La cavalcata selvaggia

giugno 20, 2004 in Libri da Simona Margarino

Titolo: La Cavalcata Selvaggia
Autore: Carlo Grande
Casa editrice: Ponte alle grazie
Prezzo: € 13.00
Pagine: 260

English Version
Versione Italiana

«Do you want to travel around the world? Enter the Italian army! »



«Yah rasta tik hai?», «Is this the right way?», «Ha bhai», «Yes, of course» (Carlo Grande)

La cavalcata selvaggiaCamp-site of Yol, India, 1941-46: Italy starts the epopee of its own ruin and its soldiers fall into the English’s hands. Waiting for them is a mass of hovels that could almost look like a town, was there not an insurmountable fence of barbed wire to enclose it.

Here, in one of the distant outposts of the British Empire, in Panjab, at the feet of Himalaya and two steps from Afghanistan and Tibet, it is played the life of POWs (Prisoners Of War) and their guardians, 12000 people buried in a reticule of stones, dust, hard and savage nature.

This world in numbers and handcuffs is but sporadically flown over by squadrons of aircrafts that move high above hopes, in order to defend attack save destroy, certainly not to bring home, but to keep within the margins of a mosaic in tiny pieces, made of huts, fears, skin illnesses, salted butter on the tongue, “chapati” (unleavened bread), repeated head counts in endless checks and an infinite boredom.

Only beyond the walls, in front of the wearied eyes, forests, an immense vegetation and statues of Buddha with an extraneous and winding spirituality pass by. To overcome the barriers in –or through- one’s soul represents the sole expedient left to the ‘convicts’ to fight impotence and ‘evade’, thus finding again one’s subjectivity inside a shade cone of isolation, prohibitions and annihilation. The horror, the loss of the past, even to forget the face of a wife are examples of the camp’s daily life, where the illusion of going back to one’s country, wherever this is, fades just ito the fantasy of wanting to escape. Days always different are fabricated in order not to get mad: there’s who builds a radio, and who a camera, Pribaz makes grappa, someone doesn’t resign himself, the handsome Lizzetta loses his heart for Jasbir.

The heroism well represented by Carlo Grande in La Cavalcata Selvaggia (Ponte alle Grazie, 2004) stays in gestures you would never expect, of concreteness without dread: learning the Indian language by reading medicines’ instructions, taking a bunch of pictures not to forget, making friends with the enemy just to discover he is like oneself, only on the right –or better, winning- side of the ‘revolution’. In such a knot, so tight as to wonder if it possible to assert one’s identity even without the guns that a war usually inevitably drags behind itself, it is mainly the desire of letting the thought wander to increase the opportunity of surviving in an imprisoned life. If it’s summits at 6000 meters to close the prison as unsurpassable bastions, It will also be peaks of snow to give men back their freedom.

At the end of this beautiful tour among dreams and marvellous landscapes, the path opens into glaciers with frozen air and biting cold. The crests of mountains sink into the infinitely quiet waters of Tso Moriri, swallowing the voice of the rebels, already tired of rebelling: the present gets silent in the mud, without any right word to go on. At this point someone will recover, someone will start singing again, someone won’t be able to see his future, someone will make it, but with difficulty, because “to be born of a mother is easy, to revive from a war is by far more painful”.

La cavalcata selvaggia

«Volete girare il mondo? Entrate nell’esercito Italiano! »



«Yah rasta tik hai?», «È la strada giusta?», «Ha bhai», «Sì, certo» (Carlo Grande)

Campo di Yol, India, 1941-46: l’Italia inizia l’epopea della propria rovina e i suoi soldati cadono in mano agli Inglesi. Ad attenderli è una selva di baracche che potrebbe sembrare quasi una città, se a circondarla non fosse un insormontabile recinto di filo spinato.

Qui, in uno dei lontani avamposti dell’Impero Britannico, nel Panjab, ai piedi dell’Himalaya e a due passi da Afghanistan e Tibet, si gioca la vita dei POW (Prisoners Of War) e i loro guardiani, 12000 anime sepolte in un reticolo di pietre, polvere, natura dura e selvaggia.

Questo mondo in numeri e manette non è che sporadicamente sorvolato da squadriglie di aerei che passano alti sulle speranze, a difendere attaccare salvare distruggere, certo non a riportare a casa, ma a trattenere entro margini di un mosaico in minuscoli pezzi, fatto di capanni, paure, malattie nella pelle, burro salato sulla lingua, “chapati” (pane azimo), le conte ripetute in interminabili controlli e un’infinita noia.

Solo al di là del muro passano davanti agli occhi fiaccati foreste, una vegetazione immensa, statue di Buddha di una spiritualità estranea e avvolgente. Superare le barriere nell’animo –o attraverso l’animo- rappresenta l’unico espediente rimasto ai reclusi per combattere l’impotenza ed ‘evadere’, ritrovando la propria soggettività all’interno di un cono d’ombra di isolamento, proibizioni e annichilimento. L’orrore, la perdita del passato, persino dimenticare il volto di una moglie sono esempi della quotidianità del campo, dove l’illusione di tornare in patria, qualunque essa sia, si tralascia appena nella fantasia di voler fuggire. Ci si inventano giorni sempre diversi per non impazzire: c’è chi costruisce una radio, e chi una macchina fotografica, Pribaz fabbrica grappa, qualcuno non si rassegna, il bellimbusto Lizzetta perde il cuore per Jasbir.

L’eroismo ben rappresentato da Carlo Grande in La Cavalcata Selvaggia (Ponte a
lle Grazie, 2004) sta in gesti che non diresti mai, di concretezza senza paura: imparare l’Indiano leggendo istruzioni dei medicinali, scattare un grumo di foto per non scordarsi, fare amicizia col nemico per scoprire che è soltanto uguale a sé, solo dal lato giusto –anzi, vincente- della ‘rivoluzione’. In un tal nodo, tanto stretto da domandarsi se sia possibile affermare la propria identità anche senza le armi che la guerra inevitabilmente si porta dietro, è soprattutto la volontà di lasciar vagare il pensiero ad aumentare le probabilità di sopravvivenza a una vita prigioniera. Se sono cime a 6000 metri a chiudere la prigione come inarrivabili bastioni, saranno anche vette di neve a restituire la libertà agli uomini.

Alla fine di questo bel percorso di sogni e magnifici paesaggi, la strada sbocca nei ghiacciai dall’aria gelida e il freddo pungente. Le creste delle montagne affondano nelle acque infinitamente quiete dello Tso Moriri, inghiottendo la voce dei ribelli ormai stanchi di ribellarsi: ammutolisce nel fango il presente, senza più parole giuste per continuare. A questo punto qualcuno si riprenderà, qualcuno ricomincerà a cantare, qualcuno non riuscirà a vedere il futuro, qualcuno lo vedrà, ma a fatica, perché “nascere da una madre è facile, rinascere da una guerra è infinitamente più doloroso”.

Carlo Grande è giornalista de La Stampa e dal 1996 al 2003 è stato responsabile di Italia Nostra, mensile della prima associazione ambientalista italiana. Per Ponte alle Grazie ha pubblicato “La via dei lupi” (2002) che ha vinto la prima edizione del Premio Grinzane Civiltà della montagna e il Premio Letterario San Vidal. Ha fatto parte, nel 2003 e 2004, della giuria di qualità del concorso Sudate Carte organizzato dall’Associazione Culturale Il Traspiratore.

di Simona Margarino