Lacrime di vetro per salvare il cinema

marzo 5, 2002 in Spettacoli da Redazione

25512(3)“A woman’s a helluva thing” (“La donna è una cosa davvero incredibile”) di Karen Leigh Hopkins, con Penelope Ann Miller, Ann Margret e Angus MacFayden. Usa 2000.

La domanda che alcuni si ponevano al termine della prima proiezione del 9° Festival del Cinema delle Donne era la seguente: come può essere in concorso una pellicola del genere? E soprattutto: come mai è stata scelta per l’apertura? “A woman’s a helluva thing” (in italiano “La donna è una cosa davvero incredibile”) è uno di quei film che ti aspetteresti nella prima serata di Italia Uno o nella programmazione pomeridiana di Canale 5. Più che in un festival, insomma, il film di Karen Leigh Hopkins troverebbe la sua naturale collocazione fra la De Filippi e Verissimo.

Nella storia di un macho che vede frantumarsi i propri stereotipi dopo aver scoperto la relazione omosessuale della madre defunta con una donna da lui amata in gioventù non c’è approfondimento, né spessore culturale, né critica di costume. La macchina da presa fotografa una sceneggiatura piuttosto banale, dove anche le cose che dovrebbero stupire sono scontate. Il protagonista Angus MacFayden (ricorda un Russell Crowe in sovrappeso) si muove fra gag già viste e dialoghi triti e ritriti. La gente, in sala, pare apprezzare. Alle battute “machiste” del protagonista ridono gli uomini, quando questi viene messo in ridicolo ridono le donne.

Nel finale vi è un poco credibile “deus ex machina” sotto forma di grizzly a far crollare l’esile castello di carte del protagonista. Davanti all’animale Houston Blacket vede manifestarsi con chiarezza il senso della vita e dell’amore. L’epifania dell’orso serve, evidentemente, a sciogliere il problema di una conversione che la regista non avrebbe saputo rendere sul piano del realismo psicologico. Il tutto viene condito da una colonna sonora country davvero cacofonica. La Hopkins ha detto di aver lavorato al film per dodici anni. Lo stesso tempo impiegato da Sergio Leone per “C’era una volta in America”. Con esiti differenti.

“Glass Tears” (“Lacrime di vetro”) di Carol Lai Miu – Suet, con Zeny Kwok, Lo Lieh, Law Lit e Chui Tien-you. Cina 2001.

…e poi c’è chi si lamenta se i festival vengono vinti sempre e soltanto dai film orientali. Come dare torto alle giurie? Nella stagione più orrida del cinema statunitense, con un cinema europeo che continua a confezionare ottime cose, ma che cerca con sempre maggiore frequenza di scimmiottare le produzioni hollywoodiane, il vero cinema sembra resistere in Estremo Oriente. E’ un cinema ancorato alla tradizione, che sa coniugare l’eleganza formale alla semplicità della narrazione, è una produzione che propone storie, in un’epoca nella quale pare essersi persa la capacità di raccontare.

Le nostre sale sono invase da film che sono la copia della copia della copia di pellicole già viste. Hollywood propone un unico grande genere: il “remake”. Che cosa aggiungono alla storia del cinema film come quello di Ron Howard o come “Harry Potter”? In questo panorama alcuni registi giapponesi e cinesi o i campioni di Hong Kong come Wong Kar-Wai rappresentano un’oasi, anzi una riserva. Ogni accusa di eccessivo formalismo è ben accetta in un mondo nel quale nel quale le “sgrammaticature” vengono osannate, se non elevate a regola (si pensi a Dogma).

Carol Lai Miu – Suet racconta una storia semplice, fotografata benissimo, con attori bravissimi che si muovono in una Hong Kong che sa essere crudele ed accogliente allo stesso tempo. Wu, poliziotto in pensione, è alla ricerca della nipote svanita nel nulla. Incontra P, ragazza ribelle che, insieme al suo ragazzo, lo introduce nel mondo “sommerso” di Hong Kong facendogli conoscere la vita ai margini della società. Tra Wu e P, appartenenti a generazioni molto distanti tra loro, si instaura col passare del tempo un’insolita e sincera amicizia.

“Il periodo dell’adolescenza – spiega la regista – è uno stato mentale transitorio durante il quale siamo allo stesso tempo bambini ed adulti. E’ come il vetro, freddo e fragile; ti sembra di poter osservare il mondo attraverso di esso, ma invece ti senti in trappola e solo”. Da vedere.

di Davide Mazzocco