In un giorno non lontano | Sudate Carte Racconti I edizione

gennaio 30, 2003 in Sudate Carte da Redazione

Era un inverno mite, anche per quelle latitudini, il cielo azzurro era solcato di tanto in tanto da una striscia di nubi bianche, come solo un cielo invernale può esserlo. Anche quella mattina doveva uscire di casa, con il cappello in testa e la sacca nella mano destra. Le strade non apparivano più deserte del solito, in quella città così deserta nell’anima. Lungo il suo percorso mattutino, che lo avrebbe portato nel cuore della “metropoli”, vedeva alla sua sinistra delle villette di recente edificazione, tutte uguali, proprio come chi vi abitava; alla sua destra invece si dipanava un filare d’alberi lungo più di cinque chilometri. Tuttavia quel viale non lo aveva mai percorso completamente, poiché a tre quarti circa d’esso, il suo percorso subiva una brusca virata a sinistra, ponendogli di fronte un paesaggio ben diverso.
Intanto la donna che lo accompagnava, non sembrava accorgersi della mutevolezza di ciò che la circondava, in fondo era sempre la stessa strada da più di dieci anni.
Il centro appariva distrutto, vecchio, confuso, più nei suoi abitanti che nei suoi edifici. Un uomo, con la barba ogni giorno più lunga, giaceva assorto nel suo angolo dell’elemosina, mentre una signorina che regalava il suo amore a chi glielo avesse chiesto, andava consumando ansiosamente il suo tratto di marciapiede. Dall’altro lato della strada una schiera di ragazzi procedeva chiassosa verso chissà quale scuola, chissà quale istruzione, chissà quale sogno.
Di colpo un vecchio mattone impolverato si frappose tra il suo piede e la strada, facendogli perdere l’equilibrio, la donna che lo accompagnava lo rimproverò afferrandolo per un braccio – in una città come quella occorreva stare attenti a tutto e non era accettabile inciampare su un misero mattone.
Il suo sguardo si perse per un attimo nel vuoto, calato su quel mattone impolverato, che giaceva accanto all’uomo dalla lunga barba, assorto come sempre nel suo riposo epicureo.
La strada proseguiva intanto sotto i suoi passi, tra fabbriche abbandonate e bar stracolmi di nulla e di persone che di quel nulla si nutrivano. “Ore vuote, ma infondo vuote come ogni ora, perché il tempo non è nulla, se non vuoto che alcuni uomini si affannano a riempire”. Queste parole gli balzarono alla testa proprio di fronte a quelle immagini; erano le parole che quell’uomo strano, che ogni giorno incontrava al termine del suo percorso, gli ripeteva prima che egli avesse valicato la porta del suo mondo.
Poi di colpo un urlo nel cielo, un aeroplano, uno squarcio. La gente che gridava, la normalità di quella mattina tramutata in panico, l’uomo barbuto a lamentarsi di chi lo calpestava.
“Veloce, veloce” gli urlava la donna accanto a lui, bisognava rifugiarsi in quel capannone. Quando si sedette trovò al suo cospetto un esercito di sconvolti, di isterici e di perduti. Lo sguardo delle donne era il più insostenibile, perso nel vuoto d’ogni speranza, mentre il loro orecchio seguiva silente l’urlo del quadrimotore. Dopo quella data di settembre nulla era stato più uguale a prima, nemmeno in quel posto dimenticato dal mondo.
Poi il silenzio cadde dopo un tempo imprecisato, forse erano passati degli anni, dei mesi, perché i volti di chi lo circondava erano di molto dimagriti. Le sue mani erano bagnate, ma sentiva un gran freddo, il suo cuore batteva all’impazzata, le vene pulsavano nella testa e lo sguardo tremava.
“Mamma ho paura, è andato via l’aeroplano? Ho le mani sudate e tanto freddo”; la donna che gli era accanto, lo strinse al petto, sussurrandogli parole d’amore interrotte dal pianto.
“È una guerra infame” urlò di colpo un uomo dal fondo del baraccone, “Non è una guerra, perché noi non possiamo combattere” ribatté un altro, “E venire qui a casa nostra a portare il terrore, ma come si fa?” concluse una donna.
Il gruppo uscì poi lentamente e composto dal proprio rifugio, in silenzio come ad un funerale. Quando il cielo apparve nuovamente ai suoi occhi, gli venne da piangere: era duro convivere con la paura, anche da bambini, in Medio Oriente.

di Francesco Causone