La gara del Duce

maggio 20, 2004 in il Traspiratore da Redazione

La bambina vestiva una casacca rossa e un paio di pantaloni neri, corti alle ginocchia. La maestra alzò un braccio e Marina, in sincronia colle ventitre compagne, compì l’esercizio ginnico con millimetrica precisione. E Mussolini batteva le mani soddisfatto.

Mancavano sedici minuti alla fine della dimostrazione e la stanchezza cominciava a farsi sentire; i ritmi s’erano andati a far benedire e gli esercizi riuscivano male e scoordinati.

La conclusione della parata spettava ad un numero spettacolare eseguito da Marina: ad un cenno del Duce avrebbe dovuto cominciare a correre veloce, con tutte le poche energie che le restavano, sfilare sotto il palco degli ospiti e, a quell’altezza, effettuare un doppio salto mortale.

E il Duce fischiò, e Marina prese la rincorsa, ma le gambe non rispondevano bene ai comandi e la facevano correre goffamente. E la gente rideva e lei correva, e arrivata davanti al palco si fermò. Piegata sulle ginocchia, Marina dava modo ai polmoni di riossigenare il sangue. E ansimava forte e sudava freddo.

Intorno i centomila spettatori stavano in perfetto silenzio, attendendo la reazione del Duce. E Mussolini si alzò dalla poltrona adirato e scese a spronare la giovane; le si avvicinò col passo superbo e altezzoso che tanta gente aveva fatto fuggire e tanta morte aveva annunciato. La prese per un braccio e, d’improvviso, cadde a terra privo di sensi.

Marina riprese a correre veloce, fuori dalle mura della città, fuori dall’Italia. Tanto fuori da non sentire le urla di gioia del pubblico in piazza. Mussolini aveva un pugnale fisso nel cuore e moriva dissanguato.

Era il dodici agosto del millenovecentotrentacinque; Marina si svegliò: tra non molto la parata sarebbe iniziata.

Il Traspiratore – Numero 49

di G. Ventura