable”, il transalpino “I fiumi di porpora”, l’imminente “Lost Souls”, ne sono la prova, ma che un regista come Bob Zemeckis debba toccare il punto più basso di una dignitosissima carriera per seguire le tendenze del mercato è spiacevole.

E lo tocca anche – come vi abbiamo già accennato – Ford che, pur mantenendosi saldamente in vetta al box office, non riesce più a sviluppare un personaggio decente da una decina d’anni, da “Presunto Innocente” o dai film tratti dai romanzi di Tom Clancy. Si salva invece la Pfeiffer, algida protagonista professionalmente pronta ad atterrirsi per ogni spiffero (ma anche lei fa rimpiangere le candide eroine de “Le relazioni pericolose” o de “L’età dell’innocenza”).

Il film di Zemeckis non convince per la sua insistenza di maniera su quelli che potremmo chiamare “i fondamentali” del genere: finestre socchiuse che sbattono, cornici che cadono andando in frantumi, chiavi nascoste, specchi che riflettono immagini distorte, fruscii, porte che si aprono da sole, sussurri. Il tutto visto e rivisto. E’ inutile poi nascondersi dietro alla scusa sempre buona della citazione. L’abbondanza di citazioni è mancanza di idee ed è proprio questa la sensazione che rimane addosso quando si esce (delusi) dal cinema.

Non vi è in tutto il film un momento in cui uno spettatore con un minimo di background cinematografico possa avere un sussulto, domina il piattume più assoluto. Una tensione ben diversa da quella che sa creare Shyalaman, il giovane regista di “Sesto senso” ed “Unbreakable”, dal quale Zemeckis (autore di film gradevolissimi come “Contact”, “Forrest Gump” e “Ritorno al futuro”) ha molto da imparare. L’ultima mezz’ora è addirittura grottesca nella sua insistente e delusa volontà di voler stupire lo spettatore.

Da perdere.

di Davide Mazzocco